NOI ABBIAMO BISOGNO AL PIÙ PRESTO DEL NUOVO PARTITO DELLA SINISTRA
di G. Zanetta
Abbiamo bisogno di Sinistra e Libertà , abbiamo bisogno di un programma credibile che tocca la testa i sentimenti e il ventre molle del nostro paese, abbiamo bisogno di democrazia, abbiamo bisogno di aprire una seria riflessione dopo il congresso dei Verdi e alcune posizione dei compagni socialisti. Abbiamo bisogno di SINISTRA e basta. Abbiamo bisogno di sinistra con “un programma” che abbia un' anima alternativa, per far partecipare le forze progressiste, i giovani ed i movimenti del nostro paese. Che punti a riequilibrare redditi sempre più divaricati fra ceti sociali ed aree del paese. Che assicuri servizi universali accessibili e di alta qualità. Che sposti grandi risorse verso il lavoro, lo sviluppo sostenibile, la qualificazione del welfare, la scuola, la cultura, la ricerca. Che affronti con forza i vecchi e i nuovi problemi della moralità pubblica. Va costruito un rapporto tra la sinistra e quella generazione politica che ha dato voce a una speranza di rinnovamento che ricorda ciò che è accaduto dopo il 1968 : i molti movimenti.
E' sempre più urgente concentrare il lavoro sull'elaborazione di un programma/progetto che sappia parlare a movimenti e forze sociali. La nostra assemblea di dicembre si aprirà in una situazione politica che è drammaticamente cambiata rispetto al 2008. A circa due anni del ritorno della destra al governo del paese bisogna pur chiedersi quanto reggerà un sistema politico che sul lato destro vede crescere il sovversivismo del partito al governo con le leggi ad personam con la dichiarata volontà di cambiare la costituzione, mentre al centro il PD sta arrancando, sono ormai più di sei mesi a congresso; dal nostro lato stenta ad emergere quella nuova unione di sinistra ed il nuovo partito che molti di noi hanno chiesto a Napoli..
Quando parliamo della debolezza del Paese è anche di noi che dobbiamo parlare. A ben vedere sta qui la risposta più forte a chi - giustamente - si preoccupa del futuro della sinistra e del suo ruolo storico. È dalla novità della situazione storica che bisogna partire, essendo essa che c’impone la necessità (e al tempo stesso ci offre l'opportunità) di assumere una più alta responsabilità verso il paese.
Il nodo è questo. Da un lato è tempo di affermare senza ambiguità e retro-pensieri che tutta la situazione richiede, dopo i risultati elettorali e del “tutto mercato” non meno ma più potere politico e quindi non meno ma più forti strutture ed idee capaci, di coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e di restituire a loro diritti uguali e la possibilità di organizzarsi, di decidere, di contare che, questo spazio esiste tutto intero perché è ovvio che una lunga storia di divisioni feroci non si chiude semplicemente chiedendo gli uni agli altri di “fare solo passi indietro”.
Dovremmo chiedere a tutti noi di fare quel grande passo avanti che consiste nel dare risposta a una “crisi politica italiana”, sulla cui natura e gravità non è vero che siamo tutti d'accordo.
Questo è il punto. Noi siamo di fronte ad un nodo storico. Perché si tratta di una crisi della sinistra inedita che, non si misura con i numeri delle statistiche e che è difficilmente leggibile con le culture di cui disponiamo: né con le vecchie culture “classiste” ma nemmeno con la vulgata riformista apprese nelle università anglosassone.
La lotta di classe c’è, l’abbiamo persa, l’ha vinta il capitalismo.
Bisognerebbe riflettere piuttosto sulla storia d'Italia e domandarsi a che punto è arrivato il distacco da un’idea nazionale di quella intellettualità di massa (politici compresi) che dovrebbe rappresentare “l'armatura flessibile” del Paese e il suo cemento.
Questa è la crisi che, sta anche in casa nostra. Essa riguarda il modo d’essere complessivo del Paese, come dimostra l’estrema difficoltà perfino a pensare il nostro passato e quindi l'incerta idea che gli italiani hanno di sé e delle ragioni del loro stare insieme. In più sono venute meno le vecchie basi strutturali ( lo Stato centralistico, l'economia mista, la banca pubblica, il vecchio compromesso tra il Nord che produce e il Sud che consuma ma fornendo al Nord risparmio - la banca del Sud è un nuovo attacco al risparmio della gente -, mano d'opera a basso costo e un grande mercato protetto, l’incessante emigrazione e la trasmigrazione di milioni di persone dal sud verso il nord del mondo), e vengono a mancare anche le vecchie basi geo-politiche e geo-economiche. Di fatto le condizioni storiche grazie alle quali ci siamo sviluppati nel dopoguerra diventando un Paese “ricco” e una “potenza” mondiale.
Il Paese si è seduto ed è così difficile difendere ciò che resta del nostro apparato industriale. Non si capisce più che posto abbiamo nella divisione internazionale del lavoro (o meglio lo comprendiamo sui dati della disoccupazione), dato che ci siamo infilati in un vicolo cieco: non siamo più i produttori di beni di consumo, cioè delle cose che fornivamo noi a basso costo al vecchio mondo industriale e perso l'autobus delle nuove tecnologie per reggere alle sfide di un mondo nuovo, allargato, dove le merci a basso costo si producono altrove. Si batte la globalizzazione economica, nuova forma di imperialismo, con l’esportazione della globalizzazione dei diritti e non della guerra. La sinistra è chiamata a questa responsabilità, non solo in Italia. È evidente che, con tutto il rispetto per le ricette certamente utili degli economisti, senza un grande disegno politico non si esce da questo vicolo cieco. Il declino non è solo un fatto economico. È l'impossibilità per una media potenza di scommettere sul futuro se non ha una politica estera, se - grazie al centro destra - non sa se la costruzione europea è il suo destino oppure se l'Italia sta in Europa in quanto vassallo degli Stati Uniti e quindi col compito di sabotarla.
Il declino, è la rinuncia delle giovani coppie a fare figli perché i servizi sociali sono smantellati, è lo scarso livello del capitale umano perché la strada imboccata è quella dell'evasione fiscale, del lavoro precario e dell'arte di arrangiarsi. L’ultima trovata di Tremonti è sola preparatoria delle prossime elezioni regionali. L’emergenza: il lavoro e la sicurezza sul lavoro. Alla fine di quest’anno conteremo 3 milioni di disoccupati circa 800 mila lavoratori che hanno avuto incidenti sul posto di lavoro e oltre 1000 morti. Questa è la crisi italiana.
È il disperato bisogno del Paese di avere una guida e la mancanza di un’idea nazionale. Di qui dovrebbe partire il nostro pre-congresso costitutivo e parlare a tutta la sinistra italiana. Non dalle formule ma dalla necessità di contribuire alla costruzione di una forza che per la sua consistenza e la sua credibilità sia in grado di sciogliere la stridente contraddizione tra un grande patrimonio sociale e culturale, fatto di risorse e di valori quali solo poche regioni del mondo possiedono, e una tale mancanza di fiducia nel futuro per cui il Paese si è seduto, non rischia, non intraprende, non fa figli, dissipando così un immenso patrimonio di lavoro e di capacità imprenditoriali ed il sacrificio delle passate generazione, compreso i morti della seconda guerra mondiale.
Per fare questo noi non dobbiamo buttare a mare quel grande patrimonio politico e quello straordinario solco morale e intellettuale grazie al quale il socialismo e il nostro comunismo hanno segnato la storia d'Italia e d'Europa. È davvero stupido pensare di sostituire tutto questo con una sorta di grande lista civica. Sarebbe però assurdo negare la necessità e l'urgenza di “andare oltre” i confini del socialismo e del riformismo novecentesco, ma questo non può sfociare nel conformismo o nel radicalismo. E perciò è giunto il tempo di dare vita al nuovo partito della sinistra e di lasciare aperta la porta alle altre culture e altri riformismi, altri socialismi per contaminarci culturalmente e per dar vita a una vera, grande alleanza strategica. E’ tempo di chiamare alla lotta in Europa le grandi culture: quella nostra, come quella socialdemocratica, la cristiana, come i diversi amici della libertà e della dignità dell'uomo?
Il dialogo si fa a questa altezza. Non si fa al ribasso ma rendendo esplicita la posta in gioco.
Abbiamo bisogno di Democrazia.
Che cosa resta della nostra democrazia?. Qualsiasi manuale di diritto costituzionale c'insegna che la democrazia è “un'organizzazione interna dello stato secondo cui il potere politico emana dal popolo ed è esercitato dal popolo - un'organizzazione che consente al popolo governato di governare a sua volta per il tramite dei propri rappresentanti eletti”.
Accettare definizioni come questa, di una pertinenza al limite delle scienze esatte, in una trasposizione alla nostra esperienza di vita, equivarrebbe a non tener conto della infinita gradualità di condizioni patologiche di fronte alle quali si può trovare il nostro corpo in qualsiasi momento del tempo. In altri termini: il fatto che la democrazia possa essere definita con grande precisione non significa che funzioni nella realtà. Attenzione non stiamo sostituendo la vecchia burocrazia della prima/seconda repubblica con la nuova burocrazia degli amministratori, delle liste personali, del culto della personalità, roba tardo 800, altro che “innovazione” è solo “conservazione” o meglio ancora “smantellamenti” e ritorno alla società medioevale.
Un rapido excursus attraverso la storia delle idee politiche ci porta a quattro riflessioni spesso sbrigativamente accantonate, con la scusa che il mondo cambia. Perché le istanze del potere politico tentano di distogliere la nostra attenzione da un fatto evidente:
1 - all'interno stesso del meccanismo elettorale, si trovano in conflitto una scelta politica rappresentata dal voto e un'abdicazione civica, così vale anche per i partiti, non si deve fare il prossimo congresso con le regole del passato;
2 - non è forse vero che, nel preciso momento in cui la scheda è introdotta nell'urna, (oppure sono eletti gli organismi di un partito) l'elettore( o l’iscritto) trasferisce in mani terze, senza alcuna contropartita se non le promesse intese durante la campagna elettorale (o i congressi), quella parte di potere politico che possedeva fino allora in quanto membro della comunità di cittadini o di militanti del partito?;
3 - non è forse vero che quando il governo di questi “eletti”, ” istituzioni o partito” in realtà poi tutti i loro errori ri-cadono sulle spalle degli elettore/o degli iscritti, e nessuno paga?;
4 - Restituire ai cittadini la democrazia e la partecipazioni alle decisioni, deve essere la base del nostro programma e della nostra proposta anche nel futuro partito.
Ed ai nostri giorni è il premio Nobel per l’economia J. Stiglitz a definire il problema, (“The roaring fineties”, New York, 2003). “ Nessuna innovazione della vita politica democratica è possibile se gli interessi privati dei grandi gruppi sono più importanti degli interessi della collettività, ovvero se di fronte agli interessi prevalenti di alcuni, i cittadini cessano di essere uguali”. Motivo di più per esaminare che cosa sia la nostra democrazia, quale sia la sua utilità, prima di pretendere - ossessione della nostra epoca - di renderla obbligatoria e universale.
Pensiamo alle barbarie ed alle guerre del secolo scorso, sono bastati due proiettili per eliminare, J e R. Kennedy, Luter King, due aerei per il crimine delle torri gemelle di NY. Non è stato sufficiente per destituire due ex amici dell’occidente quale Bin Landen e Sadan, il vecchio arsenale di fuoco degli USA e dell’Europa in Iraq ed in Afganistan, decimando la popolazione civile inerme, quanti morti conteremo alla fina di questo delitto contro l’umanità, per l’esportazione della democrazia. Ricordiamoci che oggi nel mondo ci sono circa 70 guerre provinciali gestite indirettamente dal mondo occidentale, intento ad esportare la democrazia.
Questa caricatura di democrazia che, missionari di una nuova religione, cerchiamo d'imporre al resto del mondo, non è la democrazia.
Qualcuno ci dirà: ma le democrazie occidentali non sono basate sul censo e sul colore della pelle, e all'interno dell'urna il voto del cittadino ricco o di pelle chiara conta esattamente quanto quello del cittadino povero o di pelle più scura. A costo di raffreddare questi entusiasmi, diremo che le realtà brutali del mondo in cui viviamo rendono ridicolo questo quadro idilliaco, e che, in un modo o nell'altro, finiremo per ritrovarci con un corpo autoritario dissimulato sotto i più begli ornamenti della democrazia e noi in Italia siamo sulla buona strada E così, il diritto di voto, espressione di una volontà politica, è nel contempo un atto di rinunzia a quella stessa volontà, in quanto l'elettore la delega ad un candidato. Almeno per una parte della popolazione, l'atto di votare è una forma di rinunzia temporanea ad un'azione politica personale, tenuta in sordina sino alle elezioni successive, momento in cui i meccanismi di delega torneranno al punto di partenza, per riattivare lo stesso processo.
