Rassegna stampa di parte
1 - il financial times incorona nichi
2 - post di nichi: calci negli stinchi ai lavoratori
3 - fallisce l’assalto alle istituzioni
4 - papi padrone (di casa) le ragazze inquiline di b. vivono negli appartamenti del premier. un caso?
5 - c’è giuda e giuda - di marco travaglio
6 - Un’altra Italia è possibile- di redazione
1 - Il Financial Times incorona Nichi - In un articolo apparso ieri, il Financial Times, primo quotidiano economico anglosassone, incorona Nichi come leader del centrosinistra, definendolo vera spina nel fianco di Berlusconi.
Uno degli aspetti più interessanti di Vendola, secondo il Financial Times, è l’aver conquistato la fiducia delle imprese attraverso le politiche energetiche, che hanno reso la Puglia la regione più attraente per gli investimenti in energie rinnovabili.
A breve la traduzione, intanto ecco l’articolo in inglese:
Puglia’s governor taunts Berlusconi
By Guy Dinmore in Bari Published: September 7 Nichi Vendola: ridicules the ‘fable of Berlusconismo’As a communist, Catholic and openly gay, Nichi Vendola defies easy categorisation. And as a popular governor of the large southern region of Puglia, he is a thorn in the side of Silvio Berlusconi and the centre-left opposition Democrats.
With Italy stumbling towards early elections unless Mr Berlusconi can stitch back together his fractured coalition, Mr Vendola’s role as a rallying cry for what is left of the country’s splintered communist movement could be crucial.
Equal to the 73-year-old media baron prime minister in terms of populism and charisma, the maverick of Puglia, who wears an earring and publishes poetry, wins in the oratory stakes.
“Berlusconi is a prisoner in his palace like Montezuma,” says Mr Vendola, 51, in his fascist-era offices in Bari overlooking the Adriatic. “This is a civil war in his party. It is the rift of the plastic TV remote-control party,” he says of Mr Berlusconi’s break with Gianfranco Fini, his long-time ally and former neo-fascist.
Turning his sights on the opposition Democratic party, he accuses Pierluigi Bersani, its third leader in two years, of failing to create an alternative.
“They have a deficit of ideas; out of touch with struggling workers and students. The demands for change are huge in Italy and the Democratic party is not meeting the challenge.”
Mr Vendola, who signed up as a communist at the age of 14, was first elected governor of Puglia’s 4m people in 2005. Before regional elections this spring, the Democrats tried to get him to step aside to give their candidate a better chance. Mr Vendola refused, defeated the Democrat’s choice in a primary and went on to trounce his centre-right rival.
Although not a member of the Democratic party – he is leader of a new leftwing ecology party – Mr Vendola has challenged Mr Bersani’s leadership, with one poll indicating he would win narrowly if it came to a vote.
But for the moment, Mr Vendola remains on the fringes of the national stage and is likely to stay there. His main battle is with Giulio Tremonti, finance minister and architect of the austerity package that punishes regions in deficit such as Puglia by slashing funding from Rome.
Mr Vendola calls it “social butchery” and notes that for two years, as Italy’s financial troubles deepened, the prime minister denied there was a crisis. “It did not fit the beautiful fable of Berlusconismo,” he says.
“They see taxes as a mortal sin, not an instrument of the state. To speak of a tax on financial transactions is virtually forbidden,” says Mr Vendola, citing what he calls warnings by pro-government economists that the cuts will cost 100,000 jobs and lead to renewed economic contraction.
In reply, Mr Tremonti accuses Mr Vendola of creating “another Greece” in Puglia through over-spending and waste, especially in healthcare, where several centre-left officials are under investigation for corruption.
Mr Vendola retorts that Italy’s poorer southern regions have had their share of central government funding cut to 37 per cent of the total from 43 per cent over the past decade. He says European Union money intended for development has instead been used to cover ordinary expenses.
In spite of his communist background, Mr Vendola has won over investors in the region’s growing renewable energy sector. At a recent international conference on solar power, investors named Puglia as the most attractive region in Italy’s south for its less cumbersome bureaucracy and the relative weakness of the mafia, known there as Sacra Corona Unita (United Sacred Crown).
Mr Vendola says that it is “our duty to call for a grand democratic coalition to bury the stinking corpse of the Second Republic”, which grew out of the collapse of the established parties – including the communists – in the early 1990s.
He would like to be the grave-digger. As someone who relishes portraying his enemies as communist conspirators, Mr Berlusconi would enjoy the prospect of taking him on.
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2 - Post di Nichi: Calci negli stinchi ai lavoratori
La decisione di Federmeccanica di disdettare il Contratto Nazionale dei metalmeccanici è un errore che non aiuterà le imprese, non aiuterà la Fiat né Marchionne.Come è noto c’è una dialettica forte anche all’interno della borghesia d’impresa e le critiche a Marchionne sono giunte, anche aspre, dalle personalità più insospettabili, come Romiti.
Marchionne colloca in Italia una battaglia che ha sempre meno a che fare con gli obiettivi di competitività e produttività ma sembra una battaglia di ridefinizione degli assetti politici e culturali del paese. Tutto questo accade ed è possibile perché c’è un governo che anziché fare l’arbitro è sceso pesantemente in campo prendendo a calci negli stinchi i lavoratori e facendo il tifo per la parte più agguerrita e aggressiva del sistema delle imprese.
Invece di guardare alla politica economica, invece di ripartire dal lavoro, dalle relazioni industriali basate sui diritti sociali, sulle persone, siamo di fronte alla scelta distruttiva di Federmeccanica incoraggiata dal governo di centrodestra.
Il governo ha falsato la dialettica tra imprese e lavoratori scegliendo da che parte stare. Sta addirittura immaginando di privare il mondo del lavoro della 626. Così cadono gli elementi che hanno fondato la civiltà del lavoro su cui si basa la storia della democrazia italiana.
Sul banco degli imputati hanno messo i lavoratori di Melfi, di Pomigliano, di Mirafiori. Il mondo del lavoro è visto come portatore di strane sindromi, come il posto fisso, la volontà di difendere il proprio reddito. Tutti diritti che secondo Tremonti e Sacconi sono incompatibili con la globalizzazione. Intanto in Cina i lavoratori iniziano a protestare per questi diritti.
Nichi
3 - Fallisce l’assalto alle istituzioni IL PREMIER AMMETTE: NON ANDRÀ AL COLLE A CHIEDERE LA TESTA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA di Alessandro Ferrucci
Regole. L’obiettivo è rispettarle, per Gianfranco Fini. Tutte e fino alla fine. Restare arroccato dentro i paletti della Costituzione, del Parlamento, e aspettare le mosse degli altri: questa la sua strategia. L’ha dichiarato da Enrico Mentana martedì sera, lo ha già messo in atto. Così ieri nel primo giorno di riapertura dei lavori parlamentari, il presidente di turno, Antonio Leone del Pdl, legge: “Gianfranco Fini ha aderito al gruppo parlamentare Futuro e libertà per l’Italia”. Una decisione già presa e comunicata agli uffici di Montecitorio prima della pausa estiva, come da prassi, appunto. E come da prassi istituzionale non manca di bacchettare Angela Napoli, rea di aver dichiarato: “No, no. Non escludo che senatrici o deputate siano state elette dopo essersi prostituite”.
QUINDI LA RISPOSTA del leader di Fli: “Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche e, quindi, indimostrabili, non può essere consentito né per il rispetto che si deve al Parlamento né per la considerazione che si deve avere per tante donne che, al pari dei colleghi di genere maschile, fanno politica con passione e disinteresse. Mi auguro che l’onorevole Angela Napoli, proprio perché a pieno titolo rappresenta da anni questo di genere di impegno politico, ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi”. Scuse immediate. Come la minaccia di querela partita da Mussolini, Lorenzin, Saltamartini e Golfo. E torniamo alla regole. Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano le conosce. Così a chi gli domanda della richiesta a mezzo-stampa di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi di salire al Quirinale per parlare del caso-Fini e chiedere le sue dimissioni, risponde: “Gli incontri li prevedo quando mi vengono richiesti: fino a questo momento non ho ricevuto nessuna richiesta di incontro”. E la conferma giunge dallo stesso premier, un po’ stizzito: “Non è necessario andare da Napolitano”.