Ecco bisognerebbe poter rivoltare questo processo. Vorremmo che la delega sia restituita ad uomini e donne anche nel futuro partito. Questo deve essere uno dei punti della nostra battaglia e del nostro progetto politico. Questa rinuncia può costituire, per la minoranza eletta, il primo passo di un meccanismo che, nonostante le vane speranze degli elettori spesso autorizza a perseguire obiettivi che non hanno nulla di democratico e che possono costituire un'autentica offesa ai cittadini e alla legge. Oggi la delega è scippata, in linea di principio, a nessuno verrebbe in mente di eleggere come rappresentanti nelle istituzioni degli individui corrotti, anche se sappiamo per triste esperienza che le alte sfere del potere a livello sia nazionale che internazionale, talvolta sono occupate da criminali o dai loro mandatari. Però è anche vero che con le ultime elezione questo è avvenuto in Italia: inquisiti, condannati, al governo i Piduisti, in parlamento i grandi elettori delle mafie. L'esperienza conferma che una democrazia politica che non si basa su una democrazia economica e culturale è di ben scarsa utilità. Disprezzata e relegata nel dimenticatoio delle formule arcaiche, l'idea di una democrazia economica ha ceduto il posto ad un mercato trionfante fino all'oscenità che ha portato alla crisi mondiale della economia. Il capitale ha fallito, ha fallito la globalizzazione ed hanno pagato i lavoratori. E all'idea di una democrazia culturale si è sostituita quella, non meno oscena, di una massificazione industriale delle culture, uno pseudo miscuglio di culture e di classe di cui ci si serve per mascherare il predominio di una sola di esse. Noi crediamo di aver fatto dei passi avanti, ma in realtà regrediamo.
Una democrazia autentica, che come un sole inondasse della sua luce tutti i cittadini, dovrebbe cominciare da quello che abbiamo tutti sottomano, cioè il paese in cui nasciamo, la società in cui viviamo, la strada in cui abitiamo, i cittadini che incontriamo ed i loro bisogni. Se questa condizione non viene rispettata - e non lo è - vengono inficiati tutti i ragionamenti precedenti, vale a dire il fondamento teorico e il funzionamento empirico del sistema e della democrazia.
Oggi in Italia, partiamo da un dato agghiacciante e semplice: dal 2003 tre milioni di persone “ hanno difficoltà ad acquistare cibo” ed il numero cresce di anno in anno. In Italia, non in Africa; oltre 3 milioni di persone sono, quindi, povere. Al di sotto dei livelli della dignitosa sopravvivenza minima. Metà di questi “senza cibo” (quanti di loro sono anche “senza tetto”, visto che, nelle grandi città, un appartamento minimo, 50/70mq, costa non meno di 600-1200 euro al mese?)e non riescono mangiare.
In Italia, membro del ricco Occidente, della saggia Europa, dei fantastici Paesi più industrializzati, non tutti hanno il necessario. Quale democrazia per i nuovi emarginati?..Se la democrazia è veramente il governo del popolo, per il popolo e da parte del popolo, non ci sarebbe nulla da discutere, ma le cose non stanno così. E soltanto uno spirito cinico si azzarderebbe ad affermare che tutto va per il meglio nel mondo in cui viviamo. Si dice anche che la democrazia sia il sistema politico meno peggiore, e nessuno fa osservare che questa accettazione rassegnata di un modello che si contenta di essere “ il meno peggiore ”, può frenare a una ricerca verso qualcosa di “ possibile e di migliore “.
Lo sappiamo che, il potere democratico per sua natura è sempre provvisorio. Dipende dalla stabilità delle elezioni, ( 2008-9 ne sono la prova) dal flusso delle ideologie, e dagli interessi di classe. Si può vedere in lui una sorta di barometro organico che registra le variazioni della volontà politica della società. Ma, in maniera flagrante, sono innumerevoli le alternanze politiche apparentemente radicali, che hanno come conseguenza il cambiamento di governo, ma che non sono poi accompagnate da quelle trasformazioni sociali, economiche e culturale fondamentali che lasciava supporre il responso elettorale.
Parliamoci chiaro: i cittadini non hanno eletto i loro governi perché questi li “ offrano “ al mercato. Ma il mercato condiziona i governi affinché questi gli “ offrano “ i loro cittadini, materia pregiata per la nostra società dei consumi.
Nel nostro tempo di globalizzazione liberista, il mercato è lo strumento per antonomasia dell'unico potere degno di tale nome, il potere economico e finanziario. Questo non è democratico perché non è stato eletto dal popolo, non è gestito dal popolo e soprattutto perché non si prefigge come finalità il bene del popolo. Impossibile negare l'evidenza: la massa di poveri chiamata a votare non è mai chiamata a governare ma solo a soccombere nella guerra quotidiana, dell’inflazione, della disoccupazione, del lavoro precario, in pratica combatte giorno per giorno per poter arrivare alla fine del mese, per sopravvivere.
Nell'ipotesi di un governo formato dai poveri, in cui questi rappresentassero la maggioranza, come ha immaginato Aristotele nella sua “Politica”, essi non disporrebbero dei mezzi necessari a modificare l'organizzazione dell'universo dei ricchi che li dominano, li sorvegliano e li soffocano, ecco noi abbiamo una missione quello di dare gli strumenti a questi cittadini per poter governare, cos’è questo se non socialismo.
La pretesa democrazia occidentale è entrata in una fase di trasformazione retrograda che non è più in grado di fermare e le cui conseguenze prevedibili saranno la sua stessa negazione. Non c'è alcun bisogno che qualcuno si assuma la responsabilità di liquidarla, è essa stessa a suicidarsi ogni giorno che passa.
Che fare? Riformarla?
Sappiamo che riformare, come ha scritto con tanta eloquenza l'autore del Gattopardo , altro non è se non cambiare quello che è necessario perché non cambi nulla.
Ci domandiamo ha questa funzione la deriva riformista della sinistra italiana? Rinnovarla? A quale modello per il futuro dobbiamo guardare?. O, a quale epoca del passato sufficientemente democratica si vorrebbe ritornare, e partire da lì per ricostruire con nuovi/vecchi materiali, la democrazia Allora noi diciamo: rimettiamola in discussione. Se non troveremo un mezzo di re-inventarla, non si perderà soltanto la democrazia, ma anche la speranza di vedere un giorno i diritti umani rispettati su questo pianeta. Sarebbe questo il fallimento più clamoroso del nostro tempo, il segnale di un tradimento che segnerebbe per sempre l'umanità.
Allora… Ripartiamo dal quotidiano, dai bisogni dei cittadini. Il pre-congresso è una buona occasione per discutere, per restituire al nostro paese la democrazia, la dignità intellettuale e morale e, l'energia per uscire dalla spirale negativa che ha portato al degrado tutte le istituzioni culturali,politiche e l’esclusione del parlamento della sinistra. La differenza, cioè, tra una visione minimalista che prende atto della struttura dei bisogni e il ritorno, invece, alla grande politica in cui la posta in gioco è sempre il problema del senso della vita collettiva e individuale. Non facciamoci oscurare dalle primarie del PD.
Sappiamo bene che queste parole sono destinate a suscitare l''ironia di quanti praticano il disincanto come terapia d’addomesticamento delle passioni sociali, ma siamo convinti che senza l'investimento affettivo sulla prospettiva di un futuro diverso una formazione sociale diventi prima un condominio rissoso e poi una clinica psichiatrica, d’individui chiusi in una solitudine disperata.
Sotto questo profilo, chi pensa di battere il centro destra con la contestazione del mancato mantenimento delle promesse o con l'analisi delle finanziarie non ha capito il carattere profondamente politico e innovativo della destra italiana e del suo carattere devastante proprio perché capace di suscitare consenso di massa e sintesi sociale, esasperando l’egoismo aggressivo, il razzismo e l'individualismo possessivo della tarda modernità.
Veniamo, dunque, al punto della ricerca dei principi e delle idee che possono istituire una nuova distinzione tra la sinistra, il centro e la destra, per riconquistare la fiducia dei cittadini, pertanto punti di riferimento per nuove idee e per un programma per parlare alle persone e riavere il consenso per divenire forza di governo sono:
• La prima differenza è la concezione della democrazia e del suo rapporto con i diritti umani universali. La democrazia di cui oggi si parla è diventata soltanto una tecnica opportunistica per l'allocazione della risorsa “consenso”, e, come tutte le tecniche, esportabile senza alcun riferimento alle identità culturali. Viceversa, siamo convinti che la democrazia sia una forma di vita orientata allo sviluppo dell'autogoverno sociale attraverso la partecipazione attiva di tutti i cittadini alle decisioni. La democrazia istituisce la distinzione tra pubblico e privato. I cittadini vogliono sapere dove vanno a finire i loro soldi. La democrazia non è perciò dissociabile dalla ricerca della verità, dall''informazione sui fatti su cui occorre prender partito, e suoi nemici principali sono la menzogna, il sospetto, la manipolazione e la disinformazione.
• La seconda differenza è perciò, la politica estera, che oggi significa niente più e niente meno della guerra al terrorismo proclamata a suo tempo da Bush, Blair/Brown, Sarkozy e Berlusconi e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, relativamente alle relazioni con le altre culture e civiltà. Anche in questo campo è decisiva la differenza tra inganno e verità. Sull'Iraq abbiamo assistito all''apologia della menzogna di stato e all'ipocrisia della missione umanitaria, senza dare ai cittadini italiani una giusta rappresentazione degli enormi interessi di potere economico e di dominio mondiale che hanno spinto Bush a intraprendere questa sciagurata iniziativa. Sono stati impediti, infatti, ogni tentativo di comprensione delle ragioni del mondo islamico, e persino la pietà e la denuncia delle migliaia di morti civili, donne, vecchi e bambini, uccisi dalle bombe intelligenti non solo delle armate Usa. È vergognoso che in un paese democratico chi, pur condannando duramente la ferocia terroristica, esprime indignazione e condanna anche le stragi di civili Iracheni, Afgani, sia escluso dalla comunità civile e accusato di complicità con il nemico. Guernica, le bombe atomiche sul Giappone, i campi di concentramento ci avrebbero dovuto lasciare nel nostro DNA l’indignazione per la morte. Ma, oggi qualche cosa è cambiato negli USA c’è Obama, una nuova speanza.
• La terza differenza riguarda la tutela della vita e dell'ambiente contro le forme d’egemonia scientifiche e tecnologiche che tendono a distruggere le specificità delle culture e le differenze fra le identità sociali. Il rapporto tra tecnica e vita non è solo una questione etica, ma eminentemente politica, perché si tratta di scegliere fra un''omologazione sostanzialmente biologista, fondata sulla presunta neutralità della tecnica applicata al vivente, e una visione “umanistica” delle diverse società. Solo la grande politica può governare la tecnica senza far assoggettare l'umanità al sistema tecnico attualmente legato agli interessi economici dei grandi poteri.
Si condividano o no queste considerazioni, in ogni caso è certo che se si vuol battere l'iperpoliticità del messaggio apparentemente impolitico della destra ed in particolare di Berlusconi e Bossi, bisogna alzare il livello del dibattito e riportarlo sui temi che oggi possono definire il terreno della Grande Politica. Il PD non centra è in parte omologato a quel modello e va recuperato ad un nuovo dialogo con la sinistra.. Se si vuole, cioè, battere non un modo di amministrare ma una visione della società e del modo. È possibile ancora, nell'epoca della globalizzazione, parlare di grande politica o bisogna rassegnarsi al trionfo dell'individualismo singolarizzato e impersonale nella forma dell'edonismo consumistico e garantito dal sistema-apparato tecnico-economico? Questo è il vero terreno sul quale si gioca la sopravvivenza della sinistra.
La nuova sinistra, sono in realtà parole vuote se designano mere aggregazioni senza idee forti, valori guida ed al centro della nostra discussione non ci sia la persona. Di questo occorre discutere. Da qui bisogna incominciare per ricostruire la SINISTRA e la democrazia nel nostro paese.
Non perdiamo questa occasione, discutiamo e mettiamo in campo il nuovo partito della sinistra.
venerdì 14 maggio 2010
Saggio di Henri Menudier
IL MONDO VISTO DA BERLINO. “La Germania non è mai stata così libera” Saggio di Henri Menudier docente all'Università di Paris III nuova Sorbona
Negli ultimi ventanni la Germania ha ritrovato una posizione di grande rilievo sullo scacchiere internazionale. Per rassicurare i suoi vicini, ostenta ponderazione e continuità nella sua politica estera.