E INFINE le regole all’interno del Pdl. In questo caso entrano in gioco le sfumature, i contorni si velano. Per questo è stata rimandata a data indefinita la tanto annunciata convocazione dei finiani davanti allo stato maggiore del Partito delle libertà. Oggetto: decidere sulla loro incompatibilità rispetto agli incarichi che hanno nel Pdl. Pochi giorni fa sembrava molto più urgente. Ora meno. Anche perché nella maggioranza c’è sempre lo scoglio dei fliniani con incarichi nel governo, con il presidente dei deputati berlusconiani, Fabrizio Cicchitto, pronto a chiarire: “Loro non saranno toccati”. Per ora.
"Parlamentari prostituite per guadagnare un seggio sicuro" bufera contro la finiana Napoli ALESSANDRA LONGO
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ROMA - Ore 14,16. Sul tavolo di Gianfranco Fini arriva, come un missile, la dichiarazione di Angela Napoli, deputata del plotone di Futuro e Libertà. Il titolo dell´agenzia di stampa riassume e rende bene l´idea: «Non escludo elette dopo essersi prostituite». Balzo sulla sedia: ecco la grana, inattesa, di giornata. Il presidente della Camera dovrà risolverla di lì a poco con una nota ufficiale di censura. Chi è Angela Napoli? Una signora perbene, membro della Commissione Antimafia che, stimolata da una domanda dello scaltrissimo Klaus Davi, si è lasciata andare così: «Non escludo che senatrici e deputate siano state elette dopo essersi prostituite. Purtroppo può essere vero e questo porta alla necessità di cambiare l´attuale legge elettorale. E´ chiaro che, essendo nominati, se non si punta sulla scelta meritocratica, la donna spesso è costretta, per avere una determinata posizione in lista, anche a prostituirsi o comunque ad assecondare quelle che sono le volontà del padrone di turno».
Intervista diffusa su Youtube, programma «Klauscondicio». E´ come mettere spontaneamente la testa sotto la ghigliottina. Dalle file del Pdl in pochi minuti si scatenano le ex colleghe di partito, già con il dente avvelenato. «Attacco squallido e infamante, questa sì che è la fogna della politica», urla Beatrice Lorenzin. Seguono le altre a ruota. Alessandra Mussolini vuol subito investire l´ufficio di presidenza della Camera; Melania Rizzoli annuncia: «Incaricherò l´avvocato Giulia Bongiorno (da notare la perfidia della scelta, ndr) di querelare la collega. Se la signora non fa nomi diffama tutto il Parlamento. E´ una donna frustrata sessualmente, influenzata dall´atmosfera della nuova casa finiana»; Daniela Santanché: «La Napoli? Certifica l´assoluto vuoto del partito di Fini»; Barbara Saltamartini: «Mi vergogno terribilmente per questo fuoco di fila volgare e meschino». E via così, fiamme sempre più forti, incendio sempre più esteso, fino a raggiungere gli stessi accampamenti finiani. Si dissociano Catia Polidori, Roberto Menia, Silvano Moffa: «Attacco inaccettabile, dichiarazione assurda».
Elette perché si sono prostituite. Lei esclude o non esclude, chiede Davi. «Non escludo», è la risposta. Jole Santelli, vicepresidente dei deputati Pdl, si rivolge al presidente della Camera, peraltro già irritatissimo: «Deve intervenire e censurare!». Detto fatto, arriva la nota: «Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche, e quindi indimostrabili, non può essere consentito... mi auguro che l´onorevole Angela Napoli ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi». Margini zero. Angela Napoli fa marcia indietro. E´ sorpresa, amareggiata: «Trovo sorprendente quel che è successo. Parlavo della legge elettorale. Non volevo criminalizzare nessuno. E´ il velinismo che ruota intorno al premier a offendere le donne. Io ho solo risposto ad una domanda. Ci sono tante colleghe che siedono in Parlamento per merito. Comunque mi scuso».
Finita qui? Mica tanto. Perché la faccenda riaccende i riflettori sul cortocircuito sesso e politica, rimanda al dolore concreto di Veronica Lario per «il ciarpame» che circondava il marito, ad un´altra recente uscita della finiana Barbara Contini, anche quella accolta a fischi, sull´eccedenza dei «tacchi a spillo» come strumenti di carriera. Flavia Perina, direttore del Secolo, denuncia l´ossessione «pruriginosa» del dibattito politico di questo Paese che è «il più maschilista d´Europa». Sempre riferimenti all´estetica, al sesso, sempre la ricerca dell´effetto-pollaio. «Angela è caduta per ingenuità nella trappola di Klaus Davi, che è un funambolo dell´informazione. Invito Davi ad approfondire il tema dei "prostituti", quelli, maschi, che barattano un seggio con la genuflessione al padrone di turno».
L´editoriale di oggi sul Secolo, a firma di Annalisa Terranova, fa notare che, a prendersela, con le dichiarazioni generiche (e perciò trasversali) della Napoli sia stato solo il fronte berlusconiano. Segno che la battaglia con i finiani «ha raggiunto l´apice». «Angela ha sbagliato - dice la Terranova - è inciampata in una domanda sessista ma nella sua ingenuità ha dato voce a un legittimo sospetto. Patrizia D´Addario, candidata in una lista civica a Bari, non è un´invenzione dei finiani... Lei ha risposto in modo sbagliato ad una domanda sbagliata su un tema che però è sacrosanto».
4 - PAPI PADRONE (DI CASA) LE RAGAZZE INQUILINE DI B. Vivono negli appartamenti del premier. Un caso? di Marco Lillo
Magari potessi, magari”, gridava a Gad Lerner la giovane Francesca Pascale nella trasmissione L’Infedele incentrata sullo svilimento del corpo delle donne. La ragazza difendeva Papi-Silvio di fronte alle critiche per lo stile di vita poco morigerato. “Tutta invidia” secondo la giovane napoletana. “Magari potessi farlo anche io”, diceva allora ammiccando ai telespettatori. Finalmente quell’antico desiderio, almeno in parte, si è realizzato. Un frammento dello specchio delle brame berlusconiano, Francsca lo ha agguantato. Dopo l’ingresso nel partito di Berlusconi, dopo l’ingresso nella villa sarda di Berlusconi, è riuscita finalmente a insediarsi in pianta stabile in una casa del Cavaliere. Il Fatto Quotidiano ha scoperto che la ragazza napoletana eletta consigliere provinciale a Napoli nel 2009, abita in un appartamento di Silvio Berlusconi. Per l’esattezza è inquilina della Immobiliare Dueville Srl, partecipata al 40 per cento dalla Dolcedrago di Berlusconi e per il restante 60 per cento dalla Holding Prima e dalla Holding Ottava, due delle 22 società omonime che controllano la Fininvest. Non basta: sempre mediante la Dueville, nello stesso periodo, il presidente del consiglio ha comprato un secondo appartamento a Roma in zona Cassia. Sul citofono si legge da pochi mesi il cognome di Adriana Verdirosi, un’altra valletta che compariva nelle liste dei nomi delle candidate per le elezioni europee del 2009, poi depennate grazie all’intervento pubblico di Veronica Lario. Berlusconi non è nuovo ad acquisti immobiliari a Roma. Nel 2004 comprò mediante un’altra società un attico alla Balduina dove la conduttrice della RAI Sonia Grey abitava in affitto da anni. Per la sua vecchia fiamma Virginia Sanjust nel 2006 spese 2 milioni e 250 mila euro per un appartamento in piazza Campo dei Fiori. La storia di Francesca Pascale, rispetto alle altre, assume anche un risvolto di interesse pubbblico. L’amica napoletana del presidente del consiglio è stata candidata alle elezioni provinciali del 2009 e gratificata con una consulenza al ministero dei beni culturali. Ora si scopre che il Cavaliere e la giovane promessa del Pdl di Posillipo sono legati oltre che dalla passione politica anche da quella per le belle case. L‘appartamento in questione è inserito in un comprensorio signorile in cima a via Cortina d’Ampezzo, in zona Trionfale, è composto di una sola camera, servizi e terrazzo ed è costato al Cavaliere ben 470 mila euro. Un prezzo molto elevato ma che si giustifica per la presenza del box e soprattutto per il contesto. Il palazzo è videosorvegliato e presidiato all’ingresso da un portiere ed è dotato di una bella piscina condominiale circondata dal verde e dai lettini prendisole. Al citofono risponde Catuscia Pascale: “Francesca non c’è”, dice con grande disponibilità, “io sono sua sorella e sono venuta a trovarla. Ogni tanto, visto che vivo a Latina, mi appoggio qui”. Quando il cronista chiede perché la sorella abita in una casa del presidente del consiglio, lei