UNA SORPRENDENTE costanza che non esclude alcuni ritocchi... fino al 1990, la politica estera della Repubblica federale tedesca (Rft) è stata caratterizzata da un certo riserbo dovuto al suo passato hitleriano e alla divisione in varie zone del paese. Del resto, fu il contesto internazione che, alla fondazione del paese nel 1949, determinò l'emergenza dei due pilastri della gestione delle relazioni internazionali. Da un lato, l'ancoraggio all'Ovest e il riarmo, sotto la guida del primo cancelliere della Rft, Konrad Adenauer, responsabile dell'Unione cristiano-de¬mocratica della Germania (Cdu). Dall'altro, l'aper¬tura all'Est - od Ostpolitik. Lanciata dal primo go¬verno di grande coalizione tra la Cdu, l'Unione cristiano-sociale (Csu) e il Partito socialdemocra¬tico (Spd), dal 1966 al 1969, essa sarà sistemati¬camente ripresa dai cancellieri Willy Brandt dal 1969 al 1974, e Helmut Schmidt (Spd) dal 1974 al 1982, nonché dal loro successore Helmut Kohl (Cdu) che vi si adattò dopo averla in un primo tempo combattuta.
Si poteva immaginare che il crollo del muro di Berlino e la riunificazione della Germania avreb-bero scatenato una vampata di nazionalismo, un risveglio delle spinte autoritarie, forse un gioco altalenante tra Est e Ovest. Sconvolgimenti tali da portare probabilmente a una rottura nella poli-tica estera tedesca. In effetti i paesi vicini cono¬scevano cambiamenti in grado di rendere obso¬leti quasi tutti gli atlanti geografici: scomparsa dell'Unione sovietica, del Consiglio di mutua as¬sistenza economica (Comecon) (1), del patto di Varsavia; emergenza di nuove strutture statali: ri¬forme all'interno dell'Unione europea e dell'Al¬leanza atlantica; emergenza di nuovi conflitti nel mondo...
Tutti questi avvenimenti hanno molto colpito la Germania. Ciononostante, la sua politica estera è rimasta prudente e non si è poi sensibil¬mente discostata dalla linea precedente - se non in un unico caso, quando il cancelliere Gerhard Schròder (Spd) rifiutò di appoggiare l'intervento militare statunitense in Iraq, nel 2003. Negli ultimi due decenni, i dirigenti tedeschi hanno in realtà fatto di tutto per rassicurare i loro partner stranie¬ri e convincerli che le lezioni della storia non era¬no state dimenticate.
INCHINARSI DAVANTI ALLA BANDIERA FRANCESE.
QUESTA SCARSA propensione al cambia¬mento si deve tanto alle disposizioni istitu¬zionali specifiche del paese quanto alla perso¬nalità dei suoi dirigenti politici. Anzitutto, il fede¬ralismo, con una ampia suddivisione dei poteri tra le regioni (Lànder) e lo stato federale spinge i partiti a cooperare più che ad affrontarsi. I veri dissidi sugli orientamenti della politica estera (ancoraggio all'Ovest, riarmo, Ostpolitik, euro¬missili) risalgono a prima del 1989. Dopo la ri¬unificazione, prevale un consenso piuttosto am¬pio - salvo, di recente, sulla questione dell'inter¬vento militare in Afghanistan dove sono stati uc¬cisi soldati tedeschi.
Peraltro la Legge fondamentale, in particolare all'articolo 65, affida al cancelliere il compito di delineare i grandi orientamenti politici. Sebbene la Legge precisi che, in questo quadro, «ogni mi-nistro federale dirige il proprio dipartimento auto¬nomamente e sotto la propria responsabilità», il potere del capo del governo non è contestato, e capita spesso che il suo ministro degli esteri sia vice-cancellière e persine presidente dell'altro partito della coalizione.
Fedeli a un approccio comunitario e multilate¬rale, i vari cancellieri hanno gestito le situazioni di crisi privilegiando le soluzioni civili. Il ricorso a mezzi militari, molto restrittivo, interviene solo su richiesta di organizzazioni internazionali quali l'Ue, la Nato o l'Onu, e con il consenso del Par-lamento. Un pragmatismo e una ponderazione che non hanno impedito alla nuova Germania,
molto lucida circa i suoi interessi, di esercitare in pieno responsabilità accresciute.
Helmut Kohl (1982-1998), considerandosi l'ere¬de spirituale di Adenauer, si è subito adoperato per dissipare le preoccupazioni circa la sua politi¬ca estera dichiarando che l'unità del suo paese e quella dell'Europa erano le due facce di una unica medaglia. Egli fu uno dei principali artefici del trat¬tato di Maastricht, firmato nel 1992, e dell'istituzio¬ne dell'Unione economica e monetaria (Uem). Gli si deve inoltre la politica di allargamento dell'Unio¬ne e della Nato ai paesi dell'Europa orientale. An¬che a prezzo di aspri negoziati, Kohl non ha mai smesso di ricercare il consenso di Parigi. Diceva con malizia:«Davanti alla bandiera francese, dob¬biamo sempre inchinarci due volte (2)».
NUMEROSE TENSIONI CON PARIGI
CONSAPEVOLE dei limiti e dei vincoli imposti al paese, nel 1989 Kohl declinò l'offerta degli Stati uniti di diventarne il partner privilegiato. Tut¬tavia sono ragioni di ordine assieme costituzio¬nale - divieto fatto alla Bundeswehr, il nuovo esercito creato nel 1955, di intervenire al di fuori delle frontiere della Nato - e pratico che vietaro¬no alla Germania di partecipare alla guerra con¬tro l'Iraq dopo l'invasione del Kuwait nel 1990-'91. Una guerra che il paese appoggiò comun¬que attraverso un sostanzioso contributo finan¬ziario, detto «politica degli assegni». In conse¬guenza, e dopo che la Corte costituzionale fede¬rale ebbe autorizzato, nel 1994, gli interventi mili¬tari tedeschi al di fuori della zona geografica co¬perta dall'Alleanza atlantica, Helmut Kohl avviò la necessaria riforma della Bundeswehr per age¬volarne lo sviluppo.
Nell'opposizione, Spd e Verdi avevano criticato la «militarizzazione» della politica estera. Ma, pochi mesi dopo il loro arrivo al potere, dal mar¬zo al giugno 1999, la Bundeswehr prese parte ai bombardamenti Nato contro la Serbia, nell'inten¬to - questa la giustificazione ufficiale - di preve-nire un «genocidio» nel Kosovo. Il ministro degli esteri Joschka Fischer (Verdi) giustificò questo intervento con un riferimento ai fatti di Auschwitz «che non avrebbero dovuto ripetersi». Lo stesso governo sostenne il concetto della politica euro¬pea di sicurezza e di difesa (Pesd) e inviò soldati nei Balcani, in Afghanistan e in Africa.
Tuttavia gli sviluppi della crisi iugoslava aveva¬no sottoposto la Germania ai fuochi della critica (3). Nel dicembre 1991, dopo aver incoraggiato la loro secessione, aveva infatti frettolosamente riconosciuto la Croazia e la Slovenia. Questa de¬cisione di fare da sola le valse l'esclusione dai negoziati sulla ex Jugoslavia per due anni. Al momento dell'intervento nel Kosovo - problema¬tico perché privo di un mandato esplicito dell'Onu -, la Bundeswehr si schierò con i suoi alleati Nato per porre fine, secondo le autorità tede¬sche, alla violazione dei diritti umani da parte dei serbi, per evitare una catastrofe umanitaria e sta¬bilizzare la regione.
Ciò non di meno, l’unilateralismo della politica americana, il suo aggirare il diritto internazionale, l'ostentato disprezzo verso l'Onu spiacevano sempre di più a Berlino. Nonostante la «solidarie¬tà illimitata» promessa a George W. Bush in se¬guito agli attentati dell'11 dicembre 2001, Schròder (1998-2005) ruppe spettacolarmente con lui rifiutando di coinvolgere il suo paese nella guerra contro l'Iraq. «Le questioni essenziali riguardanti la nazione tedesca sono trattate a Berlino e in nessun altro luogo», proclamò Schròder con for¬za davanti al Parlamento il 13 settembre 2002. È probabile che non sarà la crisi finanziaria, econo¬mica e sociale scatenata dal fallimento di Leh¬man Brothers nel 2008 a indurre l'attuale gover¬no a cambiare linea.
Liberato da ogni complesso d'inferiorità e de¬ciso a difendere rumorosamente gli interessi na-zionali, Schròder fece talvolta dichiarazioni sor¬prendenti, in particolare quando affermò, nel di-cembre 2008: «Più della metà del denaro brucia¬to in Europa è pagato dai tedeschi (4).» In segui¬to, i dissensi con Parigi si sono moltiplicati : nel 1999, a proposito della politica agricola comune (Pac), ritenuta troppo costosa da Schròder; nel 2000, durante i negoziati sul trattato di Nizza, ir occasione della lite circa la nuova ponderazione dei voti al Consiglio europeo. Tuttavia egli lavorò a un riavvicinamento tra Parigi e Mosca, pur po¬nendosi come il fautore di una «via tedesca» (der deutsche Weg) che ha spiacevolmente ricordato le particolarità dell'«afro cammino» (Sonderweg) della seconda metà del XIX secolo. Dopo il falli¬mento dei movimenti nazionali e liberali, nel 1848, la costruzione dello stato e il processo di unificazione della Germania erano sfociati, in un contesto di rapida industrializzazione, in un regi¬me autoritario e pan-germanista che si oppone alle potenze occidentali.
DELUSIONE IN SENO ALL'UNIONE.
NONOSTANTE queste spiacevolezze lingui¬stiche, Schròder è riuscito a gestire le rela¬zioni internazionali con cauta determinazione: egli ha portato a termine l'allargamento della Na¬to e dell'Unione e ha fatto adottare il progetto di Costituzione europea che i francesi avrebbero invece respinto il 29 maggio 2005. In questo stesso anno egli accettò con fatica la vittoria, di stretta misura, di una donna, Angela Merkel - la quale, oltre tutto, sosteneva la politica di Bush...
La cancelliera Merkel ha riallacciato il dialogo con gli Stati uniti, reso la politica estera tedesca meno dipendente dalla Francia e preso le distanze dalla Russia il cui presidente Putin era considerato poco rispettoso dei diritti umani. Usando toni mo¬derati, la Merkel ha talvolta ammorbidito le sue posizioni ma senza rinunciare al suo obiettivo: la Germania deve assumere più responsabilità. Agli occhi dei tedeschi, essa ha conquistato una gran¬de autorità internazionale presiedendo con suc¬cesso il Consiglio europeo e il G7 nel 2007.
Tra i successi rivendicati, l'adozione del tratta¬to di Lisbona, il rilancio del partenariato Ue-Russia e il protocollo di Kyoto sul clima. Impegnata nella ricerca della pace nel Vicino Oriente, Merkel ha avviato un dialogo con Israele e con i palesti¬nesi. Infine essa ostenta un interesse persistente verso l'Africa (5) e non ha mai rimesso in causa gli interventi internazionali della Bundeswehr.
Molto attenta ai suoi partner, la cancelliera non esita tuttavia a disapprovarli, addirittura ad op-porvisi. La gestione della crisi finanziaria ed eco¬nomica mondiale infatti ha creato numerose ten-sioni tra Parigi e Berlino (6). La Merkel ha critica¬to il presidente Bush a proposito delle carceri se-grete della Già: «Una istituzione come Guantanamo non può e non deve esistere a lungo termi¬ne» ha affermato nel gennaio 2006 (7).
Per evitare di indispettire la Russia, Angela Merkel ha chiesto il rinvio dell'ingresso della Georgia e dell'Ucraina nella Nato. Le minacce ci¬nesi di ritorsione non le hanno impedito di ricevere il Dalai Lama nel 2007 e di ignorare l'apertu¬ra dei Giochi olimpici a Pechino nel 2008: poiché la sua politica estera si proponeva altri obiettivi, la cancelleria poteva offrirsi il lusso di un dissa¬pore passeggero con Pechino. Tanto più che la Cina non può fare a meno della Germania sul piano economico.
Cionondimeno l'ancoraggio a Ovest rimane il fondamento delle relazioni della Germania con il resto del mondo: non si colloca a pari distanza tra Washington e Mosca e non ritiene di essere una potenza centrale in Europa. Di più, le sfide cruciali che si presentano nel XXI secolo raffor¬zano un approccio multilaterale.