cade dalle nuvole: “ma cosa dice? La casa non è di Berlusconi, mia sorella è in affitto qui da circa un anno e non mi ha mai detto nulla del genere. Mi viene da ridere solo all’idea”. Le visure della conservatoria dei registri ipotecari di Roma raccontano un’altra storia: il 19 ottobre del 2009 la società Immobiliare Dueville Srl con sede in Segrate, rappresentata da Marco Sirtori, compra dalla Alef Immobiliare pagando 370 mila euro in contanti e estinguendo il mutuo di 99 mila euro che ancora gravava sull’immobile. Una somma alla quale bisogna aggiungere i 24 mila euro incassati dal mediatore immobiliare e le tasse pari a 47 mila euro. L’esborso di oltre 540 mila euro è solo un investimento immobiliare del Cavaliere o anche un bel gesto verso la giovane collega di partito? La sorella dice che Francesca Pascale è in affitto e che in famiglia nessuno sapeva dell’insigne locatore. Per capire se si tratta dell’ennesimo caso di un politico ben accasato “a sua insaputa”, Il Fatto Quotidiano ha cercato di ottenere la versione di Francesca Pascale, ma la consigliera provinciale non si è fatta viva. Il rapporto tra la giovane napoletana e il Cavaliere nasce nel 2006. A quel tempo questa giovane laureata è famosa più per i suoi balletti ancheggianti che per le sue idee. In una trasmissione cult sulla tv locale Telecapri (“Il Telecafone”) balla e canta insieme a tre colleghe: “se mostri un po’ la coscia si alza l’auditelle, se muovi il mandolino si alza l’auditelle, se abbassi la mutanda si alza l’auditelle”. A Napoli il ritornello inventato dal cabarettista Oscar Di Maio lascia il segno. Su Youtube i video dell’attuale consigliere provinciale di Napoli che struscia il suo top mozzafiato sul compiaciuto comico Di Maio restano tra i più cliccati. Il telecafone pelato sorride vestito come un camorrista e canta il suo inno ironico al “cafunciello”. Francesca Pascale e le colleghe improvvisano un merengue sull’erba mentre il lui sventola un tubo di gomma con pose alla Merola (Mario, beninteso, non Valerio) e schizza acqua sulla telecamera.
Purtroppo per i patiti del genere, al culmine di questa fulminante parabola nello show biz partenopeo, che lascia una scia generosa di immagini sulla rete, Francesca Pascale abbandona una strada segnata per scendere (o meglio salire) in campo. La sua ascesa dal sifone di Telecapri alla piscina di Roma, dal Telecafone al Telepadrone, è una tratettoria istruttiva della selezione della classe politica nel mondo berlusconiano. Nel 2006 Francesca Pascale fonda con un paio di amiche il circolo “Silvio ci manchi” ispirato dalla nostalgia che attanagliava il Vesuvio per la dipartita del premier da Palazzo Chigi. Le animatrici del comitato fanno tutte carriera: Francesca Pascale è consigliere in provincia dal 2009; Emanuela Romano è assessore a Castellamare di Stabia dal 2010, ma diventa celebre il 28 aprile 2008 quando il padre si cosparge di benzina come un bonzo sotto Palazzo Grazioli minacciando di darsi fuoco se Silvio non provvede a sistemare la figlia. Mentre Virna Bello, bionda pienotta che si autodefinisce la Braciolona, è oggi assessore a Torre del Greco. Quando le tre ragazze vengono fotografate mentre scendono dall’aereo privato del Cavaliere a Olbia, è Francesca Pascale quella più decisa del terzetto che si incammina con piglio da leader verso Villa Certosa. E, mentre la Romano con i giornali nega di essere lei, Francesca rivendica la sua deliberata scelta politica: “Ma che scherziamo, certo che siamo noi! A ottobre del 2006 ci siamo presentate e appena qualche settimana dopo siamo partite in aereo per Villa Certosa”. A Repubblica proclamava: “non c'è niente di cui vergognarsi, era una convention politica”.