L'impegno euro-atlantico poggia sulla coope-razione franco-tedesca, sull'integrazione euro¬pea e sul partenariato atlantico costruito con gli Stati uniti e la Nato - due elementi difficilmente dissociabili. Dalla dichiarazione di Robert Schuman (9 maggio 1950) (8) e dal trattato dell’Elysée (1963) - trattato di amicizia e di cooperazione tra Bonn e Parigi -, la coppia franco-tedesca svolge un ruolo motore nella costruzione europea. Ma la sua influenza tende ad annacquarsi con i suc-cessivi allargamenti dell'Unione; e, nonostante plateali abbracci, la volontà di concertazione non esclude severi scontri sui contenuti da dare a questa Europa in perenne gestazione. Di conse-guenza si sente spesso parlare di una canalizza¬zione, di un disincanto, addirittura di uno squili-relazioni franco-tedesche.
Sta di fatto che, al di là delle differenze di stile e di personalità, Sarkozy e Angela Merkel sono stati in disaccordo sul progetto di un'Unione me¬diterranea (dalla quale la Germania sarebbe stata esclusa) diventata Unione per il Mediterraneo, sull'indipendenza della Banca centrale europea (Bce) e sulla gestione economica dell'Unione. Al¬tre divergenze sono apparse circa le soluzioni da dare alla crisi finanziaria ed economica e alla ri¬organizzazione del sistema finanziario internazio-nale. Infine, le tensioni determinate dalla crisi greca fanno emergere posizioni contrastanti sul tema della «solidarietà europea».
In effetti, nel marzo 2010, per non incoraggiare il «lassismo» che, a suo parere, rischia di diffon-dersi nella zona euro, Angela Merkel si mostra intransigente nei confronti di un'Atene maltrattata dai mercati finanziari. Il 23 marzo, la cancelliera riesce a imporre la sua soluzione: il ricorso all'Fmi e agli aiuti bilaterali. Per rassicurare il mondo della finanza, l'11 aprile si giunge a un nuovo ac¬cordo europeo. L'ammontare dei prestiti bilaterali sarà commisurato alla quota che ogni singolo stato ha nel capitale della Bce, di cui la Germania è il primo contributore. Due approcci che si com¬pletano: la gestione rigorosa della zona euro (po¬sizione tedesca) dovrebbe andare di pari passo con la solidarietà e un vero coordinamento delle politiche economiche (posizione francese), sen¬za toccare l'indipendenza della Bce.
Tuttavia l'intesa franco-tedesca rimane indi¬spensabile: se non è sufficiente a far avanzare l'Europa, la sua scomparsa le impedirebbe di fa¬re progressi. Di più, le divergenze tra i due paesi, spesso molto mediatizzate, non devono far di¬menticare l'importanza delle convergenze - che la stretta collaborazione quotidiana dei loro go¬verni, molto impegnata sul piano europeo, mette in luce.
Il fatto è che l'Europa, molto legata alla storia te¬desca, conserva una importanza fondamentale per questo paese: dopo il 1945, essa gli ha dato una specie di identità di sostituzione e ha costrui¬to il quadro nel quale il paese ha potuto, poco a poco, recuperare la propria sovranità confiscata dagli alleati. È la ragione per cui la Germania ha sempre esercitato un ruolo di primo piano nei ne¬goziati europei. Se, ciononostante, dagli anni '90, Berlino ha privilegiato l'allargamento a scapito dell'approfondimento, oggi si mostra meno inte¬grazionista, accetta più facilmente la cooperazio¬ne intergovernativa e non esita a difendere i propri interessi - così come gli altri paesi.
Nel 2006, Fischer aveva tirato il campanello di allarme, denunciando «uno spostamento di pro-spettiva fatale»; aggiungendo: «l'Europa ha smesso di essere il progetto centrale della politi¬ca tedesca» (9) e sarebbe percepita troppo attra¬verso il prisma deformante degli interessi nazio¬nali. Tanto Schròder sosteneva l'ingresso della Turchia in Europa, quanto la Merkel vi si oppone¬va, consigliando un partenariato privilegiato -con il rischio di scontentare l'alleato americano.
Tuttavia il disaccordo con Washington circa la guerra in Iraq nel 2003 e la delusione ostentata da Angela Merkel di fronte allo scarso interesse mostrato dal presidente Obama verso l'Europa non devono far dimenticare il legame ombelicale che unisce queste due potenze sin dal 1949. Gli Stati uniti sono all'origine della Rft; essi hanno agevolato la ricostruzione del paese mediante il piano Marshall, ne hanno garantito la sicurezza e quella di Berlino durante la guerra fredda e ne hanno organizzato il riarmo controllato nel qua¬dro della Nato. Anche se i conflitti si sono spo¬stati alla periferia o al di fuori dall'Europa, la Ger¬mania dipende tuttora dalla presenza militare americana all'interno delle sue frontiere e, più lar¬gamente, sul continente.
Una fitta rete di cooperazioni multilaterali.
GRAZIE AL CROLLO della cortina di ferro nel 1989-'90, la Germania ha ristabilito in pieno i suoi tradizionali legami con i paesi dell'Europa centrale e orientale (Reco). I rapporti con la Polo¬nia e la Repubblica ceca, oggetto di molta atten¬zione, tuttavia rimangono difficili a causa dell'e-spulsione dei tedeschi da questi paesi nel 1945. Berlino ha peraltro sviluppato una politica attiva di vicinato con gli stati vicini della Russia (Bielo¬russia, Ucraina e Moldavia) e, in nome della pre-venzione dei conflitti, esprime un interesse sicuro verso i regimi del Caucaso (Georgia, Armenia e Azerbaigian) e dell'Asia centrale.
Secondo la Germania, la soluzione dei gravi problemi di paesi quali l'Iraq, l'Afghanistan, il Pa¬kistan o l'Iran è di competenza delle organizza¬zioni internazionali di cui essa è un contribuire finanziario importante. La sua politica cerca di circoscrivere il ricorso alla forza per privilegiare soluzioni multilaterali.
Nel 1990, la promessa di un sostanzioso aiuto economico e finanziario ha convinto l'Urss ad accettare l'unità tedesca. Per ragioni legate al passato (la storia degli imperi russo e tedesco, le guerre mondiali del XX secolo), ma anche per ra¬gioni economiche (la dipendenza energetica) e strategiche (la pace in Europa), le relazioni con la Russia sono di primaria importanza per Berlino. I dirigenti tedeschi si mostrano attenti a rispar¬miare una potenza che ha perso molto potere negli ultimi vent'anni. Hanno intrecciato con la Russia una stretta rete di cooperazioni bilaterali, europee e multilaterali, pur avendo cura di non ri¬svegliare i timori dei Reco, i quali non hanno di-menticato la tutela del Cremlino.
Le vive critiche sorte in seguito al progetto di gasdotto che, sotto il Baltico, collegherà diretta-mente Russia e Germania del nord, illustrano be¬ne le precauzioni che devono prendere i dirigenti tedeschi. Questi rimproveri sono stati ascoltati poiché altri partner, tra cui Francia, sono oggi as-sociati al progetto. A prescindere dalle crisi poli¬tiche (Cecenia e Georgia) e dai persistenti disac-cordi sulla questione dei diritti umani, il costante consolidamento della cooperazione economica e la riduzione della dipendenza energetica tede¬sca sono considerati punti fondamentali. Per ga-rantire la stabilità, Berlino vuole che Mosca sia un partner a pieno titolo - obiettivo, questo, rela-tivamente facile, se paragonato con la comples¬sità del puzzle asiatico.
L'Asia rappresenta un vasto insieme troppo eterogeneo perché si possa descrivere somma-riamente la politica seguita da Berlino nei con¬fronti di questo continente. If suo approccio re-gionale stabilisce una distinzione tra l'Asia orien¬tale (Cina, Giappone, Corea), l'Asia del Sud-Est (in particolare i dieci paesi dell'Associazione del¬azioni dell'Asia del Sud-Est [Asean]) e l'Asia del sub-continente indiano (in particolare l’Afghanistan. l'India e il Pakistan). La Cina che, nel
2009. ha superato la Germania come prima potenza esportatrice mondiale, è oggetto di grande attenzione, ma da alcuni anni si nota un crescen paesi emergenti, attori di primo piano nelle rela-zioni internazionali future.
Nella sua dichiarazione governativa inaugurale del 20 settembre 1949, il primo cancelliere, Adenauer, si era fissato tre obiettivi per la Repubblica federale la quale, in quel tempo, non disponeva ancora di un ministero degli esteri: la sovranità nazionale e l'uguaglianza di diritti con le altre na¬zioni, la costruzione europea, la riunificazione. Grazie a una politica che è stata in grado di ade¬guarsi ai cambiamenti interni e all'evoluzione del contesto internazionale, questi obiettivi sono stati raggiunti il 3 ottobre 1990. Rivolgendosi per la prima volta ai deputati, il 30 novembre 2005, la cancelliera Merkel ha rilevato: «La Germania non è mai stata libera quanto lo è oggi».
(1 ) Organizzazione di mutua assistenza economica tra i paesi del blocco comunista.
(2) Citato da Maxime Lefebre, «L'Allemagne et l'Europe», Revue Internationale et stratégique, n° 74, Armand Colin, Parigi, 2009
(3) «Le responsabilità della Germania e del Vaticano nella accelerazione della crisi» sono state «palesemente schiaccianti», dichiarerà il 16 giugno 1993 il ministro francese degli esteri Roland Dumas. Si legga Paul-Ma¬rie de La Gorce,«Les divergences franco-allemandes mises a nu», Le Monde diplomatique, settembre 1993.
(4) Citato da Jacques Pierre Gougeon, L'Allemagne du XXI° siede, une nouvelle nation, Armand Colin, Parigi, 2009.
(5) Si legga Raf Custers, «Le segrete intenzioni dei paesi europei», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2006.
(6) Sostenuta da una severa politica di austerità salariale, la bilancia commerciale tedesca sbandiera un importante attivo. Questo squilibrio è stato di recente criticato (seb¬bene in termini misurati) dalla ministra francese dell'e¬conomia, Christine Lagarde. Infatti, gli attivi tedeschi so¬no, necessariamente, all'altezza... dei disavanzi dei suoi partner commerciali, tra cui la Francia.
(7) Der Spiegai, Amburgo, 7 gennaio 2006.
(8) II ministro francese degli esteri annunciava il progetto della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ce¬ca), basato su un accordo franco-tedesco e realizzato nel 1951.
(9) DerSpiegel, 21 dicembre 2008. (Traduzione di m.g.g.)
Negli ultimi ventanni la Germania ha ritrovato una posizione di grande rilievo sullo scacchiere internazionale. Per rassicurare i suoi vicini, ostenta ponderazione e continuità nella sua politica estera.
UNA SORPRENDENTE costanza che non esclude alcuni ritocchi... fino al 1990, la politica estera della Repubblica federale tedesca (Rft) è stata caratterizzata da un certo riserbo dovuto al suo passato hitleriano e alla divisione in varie zone del paese. Del resto, fu il contesto internazione che, alla fondazione del paese nel 1949, determinò l'emergenza dei due pilastri della gestione delle relazioni internazionali. Da un lato, l'ancoraggio all'Ovest e il riarmo, sotto la guida del primo cancelliere della Rft, Konrad Adenauer, responsabile dell'Unione cristiano-de¬mocratica della Germania (Cdu). Dall'altro, l'aper¬tura all'Est - od Ostpolitik. Lanciata dal primo go¬verno di grande coalizione tra la Cdu, l'Unione cristiano-sociale (Csu) e il Partito socialdemocra¬tico (Spd), dal 1966 al 1969, essa sarà sistemati¬camente ripresa dai cancellieri Willy Brandt dal 1969 al 1974, e Helmut Schmidt (Spd) dal 1974 al 1982, nonché dal loro successore Helmut Kohl (Cdu) che vi si adattò dopo averla in un primo tempo combattuta.
Si poteva immaginare che il crollo del muro di Berlino e la riunificazione della Germania avreb-bero scatenato una vampata di nazionalismo, un risveglio delle spinte autoritarie, forse un gioco altalenante tra Est e Ovest. Sconvolgimenti tali da portare probabilmente a una rottura nella poli-tica estera tedesca. In effetti i paesi vicini cono¬scevano cambiamenti in grado di rendere obso¬leti quasi tutti gli atlanti geografici: scomparsa dell'Unione sovietica, del Consiglio di mutua as¬sistenza economica (Comecon) (1), del patto di Varsavia; emergenza di nuove strutture statali: ri¬forme all'interno dell'Unione europea e dell'Al¬leanza atlantica; emergenza di nuovi conflitti nel mondo...