Da allora, quando il Cavaliere scende a Napoli, Francesca lo aspetta all’hotel Vesuvio e Silvio trova sempre un momento per parlare con lei. Politicamente all’inizio è un disastro: raccoglie solo 88 voti nel 2006 nel suo quartiere Posillipo alle municipali. Il Cavaliere però stravede comunque per lei. Nel 2008 il suo nome spunta tra le papabili per il Parlamento europeo ma Veronica guasta tutto. Nel giugno 2009 arriva il risarcimento: Francesca Pascale ottiene 7600 consensi nelle elezioni che decretano il successo di Nicola Cesaro e vola in consiglio provinciale. Si segnala subito per una verve insolita per una debuttante. Quando Nicola Cosentino insiste sulla candidatura a presidente della Campania nonostante la richiesta di arresto, è una delle poche nel Pdl che ha la forza per dirgli a brutto muso: “Berlusconi non punta su di te”. In un’intervista a Conchita Sannino di Repubblica si autocandida addirittura a coordinatrice del Pdl in provincia. Eppure , a sentire la capogruppo dell’Italia dei Valori, Maria Caterina Pace, a questa effervescenza mediatica non si accompagna un’attività istituzionale nelle sedi deputate. “Partecipa ai consigli provinciali che si riuniscono in media una volta al mese ma per il resto non saprei cosa dire di lei. Farebbe parte della commissione pari opportunità”, spiega la consigliera Idv, “che ha portato avanti dei progetti importanti come lo sportello anti-violenza in ogni pronto soccorso per tutelare le donne. Ma lei non si è mai vista. Mi dicono stia spesso a Roma”. Nessuno pensa alla creazione di un comitato “Francesca mi manchi” ma in molti si chiedono cosa faccia nella capitale. “Anche io non la vedo quasi mai. Dicono che avrebbe una consulenza al ministero dei beni culturali”, dice il capogruppo in provincia del Pd, Giuseppe Capasso. Ma al ministero precisano: “Francesca Pascale da un anno non lavora più qui”. L’altra casa romana appartenente alla società Dueville di Berlusconi si trova sulla Cassia e oggi è disabitata. È stata comprata il 14 settembre del 2009 (dopo un preliminare siglato ad aprile) per un prezzo di 380 mila euro. Il Cavaliere si è aggiudicato un quinto piano che affaccia sul parco dell’Insughereta, composto di salone, due stanze, doppi servizi e ampia terrazza per un prezzo davvero buono, visto che al piano terra si vende a 250 mila euro un appartamento composto di due stanze e servizi. La società di Berlusconi ha appena finito i lavori di ristrutturazione e l’appartamento non è ancora abitato. Un ragazzo che abita lì vicino dice che la nuova inquilina è una ragazza. Sul citofono c’è scritto Verdirosi. Adriana Verdirosi è un’altra valletta che era apparsa nella lista delle candidate di Papi nel 2009. Nell’articolo di Libero che parlava dei corsi di politica per selezionare le nuove europarlamentari, e che ha favorito l’arrabbiatura di Veronica Lario sul ciarpame senza pudore, il suo nome c’era.
Mario Prignano ricordava la sua esperienza di cantante in Giappone con il singolo Sunny Day. Ma in realtà Adriana Verdirosi divenne famosa nel 2007 quando Luca Telese la portò in tv nella trasmissione Tetris (allora trasmessa da Raisat) come modello di valletta raccomandata. Era stata segnalata ironicamente (o almeno così si credeva) dall’allora presidente di Raisat come raccomandata da un politico. “Io lo chiamo Cicci ed è giovane dentro”, diceva allora Adriana Verdirosi ridendo in tv. Tutti pensavano a uno scherzo. Il duetto tra la ragazza che si ostinava a non svelare chi si celava dietro quel nomignolo e il conduttore che la incalzava era un tormentone fisso della trasmissione. Tre anni dopo il suo cognome compare sul citofono della casa di Silvio Berlusconi. Da allora di lei si son perse le tracce ma non è detta l’ultima parola. Le elezioni sono alle porte.