Tutti questi avvenimenti hanno molto colpito la Germania. Ciononostante, la sua politica estera è rimasta prudente e non si è poi sensibil¬mente discostata dalla linea precedente - se non in un unico caso, quando il cancelliere Gerhard Schròder (Spd) rifiutò di appoggiare l'intervento militare statunitense in Iraq, nel 2003. Negli ultimi due decenni, i dirigenti tedeschi hanno in realtà fatto di tutto per rassicurare i loro partner stranie¬ri e convincerli che le lezioni della storia non era¬no state dimenticate.
INCHINARSI DAVANTI ALLA BANDIERA FRANCESE.
QUESTA SCARSA propensione al cambia¬mento si deve tanto alle disposizioni istitu¬zionali specifiche del paese quanto alla perso¬nalità dei suoi dirigenti politici. Anzitutto, il fede¬ralismo, con una ampia suddivisione dei poteri tra le regioni (Lànder) e lo stato federale spinge i partiti a cooperare più che ad affrontarsi. I veri dissidi sugli orientamenti della politica estera (ancoraggio all'Ovest, riarmo, Ostpolitik, euro¬missili) risalgono a prima del 1989. Dopo la ri¬unificazione, prevale un consenso piuttosto am¬pio - salvo, di recente, sulla questione dell'inter¬vento militare in Afghanistan dove sono stati uc¬cisi soldati tedeschi.
Peraltro la Legge fondamentale, in particolare all'articolo 65, affida al cancelliere il compito di delineare i grandi orientamenti politici. Sebbene la Legge precisi che, in questo quadro, «ogni mi-nistro federale dirige il proprio dipartimento auto¬nomamente e sotto la propria responsabilità», il potere del capo del governo non è contestato, e capita spesso che il suo ministro degli esteri sia vice-cancellière e persine presidente dell'altro partito della coalizione.
Fedeli a un approccio comunitario e multilate¬rale, i vari cancellieri hanno gestito le situazioni di crisi privilegiando le soluzioni civili. Il ricorso a mezzi militari, molto restrittivo, interviene solo su richiesta di organizzazioni internazionali quali l'Ue, la Nato o l'Onu, e con il consenso del Par-lamento. Un pragmatismo e una ponderazione che non hanno impedito alla nuova Germania,
molto lucida circa i suoi interessi, di esercitare in pieno responsabilità accresciute.
Helmut Kohl (1982-1998), considerandosi l'ere¬de spirituale di Adenauer, si è subito adoperato per dissipare le preoccupazioni circa la sua politi¬ca estera dichiarando che l'unità del suo paese e quella dell'Europa erano le due facce di una unica medaglia. Egli fu uno dei principali artefici del trat¬tato di Maastricht, firmato nel 1992, e dell'istituzio¬ne dell'Unione economica e monetaria (Uem). Gli si deve inoltre la politica di allargamento dell'Unio¬ne e della Nato ai paesi dell'Europa orientale. An¬che a prezzo di aspri negoziati, Kohl non ha mai smesso di ricercare il consenso di Parigi. Diceva con malizia:«Davanti alla bandiera francese, dob¬biamo sempre inchinarci due volte (2)».
NUMEROSE TENSIONI CON PARIGI
CONSAPEVOLE dei limiti e dei vincoli imposti al paese, nel 1989 Kohl declinò l'offerta degli Stati uniti di diventarne il partner privilegiato. Tut¬tavia sono ragioni di ordine assieme costituzio¬nale - divieto fatto alla Bundeswehr, il nuovo esercito creato nel 1955, di intervenire al di fuori delle frontiere della Nato - e pratico che vietaro¬no alla Germania di partecipare alla guerra con¬tro l'Iraq dopo l'invasione del Kuwait nel 1990-'91. Una guerra che il paese appoggiò comun¬que attraverso un sostanzioso contributo finan¬ziario, detto «politica degli assegni». In conse¬guenza, e dopo che la Corte costituzionale fede¬rale ebbe autorizzato, nel 1994, gli interventi mili¬tari tedeschi al di fuori della zona geografica co¬perta dall'Alleanza atlantica, Helmut Kohl avviò la necessaria riforma della Bundeswehr per age¬volarne lo sviluppo.
Nell'opposizione, Spd e Verdi avevano criticato la «militarizzazione» della politica estera. Ma, pochi mesi dopo il loro arrivo al potere, dal mar¬zo al giugno 1999, la Bundeswehr prese parte ai bombardamenti Nato contro la Serbia, nell'inten¬to - questa la giustificazione ufficiale - di preve-nire un «genocidio» nel Kosovo. Il ministro degli esteri Joschka Fischer (Verdi) giustificò questo intervento con un riferimento ai fatti di Auschwitz «che non avrebbero dovuto ripetersi». Lo stesso governo sostenne il concetto della politica euro¬pea di sicurezza e di difesa (Pesd) e inviò soldati nei Balcani, in Afghanistan e in Africa.
Tuttavia gli sviluppi della crisi iugoslava aveva¬no sottoposto la Germania ai fuochi della critica (3). Nel dicembre 1991, dopo aver incoraggiato la loro secessione, aveva infatti frettolosamente riconosciuto la Croazia e la Slovenia. Questa de¬cisione di fare da sola le valse l'esclusione dai negoziati sulla ex Jugoslavia per due anni. Al momento dell'intervento nel Kosovo - problema¬tico perché privo di un mandato esplicito dell'Onu -, la Bundeswehr si schierò con i suoi alleati Nato per porre fine, secondo le autorità tede¬sche, alla violazione dei diritti umani da parte dei serbi, per evitare una catastrofe umanitaria e sta¬bilizzare la regione.
Ciò non di meno, l’unilateralismo della politica americana, il suo aggirare il diritto internazionale, l'ostentato disprezzo verso l'Onu spiacevano sempre di più a Berlino. Nonostante la «solidarie¬tà illimitata» promessa a George W. Bush in se¬guito agli attentati dell'11 dicembre 2001, Schròder (1998-2005) ruppe spettacolarmente con lui rifiutando di coinvolgere il suo paese nella guerra contro l'Iraq. «Le questioni essenziali riguardanti la nazione tedesca sono trattate a Berlino e in nessun altro luogo», proclamò Schròder con for¬za davanti al Parlamento il 13 settembre 2002. È probabile che non sarà la crisi finanziaria, econo¬mica e sociale scatenata dal fallimento di Leh¬man Brothers nel 2008 a indurre l'attuale gover¬no a cambiare linea.
Liberato da ogni complesso d'inferiorità e de¬ciso a difendere rumorosamente gli interessi na-zionali, Schròder fece talvolta dichiarazioni sor¬prendenti, in particolare quando affermò, nel di-cembre 2008: «Più della metà del denaro brucia¬to in Europa è pagato dai tedeschi (4).» In segui¬to, i dissensi con Parigi si sono moltiplicati : nel 1999, a proposito della politica agricola comune (Pac), ritenuta troppo costosa da Schròder; nel 2000, durante i negoziati sul trattato di Nizza, ir occasione della lite circa la nuova ponderazione dei voti al Consiglio europeo. Tuttavia egli lavorò a un riavvicinamento tra Parigi e Mosca, pur po¬nendosi come il fautore di una «via tedesca» (der deutsche Weg) che ha spiacevolmente ricordato le particolarità dell'«afro cammino» (Sonderweg) della seconda metà del XIX secolo. Dopo il falli¬mento dei movimenti nazionali e liberali, nel 1848, la costruzione dello stato e il processo di unificazione della Germania erano sfociati, in un contesto di rapida industrializzazione, in un regi¬me autoritario e pan-germanista che si oppone alle potenze occidentali.
DELUSIONE IN SENO ALL'UNIONE.
NONOSTANTE queste spiacevolezze lingui¬stiche, Schròder è riuscito a gestire le rela¬zioni internazionali con cauta determinazione: egli ha portato a termine l'allargamento della Na¬to e dell'Unione e ha fatto adottare il progetto di Costituzione europea che i francesi avrebbero invece respinto il 29 maggio 2005. In questo stesso anno egli accettò con fatica la vittoria, di stretta misura, di una donna, Angela Merkel - la quale, oltre tutto, sosteneva la politica di Bush...
La cancelliera Merkel ha riallacciato il dialogo con gli Stati uniti, reso la politica estera tedesca meno dipendente dalla Francia e preso le distanze dalla Russia il cui presidente Putin era considerato poco rispettoso dei diritti umani. Usando toni mo¬derati, la Merkel ha talvolta ammorbidito le sue posizioni ma senza rinunciare al suo obiettivo: la Germania deve assumere più responsabilità. Agli occhi dei tedeschi, essa ha conquistato una gran¬de autorità internazionale presiedendo con suc¬cesso il Consiglio europeo e il G7 nel 2007.
Tra i successi rivendicati, l'adozione del tratta¬to di Lisbona, il rilancio del partenariato Ue-Russia e il protocollo di Kyoto sul clima. Impegnata nella ricerca della pace nel Vicino Oriente, Merkel ha avviato un dialogo con Israele e con i palesti¬nesi. Infine essa ostenta un interesse persistente verso l'Africa (5) e non ha mai rimesso in causa gli interventi internazionali della Bundeswehr.
Molto attenta ai suoi partner, la cancelliera non esita tuttavia a disapprovarli, addirittura ad op-porvisi. La gestione della crisi finanziaria ed eco¬nomica mondiale infatti ha creato numerose ten-sioni tra Parigi e Berlino (6). La Merkel ha critica¬to il presidente Bush a proposito delle carceri se-grete della Già: «Una istituzione come Guantanamo non può e non deve esistere a lungo termi¬ne» ha affermato nel gennaio 2006 (7).
Per evitare di indispettire la Russia, Angela Merkel ha chiesto il rinvio dell'ingresso della Georgia e dell'Ucraina nella Nato. Le minacce ci¬nesi di ritorsione non le hanno impedito di ricevere il Dalai Lama nel 2007 e di ignorare l'apertu¬ra dei Giochi olimpici a Pechino nel 2008: poiché la sua politica estera si proponeva altri obiettivi, la cancelleria poteva offrirsi il lusso di un dissa¬pore passeggero con Pechino. Tanto più che la Cina non può fare a meno della Germania sul piano economico.
Cionondimeno l'ancoraggio a Ovest rimane il fondamento delle relazioni della Germania con il resto del mondo: non si colloca a pari distanza tra Washington e Mosca e non ritiene di essere una potenza centrale in Europa. Di più, le sfide cruciali che si presentano nel XXI secolo raffor¬zano un approccio multilaterale.
L'impegno euro-atlantico poggia sulla coope-razione franco-tedesca, sull'integrazione euro¬pea e sul partenariato atlantico costruito con gli Stati uniti e la Nato - due elementi difficilmente dissociabili. Dalla dichiarazione di Robert Schuman (9 maggio 1950) (8) e dal trattato dell’Elysée (1963) - trattato di amicizia e di cooperazione tra Bonn e Parigi -, la coppia franco-tedesca svolge un ruolo motore nella costruzione europea. Ma la sua influenza tende ad annacquarsi con i suc-cessivi allargamenti dell'Unione; e, nonostante plateali abbracci, la volontà di concertazione non esclude severi scontri sui contenuti da dare a questa Europa in perenne gestazione. Di conse-guenza si sente spesso parlare di una canalizza¬zione, di un disincanto, addirittura di uno squili-relazioni franco-tedesche.
Sta di fatto che, al di là delle differenze di stile e di personalità, Sarkozy e Angela Merkel sono stati in disaccordo sul progetto di un'Unione me¬diterranea (dalla quale la Germania sarebbe stata esclusa) diventata Unione per il Mediterraneo, sull'indipendenza della Banca centrale europea (Bce) e sulla gestione economica dell'Unione. Al¬tre divergenze sono apparse circa le soluzioni da dare alla crisi finanziaria ed economica e alla ri¬organizzazione del sistema finanziario internazio-nale. Infine, le tensioni determinate dalla crisi greca fanno emergere posizioni contrastanti sul tema della «solidarietà europea».
In effetti, nel marzo 2010, per non incoraggiare il «lassismo» che, a suo parere, rischia di diffon-dersi nella zona euro, Angela Merkel si mostra intransigente nei confronti di un'Atene maltrattata dai mercati finanziari. Il 23 marzo, la cancelliera riesce a imporre la sua soluzione: il ricorso all'Fmi e agli aiuti bilaterali. Per rassicurare il mondo della finanza, l'11 aprile si giunge a un nuovo ac¬cordo europeo. L'ammontare dei prestiti bilaterali sarà commisurato alla quota che ogni singolo stato ha nel capitale della Bce, di cui la Germania è il primo contributore. Due approcci che si com¬pletano: la gestione rigorosa della zona euro (po¬sizione tedesca) dovrebbe andare di pari passo con la solidarietà e un vero coordinamento delle politiche economiche (posizione francese), sen¬za toccare l'indipendenza della Bce.
Tuttavia l'intesa franco-tedesca rimane indi¬spensabile: se non è sufficiente a far avanzare l'Europa, la sua scomparsa le impedirebbe di fa¬re progressi. Di più, le divergenze tra i due paesi, spesso molto mediatizzate, non devono far di¬menticare l'importanza delle convergenze - che la stretta collaborazione quotidiana dei loro go¬verni, molto impegnata sul piano europeo, mette in luce.
Il fatto è che l'Europa, molto legata alla storia te¬desca, conserva una importanza fondamentale per questo paese: dopo il 1945, essa gli ha dato una specie di identità di sostituzione e ha costrui¬to il quadro nel quale il paese ha potuto, poco a poco, recuperare la propria sovranità confiscata dagli alleati. È la ragione per cui la Germania ha sempre esercitato un ruolo di primo piano nei ne¬goziati europei. Se, ciononostante, dagli anni '90, Berlino ha privilegiato l'allargamento a scapito dell'approfondimento, oggi si mostra meno inte¬grazionista, accetta più facilmente la cooperazio¬ne intergovernativa e non esita a difendere i propri interessi - così come gli altri paesi.
Nel 2006, Fischer aveva tirato il campanello di allarme, denunciando «uno spostamento di pro-spettiva fatale»; aggiungendo: «l'Europa ha smesso di essere il progetto centrale della politi¬ca tedesca» (9) e sarebbe percepita troppo attra¬verso il prisma deformante degli interessi nazio¬nali. Tanto Schròder sosteneva l'ingresso della Turchia in Europa, quanto la Merkel vi si oppone¬va, consigliando un partenariato privilegiato -con il rischio di scontentare l'alleato americano.
Tuttavia il disaccordo con Washington circa la guerra in Iraq nel 2003 e la delusione ostentata da Angela Merkel di fronte allo scarso interesse mostrato dal presidente Obama verso l'Europa non devono far dimenticare il legame ombelicale che unisce queste due potenze sin dal 1949. Gli Stati uniti sono all'origine della Rft; essi hanno agevolato la ricostruzione del paese mediante il piano Marshall, ne hanno garantito la sicurezza e quella di Berlino durante la guerra fredda e ne hanno organizzato il riarmo controllato nel qua¬dro della Nato. Anche se i conflitti si sono spo¬stati alla periferia o al di fuori dall'Europa, la Ger¬mania dipende tuttora dalla presenza militare americana all'interno delle sue frontiere e, più lar¬gamente, sul continente.
Una fitta rete di cooperazioni multilaterali.
GRAZIE AL CROLLO della cortina di ferro nel 1989-'90, la Germania ha ristabilito in pieno i suoi tradizionali legami con i paesi dell'Europa centrale e orientale (Reco). I rapporti con la Polo¬nia e la Repubblica ceca, oggetto di molta atten¬zione, tuttavia rimangono difficili a causa dell'e-spulsione dei tedeschi da questi paesi nel 1945. Berlino ha peraltro sviluppato una politica attiva di vicinato con gli stati vicini della Russia (Bielo¬russia, Ucraina e Moldavia) e, in nome della pre-venzione dei conflitti, esprime un interesse sicuro verso i regimi del Caucaso (Georgia, Armenia e Azerbaigian) e dell'Asia centrale.
Secondo la Germania, la soluzione dei gravi problemi di paesi quali l'Iraq, l'Afghanistan, il Pa¬kistan o l'Iran è di competenza delle organizza¬zioni internazionali di cui essa è un contribuire finanziario importante. La sua politica cerca di circoscrivere il ricorso alla forza per privilegiare soluzioni multilaterali.
Nel 1990, la promessa di un sostanzioso aiuto economico e finanziario ha convinto l'Urss ad accettare l'unità tedesca. Per ragioni legate al passato (la storia degli imperi russo e tedesco, le guerre mondiali del XX secolo), ma anche per ra¬gioni economiche (la dipendenza energetica) e strategiche (la pace in Europa), le relazioni con la Russia sono di primaria importanza per Berlino. I dirigenti tedeschi si mostrano attenti a rispar¬miare una potenza che ha perso molto potere negli ultimi vent'anni. Hanno intrecciato con la Russia una stretta rete di cooperazioni bilaterali, europee e multilaterali, pur avendo cura di non ri¬svegliare i timori dei Reco, i quali non hanno di-menticato la tutela del Cremlino.
Le vive critiche sorte in seguito al progetto di gasdotto che, sotto il Baltico, collegherà diretta-mente Russia e Germania del nord, illustrano be¬ne le precauzioni che devono prendere i dirigenti tedeschi. Questi rimproveri sono stati ascoltati poiché altri partner, tra cui Francia, sono oggi as-sociati al progetto. A prescindere dalle crisi poli¬tiche (Cecenia e Georgia) e dai persistenti disac-cordi sulla questione dei diritti umani, il costante consolidamento della cooperazione economica e la riduzione della dipendenza energetica tede¬sca sono considerati punti fondamentali. Per ga-rantire la stabilità, Berlino vuole che Mosca sia un partner a pieno titolo - obiettivo, questo, rela-tivamente facile, se paragonato con la comples¬sità del puzzle asiatico.
L'Asia rappresenta un vasto insieme troppo eterogeneo perché si possa descrivere somma-riamente la politica seguita da Berlino nei con¬fronti di questo continente. If suo approccio re-gionale stabilisce una distinzione tra l'Asia orien¬tale (Cina, Giappone, Corea), l'Asia del Sud-Est (in particolare i dieci paesi dell'Associazione del¬azioni dell'Asia del Sud-Est [Asean]) e l'Asia del sub-continente indiano (in particolare l’Afghanistan. l'India e il Pakistan). La Cina che, nel
2009. ha superato la Germania come prima potenza esportatrice mondiale, è oggetto di grande attenzione, ma da alcuni anni si nota un crescen paesi emergenti, attori di primo piano nelle rela-zioni internazionali future.
Nella sua dichiarazione governativa inaugurale del 20 settembre 1949, il primo cancelliere, Adenauer, si era fissato tre obiettivi per la Repubblica federale la quale, in quel tempo, non disponeva ancora di un ministero degli esteri: la sovranità nazionale e l'uguaglianza di diritti con le altre na¬zioni, la costruzione europea, la riunificazione. Grazie a una politica che è stata in grado di ade¬guarsi ai cambiamenti interni e all'evoluzione del contesto internazionale, questi obiettivi sono stati raggiunti il 3 ottobre 1990. Rivolgendosi per la prima volta ai deputati, il 30 novembre 2005, la cancelliera Merkel ha rilevato: «La Germania non è mai stata libera quanto lo è oggi».
(1 ) Organizzazione di mutua assistenza economica tra i paesi del blocco comunista.
(2) Citato da Maxime Lefebre, «L'Allemagne et l'Europe», Revue Internationale et stratégique, n° 74, Armand Colin, Parigi, 2009
(3) «Le responsabilità della Germania e del Vaticano nella accelerazione della crisi» sono state «palesemente schiaccianti», dichiarerà il 16 giugno 1993 il ministro francese degli esteri Roland Dumas. Si legga Paul-Ma¬rie de La Gorce,«Les divergences franco-allemandes mises a nu», Le Monde diplomatique, settembre 1993.
(4) Citato da Jacques Pierre Gougeon, L'Allemagne du XXI° siede, une nouvelle nation, Armand Colin, Parigi, 2009.
(5) Si legga Raf Custers, «Le segrete intenzioni dei paesi europei», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2006.
(6) Sostenuta da una severa politica di austerità salariale, la bilancia commerciale tedesca sbandiera un importante attivo. Questo squilibrio è stato di recente criticato (seb¬bene in termini misurati) dalla ministra francese dell'e¬conomia, Christine Lagarde. Infatti, gli attivi tedeschi so¬no, necessariamente, all'altezza... dei disavanzi dei suoi partner commerciali, tra cui la Francia.
(7) Der Spiegai, Amburgo, 7 gennaio 2006.
(8) II ministro francese degli esteri annunciava il progetto della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ce¬ca), basato su un accordo franco-tedesco e realizzato nel 1951.
(9) DerSpiegel, 21 dicembre 2008. (Traduzione di m.g.g.)
Ricevo e socializzo La commissione per la memoria degli italiani uccisi dai nazisti tedeschi
Δελτίο Τύπου
Την Κυριακή 16 Μαίου 2010 ο Δήμος Καισαριανής στο πλαίσιο των εκδηλώσεων της 1 Μάη 1944 - 2010 , 66 χρόνια μνήμης - "θυμόμαστε το παρελθόν για να χτίσουμε το μέλλον", διοργανώνει εκδήλωση - κατάθεση στεφάνων προς τιμή των 200 εκτελεσμένων Ελλήνων πατριωτών την πρωτομαγιά του 1944 καθώς και όλων των πατριωτών που εκτελέστηκαν από τα στρατεύματα κατοχής στο σκοπευτήριο Καισαριανής.
Για όσους δεν το ξέρουν στο σκοπευτήριο Καισαριανής , δίπλα στους Έλληνες πατριώτες, έχουν εκτελεστεί από τους Γερμανούς ναζιστές την περίοδο από 29/11/1943 έως 8/9/1944 και 21 Ιταλοί αντιφασίστες εκ των οποίων τα ονόματα μόλις πρόσφατα ύστερα από τόσα χρόνια έγιναν γνωστά.
Η επιτροπή των Ιταλών που αγωνίστηκε για να γνωστοποιηθούν τα ονόματα
των εκτελεσμένων Ιταλών αντιφασιστών, τιμώντας την μνήμη τους για πρώτη φορά, έστω και μετά 66 χρόνια καταθέτει λίγα λουλούδια σαν ένα μικρό φόρο τιμής και σεβασμού.
Τιμή στην εθνική αντίσταση Ελλήνων και Ιταλών.
Για την ειρήνη, τη δικαιοσύνη και τη δημοκρατία σε όλους τους λαούς.
Η ιστορία δεν αλλάζει, η μνήμη είναι ζωντανή.
Η επιτροπή για την μνήμη των Ιταλών που εκτελέστηκαν από τους Γερμανούς ναζιστές:
Κλάουντια Καπόνε
Μανόλης Κασιμάτης
Αλέξης Κιλισμανής
Άγγελος Σαρατσίνι
Ίβαν Σουρίνα
Comunicato stampa.
Domenica 16 maggio 2010 il comune di Kessariani nell’ ambito delle iniziative per il 1 Maggio 1944 – 2010, 66 anni di memoria – “ricordiamo il passato per costruire il futuro” – organizza una manifestazione al poligono di tiro di Kessariani, con deposizione di fiori in onore dei 200 patrioti greci uccisi il primo maggio del 1944 e di tutte le vittime dell’esercito di occupazione cadute nel poligono di tiro di Kessariani.
Per chi non lo sa, in questo poligono, a fianco dei patrioti greci, sono stati uccisi dai tedeschi nel periodo dal 29 novembre 1943 all’ 8 settembre del 1944 anche 21 italiani antifascisti, i nomi dei quali solo recentemente si sono resi noti.
La commissione degli italiani che si sono adoperati per conoscere e rendere noti i nomi degli antifascisti italiani uccisi, anche se per la prima volta dopo 66 anni, depone pochi fiori in memoria, come tributo d’onore e profondo rispetto.
Onore alla resistenza nazionale greca e italiana.
Per la pace, la giustizia e la democrazia per tutti i popoli.
La storia non si cambia, la memoria e’ viva.
La commissione per la memoria degli italiani uccisi dai nazisti tedeschi:
Claudia Capone
Manolis Cassimatis-Damiani
Alexis Kilismanis
Angelo Saracini
Ivan Surina
Την Κυριακή 16 Μαίου 2010 ο Δήμος Καισαριανής στο πλαίσιο των εκδηλώσεων της 1 Μάη 1944 - 2010 , 66 χρόνια μνήμης - "θυμόμαστε το παρελθόν για να χτίσουμε το μέλλον", διοργανώνει εκδήλωση - κατάθεση στεφάνων προς τιμή των 200 εκτελεσμένων Ελλήνων πατριωτών την πρωτομαγιά του 1944 καθώς και όλων των πατριωτών που εκτελέστηκαν από τα στρατεύματα κατοχής στο σκοπευτήριο Καισαριανής.