5 - C’È GIUDA E GIUDA di Marco Travaglio
Lo sanno tutti che ha ragione Angela Napoli quando non esclude che “con questa legge elettorale qualche senatrice o deputata si sia prostituita per il seggio”. Lo sanno soprattutto in Parlamento, dove il fenomeno della “mignottocrazia” (copyright di Paolo Guzzanti) è arcinoto. Anche Veronica parlò di “vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà. Ma per una strana alchimia il Paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore”. Però l’ipocrisia generale impone che tutti si straccino le vesti, prendano le distanze, alzino il ditino e facciano la boccuccia a cul di gallina: signora mia, che brutte parole, moderiamo i termini, abbassiamo i toni! E siccome dalla tragedia alla farsa il passo è breve, è in arrivo la querela di alcune parlamentari che – chissà come mai – si sentono chiamate in causa. La prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo. Guai a chiamare le cose con il loro nome. Solo il padrone d’Italia, che è anche il padrone delle parole, può usarle a suo uso e consumo, facendo comparire e sparire i fatti cambiando loro il nome. Prendiamo il “ribaltone”, evocato dal fido Minzolingua come il peggiore dei mali in cui sarebbe specializzata la sinistra italiana. In realtà di ribaltoni è maestro B. Che però è sempre stato abilissimo a chiamarli in un altro modo. Nel ’94 il suo primo governo non aveva la maggioranza al Senato, ma ottenne la fiducia grazie al salto della quaglia di Tremonti e Luigi Grillo, eletti con l’opposizione e compensati con una poltrona di ministro e una di sottosegretario. Poi, quando cadde, B. chiamò “ribaltone” il governo tecnico di Lamberto Dini, che aveva indicato lui e a cui aveva promesso la fiducia, salvo poi negargliela a sorpresa e accusarlo di esser diventato “comunista” solo perché gliel’avevano data gli altri (Lega e centrosinistra). Nel 1998, caduto Prodi, il ribaltone ci fu per davvero, quando D’Alema lo rimpiazzò con una nuova maggioranza: fuori Rifondazione, dentro un’infornata di voltagabbana che si facevan chiamare Udr al seguito del trio Cossiga-Mastella-Buttiglione. “Giuda!”, strillò il Cavaliere chiedendo elezioni subito per sanare il “tradimento della volontà popolare”. “Puttani!”, gridò Fini, citando un famoso titolo del “Roma” sui monarchici che avevano scaricato Achille Lauro per la Dc (“I sette puttani”). Micciché tuonò: “Saltimbanchi, truffatori, massoni, boiardi di Stato che strisciano come vermi”. Nel 2007 B, che si era già annesso l’ex dipietrista De Gregorio passato da sinistra a destra ma poi aveva strepitato contro il “tradimento” di Follini passato da destra a sinistra, tentò subito la spallata a Prodi al Senato: fu intercettato mentre chiedeva a Saccà di sistemare a Raifiction alcune squinzie, una delle quali “non è per me, ma per un senatore della sinistra con cui sto trattando”. Alla fine il senatore restò con l’Unione e Giancarlo Innocenzi, autorevole membro dell’Agcom, masticò amaro: “Forse se lo sono ricomprato”. Poi Prodi cadde lo stesso, grazie all’accordo segreto fra Berlusconi e Mastella, poi ricompensato con un bel seggio europeo (con immunità incorporata). Ma guai a parlare di ribaltone, tradimento, Giuda. Dipende: quando si fa inversione a U in direzione Arcore, è sempre per una sincera crisi di coscienza. E c’è persino chi è disposto a rispolverare la Costituzione che affida ai parlamentari la rappresentanza di tutto il popolo, “senza vincolo di mandato”. Ora ci risiamo: per rimpiazzare i finiani sulle nuove leggi vergogna, B. ha pronta una pattuglia di voltagabbana disposti, a suo dire, a passare dall’opposizione alla maggioranza. Uno è già acquisito, il famoso ex Pd Villari. Altri conta di incamerarli presto: Cuffaro, Lombardo e i suoi (ma sarà vero?), i diniani e una spruzzata di Union-Valdôtaine e Südtiroler-Volkspartei (pare che voglia comprarli parlando in tedesco). La cosa ha schifato lo stesso Bossi, che ha suggerito di “chiamarli col loro vero nome: ascari”. Ma B. li ha già ribattezzati “la mia legione straniera”, anzi meglio: “Gruppo di responsabilità nazionale”. Non è meraviglioso?
6 - Un’altra Italia è possibile- di redazione
Le date dimostrano che la politica dell’ultimo secolo ha buchi di 40 anni nella successione di leadership di spessore. Soprattutto non siamo abituati a farci rappresentare da persone preparate: per fare politica in Italia non si va a scuola, anzi non essere istruiti è sinonimo di successo. O questo è ciò che ci dicono i fatti.
Ora io mi chiedo, se ci vuole un curriculum per aspirare a qualunque posizione lavorativa, perché per prendere i posti più importanti nella gestione di uno Stato, basta essere ladri, pressapochisti, ignoranti e con mille interessi personali da incrementare? Perché non pretendiamo credenziali e referenze da chi si candida? Perché pur venendo a conoscenza di degradanti vicende umane, la nostra coscienza si assenta e continuiamo a dare fiducia a persone eticamente improponibili?