Για όσους δεν το ξέρουν στο σκοπευτήριο Καισαριανής , δίπλα στους Έλληνες πατριώτες, έχουν εκτελεστεί από τους Γερμανούς ναζιστές την περίοδο από 29/11/1943 έως 8/9/1944 και 21 Ιταλοί αντιφασίστες εκ των οποίων τα ονόματα μόλις πρόσφατα ύστερα από τόσα χρόνια έγιναν γνωστά.
Η επιτροπή των Ιταλών που αγωνίστηκε για να γνωστοποιηθούν τα ονόματα
των εκτελεσμένων Ιταλών αντιφασιστών, τιμώντας την μνήμη τους για πρώτη φορά, έστω και μετά 66 χρόνια καταθέτει λίγα λουλούδια σαν ένα μικρό φόρο τιμής και σεβασμού.
Τιμή στην εθνική αντίσταση Ελλήνων και Ιταλών.
Για την ειρήνη, τη δικαιοσύνη και τη δημοκρατία σε όλους τους λαούς.
Η ιστορία δεν αλλάζει, η μνήμη είναι ζωντανή.
Η επιτροπή για την μνήμη των Ιταλών που εκτελέστηκαν από τους Γερμανούς ναζιστές:
Κλάουντια Καπόνε
Μανόλης Κασιμάτης
Αλέξης Κιλισμανής
Άγγελος Σαρατσίνι
Ίβαν Σουρίνα
Comunicato stampa.
Domenica 16 maggio 2010 il comune di Kessariani nell’ ambito delle iniziative per il 1 Maggio 1944 – 2010, 66 anni di memoria – “ricordiamo il passato per costruire il futuro” – organizza una manifestazione al poligono di tiro di Kessariani, con deposizione di fiori in onore dei 200 patrioti greci uccisi il primo maggio del 1944 e di tutte le vittime dell’esercito di occupazione cadute nel poligono di tiro di Kessariani.
Per chi non lo sa, in questo poligono, a fianco dei patrioti greci, sono stati uccisi dai tedeschi nel periodo dal 29 novembre 1943 all’ 8 settembre del 1944 anche 21 italiani antifascisti, i nomi dei quali solo recentemente si sono resi noti.
La commissione degli italiani che si sono adoperati per conoscere e rendere noti i nomi degli antifascisti italiani uccisi, anche se per la prima volta dopo 66 anni, depone pochi fiori in memoria, come tributo d’onore e profondo rispetto.
Onore alla resistenza nazionale greca e italiana.
Per la pace, la giustizia e la democrazia per tutti i popoli.
La storia non si cambia, la memoria e’ viva.
La commissione per la memoria degli italiani uccisi dai nazisti tedeschi:
Claudia Capone
Manolis Cassimatis-Damiani
Alexis Kilismanis
Angelo Saracini
Ivan Surina
martedì 11 maggio 2010
SIAMO PROSSIMI AD ELEZIONI ANTICIPATE .......
NOI ABBIAMO BISOGNO AL PIÙ PRESTO DEL NUOVO PARTITO DELLA SINISTRA
Abbiamo bisogno di Sinistra e Libertà , abbiamo bisogno di un programma credibile che tocca la testa i sentimenti e il ventre molle del nostro paese, abbiamo bisogno di democrazia, abbiamo bisogno di aprire una seria riflessione dopo il congresso dei Verdi e alcune posizione dei compagni socialisti. Abbiamo bisogno di SINISTRA e basta. Abbiamo bisogno di sinistra con “un programma” che abbia un' anima alternativa, per far partecipare le forze progressiste, i giovani ed i movimenti del nostro paese. Che punti a riequilibrare redditi sempre più divaricati fra ceti sociali ed aree del paese. Che assicuri servizi universali accessibili e di alta qualità. Che sposti grandi risorse verso il lavoro, lo sviluppo sostenibile, la qualificazione del welfare, la scuola, la cultura, la ricerca. Che affronti con forza i vecchi e i nuovi problemi della moralità pubblica. Va costruito un rapporto tra la sinistra e quella generazione politica che ha dato voce a una speranza di rinnovamento che ricorda ciò che è accaduto dopo il 1968 : i molti movimenti.
E' sempre più urgente concentrare il lavoro sull'elaborazione di un programma/progetto che sappia parlare a movimenti e forze sociali. La nostra assemblea di dicembre si aprirà in una situazione politica che è drammaticamente cambiata rispetto al 2008. A circa due anni del ritorno della destra al governo del paese bisogna pur chiedersi quanto reggerà un sistema politico che sul lato destro vede crescere il sovversivismo del partito al governo con le leggi ad personam con la dichiarata volontà di cambiare la costituzione, mentre al centro il PD sta arrancando, sono ormai più di sei mesi a congresso; dal nostro lato stenta ad emergere quella nuova unione di sinistra ed il nuovo partito che molti di noi hanno chiesto a Napoli..
Quando parliamo della debolezza del Paese è anche di noi che dobbiamo parlare. A ben vedere sta qui la risposta più forte a chi - giustamente - si preoccupa del futuro della sinistra e del suo ruolo storico. È dalla novità della situazione storica che bisogna partire, essendo essa che c’impone la necessità (e al tempo stesso ci offre l'opportunità) di assumere una più alta responsabilità verso il paese.
Il nodo è questo. Da un lato è tempo di affermare senza ambiguità e retro-pensieri che tutta la situazione richiede, dopo i risultati elettorali e del “tutto mercato” non meno ma più potere politico e quindi non meno ma più forti strutture ed idee capaci, di coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e di restituire a loro diritti uguali e la possibilità di organizzarsi, di decidere, di contare che, questo spazio esiste tutto intero perché è ovvio che una lunga storia di divisioni feroci non si chiude semplicemente chiedendo gli uni agli altri di “fare solo passi indietro”.
Dovremmo chiedere a tutti noi di fare quel grande passo avanti che consiste nel dare risposta a una “crisi politica italiana”, sulla cui natura e gravità non è vero che siamo tutti d'accordo.
Questo è il punto. Noi siamo di fronte ad un nodo storico. Perché si tratta di una crisi della sinistra inedita che, non si misura con i numeri delle statistiche e che è difficilmente leggibile con le culture di cui disponiamo: né con le vecchie culture “classiste” ma nemmeno con la vulgata riformista apprese nelle università anglosassone.
La lotta di classe c’è, l’abbiamo persa, l’ha vinta il capitalismo.
Bisognerebbe riflettere piuttosto sulla storia d'Italia e domandarsi a che punto è arrivato il distacco da un’idea nazionale di quella intellettualità di massa (politici compresi) che dovrebbe rappresentare “l'armatura flessibile” del Paese e il suo cemento.
Questa è la crisi che, sta anche in casa nostra. Essa riguarda il modo d’essere complessivo del Paese, come dimostra l’estrema difficoltà perfino a pensare il nostro passato e quindi l'incerta idea che gli italiani hanno di sé e delle ragioni del loro stare insieme. In più sono venute meno le vecchie basi strutturali ( lo Stato centralistico, l'economia mista, la banca pubblica, il vecchio compromesso tra il Nord che produce e il Sud che consuma ma fornendo al Nord risparmio - la banca del Sud è un nuovo attacco al risparmio della gente -, mano d'opera a basso costo e un grande mercato protetto, l’incessante emigrazione e la trasmigrazione di milioni di persone dal sud verso il nord del mondo), e vengono a mancare anche le vecchie basi geo-politiche e geo-economiche. Di fatto le condizioni storiche grazie alle quali ci siamo sviluppati nel dopoguerra diventando un Paese “ricco” e una “potenza” mondiale.
Il Paese si è seduto ed è così difficile difendere ciò che resta del nostro apparato industriale. Non si capisce più che posto abbiamo nella divisione internazionale del lavoro (o meglio lo comprendiamo sui dati della disoccupazione), dato che ci siamo infilati in un vicolo cieco: non siamo più i produttori di beni di consumo, cioè delle cose che fornivamo noi a basso costo al vecchio mondo industriale e perso l'autobus delle nuove tecnologie per reggere alle sfide di un mondo nuovo, allargato, dove le merci a basso costo si producono altrove. Si batte la globalizzazione economica, nuova forma di imperialismo, con l’esportazione della globalizzazione dei diritti e non della guerra. La sinistra è chiamata a questa responsabilità, non solo in Italia. È evidente che, con tutto il rispetto per le ricette certamente utili degli economisti, senza un grande disegno politico non si esce da questo vicolo cieco. Il declino non è solo un fatto economico. È l'impossibilità per una media potenza di scommettere sul futuro se non ha una politica estera, se - grazie al centro destra - non sa se la costruzione europea è il suo destino oppure se l'Italia sta in Europa in quanto vassallo degli Stati Uniti e quindi col compito di sabotarla.
Il declino, è la rinuncia delle giovani coppie a fare figli perché i servizi sociali sono smantellati, è lo scarso livello del capitale umano perché la strada imboccata è quella dell'evasione fiscale, del lavoro precario e dell'arte di arrangiarsi. L’ultima trovata di Tremonti è sola preparatoria delle prossime elezioni regionali. L’emergenza: il lavoro e la sicurezza sul lavoro. Alla fine di quest’anno conteremo 3 milioni di disoccupati circa 800 mila lavoratori che hanno avuto incidenti sul posto di lavoro e oltre 1000 morti. Questa è la crisi italiana.
È il disperato bisogno del Paese di avere una guida e la mancanza di un’idea nazionale. Di qui dovrebbe partire il nostro pre-congresso costitutivo e parlare a tutta la sinistra italiana. Non dalle formule ma dalla necessità di contribuire alla costruzione di una forza che per la sua consistenza e la sua credibilità sia in grado di sciogliere la stridente contraddizione tra un grande patrimonio sociale e culturale, fatto di risorse e di valori quali solo poche regioni del mondo possiedono, e una tale mancanza di fiducia nel futuro per cui il Paese si è seduto, non rischia, non intraprende, non fa figli, dissipando così un immenso patrimonio di lavoro e di capacità imprenditoriali ed il sacrificio delle passate generazione, compreso i morti della seconda guerra mondiale.
Per fare questo noi non dobbiamo buttare a mare quel grande patrimonio politico e quello straordinario solco morale e intellettuale grazie al quale il socialismo e il nostro comunismo hanno segnato la storia d'Italia e d'Europa. È davvero stupido pensare di sostituire tutto questo con una sorta di grande lista civica. Sarebbe però assurdo negare la necessità e l'urgenza di “andare oltre” i confini del socialismo e del riformismo novecentesco, ma questo non può sfociare nel conformismo o nel radicalismo. E perciò è giunto il tempo di dare vita al nuovo partito della sinistra e di lasciare aperta la porta alle altre culture e altri riformismi, altri socialismi per contaminarci culturalmente e per dar vita a una vera, grande alleanza strategica. E’ tempo di chiamare alla lotta in Europa le grandi culture: quella nostra, come quella socialdemocratica, la cristiana, come i diversi amici della libertà e della dignità dell'uomo?
Il dialogo si fa a questa altezza. Non si fa al ribasso ma rendendo esplicita la posta in gioco.
Abbiamo bisogno di Democrazia.
Che cosa resta della nostra democrazia?. Qualsiasi manuale di diritto costituzionale c'insegna che la democrazia è “un'organizzazione interna dello stato secondo cui il potere politico emana dal popolo ed è esercitato dal popolo - un'organizzazione che consente al popolo governato di governare a sua volta per il tramite dei propri rappresentanti eletti”.
Accettare definizioni come questa, di una pertinenza al limite delle scienze esatte, in una trasposizione alla nostra esperienza di vita, equivarrebbe a non tener conto della infinita gradualità di condizioni patologiche di fronte alle quali si può trovare il nostro corpo in qualsiasi momento del tempo. In altri termini: il fatto che la democrazia possa essere definita con grande precisione non significa che funzioni nella realtà. Attenzione non stiamo sostituendo la vecchia burocrazia della prima/seconda repubblica con la nuova burocrazia degli amministratori, delle liste personali, del culto della personalità, roba tardo 800, altro che “innovazione” è solo “conservazione” o meglio ancora “smantellamenti” e ritorno alla società medioevale.