Dall’inizio dei tempi la gestione del potere ha sempre implicato il conflitto di interessi, su questo non scopriamo niente di nuovo e neanche ci vogliamo più stupire. Ma quello che veramente non mi da pace è che questo modo di gestire lares publica abbia però portato alla stratificazione della cultura verso il mero chiacchiericcio: non sappiamo più cosa sono i valori politici, non ne sappiamo di storia, facciamo confusione tra le ideologie (che furono, perché oggi di ideologie origin ali non c’è più traccia), ci diciamo nostalgici della democrazia cristiana, disputiamo se sia giusto o meno intitolare delle strade a Craxi, ci conformiamo a tutto ciò che la Chiesa solleva come scandaloso, odiamo la scuola (gli insegnanti stessi odiano la scuola), se abbiamo un posto pubblico inneggiamo alla vita comoda e siamo arretrati come un borgo della steppa, se lavoriamo in un’azienda tendiamo continuamente a far le scarpe al collega. Se, peggio ancora, non abbiamo un lavoro, ci vergogniamo e ci sentiamo reietti.
Se oggi mio figlio mi chiedesse spiegazioni, io avrei seri problemi a fargli capire cosa sono i valori della società civile, perché lui mi chiederebbe di mostrarglieli. Cosa gli mostrerei?
Potrei raccontargli la vicenda umana di Gramsci, la sua lotta per l’elevazione etica della società, i suoi duri giorni in carcere a causa delle sue idee. Ma lui mi farebbe presente che Antonio è morto molto tempo fa. Già. Potrei allora dirgli della verve umana di Berlinguer, della sua voglia di Istituzioni a servizio del cittadino, della sua capacità di persuadere alla passione civile e di come proseguì il suo ultimo comizio nonostante un ictus in corso (evento che ce lo portò via). Ma anche Berlinguer è storia di 40 anni fa.
Mi rimane da mostrargli Nichi Vendola per un motivo tra tutti: il suo senso di tolleranza. Ma parliamoci chiaro: per essere tanto tolleranti, bisogna aver subito molte intolleranze. Non si cresce se non si viene livellati. Vendola dentro la sua persona integra perfettamente la preparazione storico-filosofica, la fede, l’omosessualità come identità, i valori delle proprie radici, la cooperazione sociale, il senso di giustizia, l’elevazione e lo sviluppo della cultura. Dove? Dove il perbenismo impera. Nel paese dove la politica non parla mai chiaro, un giorno si è alzato un letterato e ha cominciato a parlare con amore di chiarezza e con una dialettica da fare scuola. Perché, ed è un fatto, si può andare a scuola di retorica e di comunicazione politica ascoltando Nichi, ma si resta stupefatti dal suo parlare semplice, alla portata di tutti. Mi ha colpito moltissimo l’eleganza e il senso di rispetto espresso a Vittoria durante un’intervista, il suo umorismo delicato, il suo sentirsi piccolo, il suo senso di umiltà.
Ci puoi bere una birra e farti una chiacchierata con Nichi, ci puoi andare a teatro a vedere un’opera lirica, puoi andare nei campi a trebbiare il grano, puoi confrontarti sulla letteratura, puoi andare al cinema, puoi parlare di economia e di sviluppo, puoi farti invitare a pranzo: ti farà due spaghetti e ti offrirà del buon vino, senza che tu debba baciargli l’anello.
Il sapere se non è fruibile e se non si mette al servizio della società è lettera morta. Il potere se non è potere creativo non serve a nessuno, anzi è distruttivo. L’istituzione se non si mette il grembiule e non entra nelle vicende umane della microsocietà per elevarla nella dignità è anche inutile che esista. Oggi noi abbiamo questo valore di rappresentanza (per ora solo in Puglia) grazie a una persona che ha il coraggio di mettere in gioco valori che giacevano moribondi. La malaria del populismo stava rendendo la democrazia una favoletta immorale, la presunta libertà di parola era completamente sotto controllo di chi la parola la usava per sfregiare le coscienze.
Caro figlio mio, quando nascerai io mi auguro che un’altra Italia sia stata possibile. Oggi come oggi, noi qui ne intravediamo l’alba. Fonte: http://laparolachecrea.blogspot.com/