Un rapido excursus attraverso la storia delle idee politiche ci porta a quattro riflessioni spesso sbrigativamente accantonate, con la scusa che il mondo cambia. Perché le istanze del potere politico tentano di distogliere la nostra attenzione da un fatto evidente:
1 - all'interno stesso del meccanismo elettorale, si trovano in conflitto una scelta politica rappresentata dal voto e un'abdicazione civica, così vale anche per i partiti, non si deve fare il prossimo congresso con le regole del passato;
2 - non è forse vero che, nel preciso momento in cui la scheda è introdotta nell'urna, (oppure sono eletti gli organismi di un partito) l'elettore( o l’iscritto) trasferisce in mani terze, senza alcuna contropartita se non le promesse intese durante la campagna elettorale (o i congressi), quella parte di potere politico che possedeva fino allora in quanto membro della comunità di cittadini o di militanti del partito?;
3 - non è forse vero che quando il governo di questi “eletti”, ” istituzioni o partito” in realtà poi tutti i loro errori ri-cadono sulle spalle degli elettore/o degli iscritti, e nessuno paga?;
4 - Restituire ai cittadini la democrazia e la partecipazioni alle decisioni, deve essere la base del nostro programma e della nostra proposta anche nel futuro partito.
Ed ai nostri giorni è il premio Nobel per l’economia J. Stiglitz a definire il problema, (“The roaring fineties”, New York, 2003). “ Nessuna innovazione della vita politica democratica è possibile se gli interessi privati dei grandi gruppi sono più importanti degli interessi della collettività, ovvero se di fronte agli interessi prevalenti di alcuni, i cittadini cessano di essere uguali”. Motivo di più per esaminare che cosa sia la nostra democrazia, quale sia la sua utilità, prima di pretendere - ossessione della nostra epoca - di renderla obbligatoria e universale.
Pensiamo alle barbarie ed alle guerre del secolo scorso, sono bastati due proiettili per eliminare, J e R. Kennedy, Luter King, due aerei per il crimine delle torri gemelle di NY. Non è stato sufficiente per destituire due ex amici dell’occidente quale Bin Landen e Sadan, il vecchio arsenale di fuoco degli USA e dell’Europa in Iraq ed in Afganistan, decimando la popolazione civile inerme, quanti morti conteremo alla fina di questo delitto contro l’umanità, per l’esportazione della democrazia. Ricordiamoci che oggi nel mondo ci sono circa 70 guerre provinciali gestite indirettamente dal mondo occidentale, intento ad esportare la democrazia.
Questa caricatura di democrazia che, missionari di una nuova religione, cerchiamo d'imporre al resto del mondo, non è la democrazia.
Qualcuno ci dirà: ma le democrazie occidentali non sono basate sul censo e sul colore della pelle, e all'interno dell'urna il voto del cittadino ricco o di pelle chiara conta esattamente quanto quello del cittadino povero o di pelle più scura. A costo di raffreddare questi entusiasmi, diremo che le realtà brutali del mondo in cui viviamo rendono ridicolo questo quadro idilliaco, e che, in un modo o nell'altro, finiremo per ritrovarci con un corpo autoritario dissimulato sotto i più begli ornamenti della democrazia e noi in Italia siamo sulla buona strada E così, il diritto di voto, espressione di una volontà politica, è nel contempo un atto di rinunzia a quella stessa volontà, in quanto l'elettore la delega ad un candidato. Almeno per una parte della popolazione, l'atto di votare è una forma di rinunzia temporanea ad un'azione politica personale, tenuta in sordina sino alle elezioni successive, momento in cui i meccanismi di delega torneranno al punto di partenza, per riattivare lo stesso processo.
Ecco bisognerebbe poter rivoltare questo processo. Vorremmo che la delega sia restituita ad uomini e donne anche nel futuro partito. Questo deve essere uno dei punti della nostra battaglia e del nostro progetto politico. Questa rinuncia può costituire, per la minoranza eletta, il primo passo di un meccanismo che, nonostante le vane speranze degli elettori spesso autorizza a perseguire obiettivi che non hanno nulla di democratico e che possono costituire un'autentica offesa ai cittadini e alla legge. Oggi la delega è scippata, in linea di principio, a nessuno verrebbe in mente di eleggere come rappresentanti nelle istituzioni degli individui corrotti, anche se sappiamo per triste esperienza che le alte sfere del potere a livello sia nazionale che internazionale, talvolta sono occupate da criminali o dai loro mandatari. Però è anche vero che con le ultime elezione questo è avvenuto in Italia: inquisiti, condannati, al governo i Piduisti, in parlamento i grandi elettori delle mafie. L'esperienza conferma che una democrazia politica che non si basa su una democrazia economica e culturale è di ben scarsa utilità. Disprezzata e relegata nel dimenticatoio delle formule arcaiche, l'idea di una democrazia economica ha ceduto il posto ad un mercato trionfante fino all'oscenità che ha portato alla crisi mondiale della economia. Il capitale ha fallito, ha fallito la globalizzazione ed hanno pagato i lavoratori. E all'idea di una democrazia culturale si è sostituita quella, non meno oscena, di una massificazione industriale delle culture, uno pseudo miscuglio di culture e di classe di cui ci si serve per mascherare il predominio di una sola di esse. Noi crediamo di aver fatto dei passi avanti, ma in realtà regrediamo.
Una democrazia autentica, che come un sole inondasse della sua luce tutti i cittadini, dovrebbe cominciare da quello che abbiamo tutti sottomano, cioè il paese in cui nasciamo, la società in cui viviamo, la strada in cui abitiamo, i cittadini che incontriamo ed i loro bisogni. Se questa condizione non viene rispettata - e non lo è - vengono inficiati tutti i ragionamenti precedenti, vale a dire il fondamento teorico e il funzionamento empirico del sistema e della democrazia.
Oggi in Italia, partiamo da un dato agghiacciante e semplice: dal 2003 tre milioni di persone “ hanno difficoltà ad acquistare cibo” ed il numero cresce di anno in anno. In Italia, non in Africa; oltre 3 milioni di persone sono, quindi, povere. Al di sotto dei livelli della dignitosa sopravvivenza minima. Metà di questi “senza cibo” (quanti di loro sono anche “senza tetto”, visto che, nelle grandi città, un appartamento minimo, 50/70mq, costa non meno di 600-1200 euro al mese?)e non riescono mangiare.
In Italia, membro del ricco Occidente, della saggia Europa, dei fantastici Paesi più industrializzati, non tutti hanno il necessario. Quale democrazia per i nuovi emarginati?..Se la democrazia è veramente il governo del popolo, per il popolo e da parte del popolo, non ci sarebbe nulla da discutere, ma le cose non stanno così. E soltanto uno spirito cinico si azzarderebbe ad affermare che tutto va per il meglio nel mondo in cui viviamo. Si dice anche che la democrazia sia il sistema politico meno peggiore, e nessuno fa osservare che questa accettazione rassegnata di un modello che si contenta di essere “ il meno peggiore ”, può frenare a una ricerca verso qualcosa di “ possibile e di migliore “.
Lo sappiamo che, il potere democratico per sua natura è sempre provvisorio. Dipende dalla stabilità delle elezioni, ( 2008-9 ne sono la prova) dal flusso delle ideologie, e dagli interessi di classe. Si può vedere in lui una sorta di barometro organico che registra le variazioni della volontà politica della società. Ma, in maniera flagrante, sono innumerevoli le alternanze politiche apparentemente radicali, che hanno come conseguenza il cambiamento di governo, ma che non sono poi accompagnate da quelle trasformazioni sociali, economiche e culturale fondamentali che lasciava supporre il responso elettorale.
Parliamoci chiaro: i cittadini non hanno eletto i loro governi perché questi li “ offrano “ al mercato. Ma il mercato condiziona i governi affinché questi gli “ offrano “ i loro cittadini, materia pregiata per la nostra società dei consumi.
Nel nostro tempo di globalizzazione liberista, il mercato è lo strumento per antonomasia dell'unico potere degno di tale nome, il potere economico e finanziario. Questo non è democratico perché non è stato eletto dal popolo, non è gestito dal popolo e soprattutto perché non si prefigge come finalità il bene del popolo. Impossibile negare l'evidenza: la massa di poveri chiamata a votare non è mai chiamata a governare ma solo a soccombere nella guerra quotidiana, dell’inflazione, della disoccupazione, del lavoro precario, in pratica combatte giorno per giorno per poter arrivare alla fine del mese, per sopravvivere.
Nell'ipotesi di un governo formato dai poveri, in cui questi rappresentassero la maggioranza, come ha immaginato Aristotele nella sua “Politica”, essi non disporrebbero dei mezzi necessari a modificare l'organizzazione dell'universo dei ricchi che li dominano, li sorvegliano e li soffocano, ecco noi abbiamo una missione quello di dare gli strumenti a questi cittadini per poter governare, cos’è questo se non socialismo.
La pretesa democrazia occidentale è entrata in una fase di trasformazione retrograda che non è più in grado di fermare e le cui conseguenze prevedibili saranno la sua stessa negazione. Non c'è alcun bisogno che qualcuno si assuma la responsabilità di liquidarla, è essa stessa a suicidarsi ogni giorno che passa.
Che fare? Riformarla?
Sappiamo che riformare, come ha scritto con tanta eloquenza l'autore del Gattopardo , altro non è se non cambiare quello che è necessario perché non cambi nulla.
Ci domandiamo ha questa funzione la deriva riformista della sinistra italiana? Rinnovarla? A quale modello per il futuro dobbiamo guardare?. O, a quale epoca del passato sufficientemente democratica si vorrebbe ritornare, e partire da lì per ricostruire con nuovi/vecchi materiali, la democrazia Allora noi diciamo: rimettiamola in discussione. Se non troveremo un mezzo di re-inventarla, non si perderà soltanto la democrazia, ma anche la speranza di vedere un giorno i diritti umani rispettati su questo pianeta. Sarebbe questo il fallimento più clamoroso del nostro tempo, il segnale di un tradimento che segnerebbe per sempre l'umanità.
Allora… Ripartiamo dal quotidiano, dai bisogni dei cittadini. Il pre-congresso è una buona occasione per discutere, per restituire al nostro paese la democrazia, la dignità intellettuale e morale e, l'energia per uscire dalla spirale negativa che ha portato al degrado tutte le istituzioni culturali,politiche e l’esclusione del parlamento della sinistra. La differenza, cioè, tra una visione minimalista che prende atto della struttura dei bisogni e il ritorno, invece, alla grande politica in cui la posta in gioco è sempre il problema del senso della vita collettiva e individuale. Non facciamoci oscurare dalle primarie del PD.
Sappiamo bene che queste parole sono destinate a suscitare l''ironia di quanti praticano il disincanto come terapia d’addomesticamento delle passioni sociali, ma siamo convinti che senza l'investimento affettivo sulla prospettiva di un futuro diverso una formazione sociale diventi prima un condominio rissoso e poi una clinica psichiatrica, d’individui chiusi in una solitudine disperata.
Sotto questo profilo, chi pensa di battere il centro destra con la contestazione del mancato mantenimento delle promesse o con l'analisi delle finanziarie non ha capito il carattere profondamente politico e innovativo della destra italiana e del suo carattere devastante proprio perché capace di suscitare consenso di massa e sintesi sociale, esasperando l’egoismo aggressivo, il razzismo e l'individualismo possessivo della tarda modernità.
Veniamo, dunque, al punto della ricerca dei principi e delle idee che possono istituire una nuova distinzione tra la sinistra, il centro e la destra, per riconquistare la fiducia dei cittadini, pertanto punti di riferimento per nuove idee e per un programma per parlare alle persone e riavere il consenso per divenire forza di governo sono:
• La prima differenza è la concezione della democrazia e del suo rapporto con i diritti umani universali. La democrazia di cui oggi si parla è diventata soltanto una tecnica opportunistica per l'allocazione della risorsa “consenso”, e, come tutte le tecniche, esportabile senza alcun riferimento alle identità culturali. Viceversa, siamo convinti che la democrazia sia una forma di vita orientata allo sviluppo dell'autogoverno sociale attraverso la partecipazione attiva di tutti i cittadini alle decisioni. La democrazia istituisce la distinzione tra pubblico e privato. I cittadini vogliono sapere dove vanno a finire i loro soldi. La democrazia non è perciò dissociabile dalla ricerca della verità, dall''informazione sui fatti su cui occorre prender partito, e suoi nemici principali sono la menzogna, il sospetto, la manipolazione e la disinformazione.
• La seconda differenza è perciò, la politica estera, che oggi significa niente più e niente meno della guerra al terrorismo proclamata a suo tempo da Bush, Blair/Brown, Sarkozy e Berlusconi e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, relativamente alle relazioni con le altre culture e civiltà. Anche in questo campo è decisiva la differenza tra inganno e verità. Sull'Iraq abbiamo assistito all''apologia della menzogna di stato e all'ipocrisia della missione umanitaria, senza dare ai cittadini italiani una giusta rappresentazione degli enormi interessi di potere economico e di dominio mondiale che hanno spinto Bush a intraprendere questa sciagurata iniziativa. Sono stati impediti, infatti, ogni tentativo di comprensione delle ragioni del mondo islamico, e persino la pietà e la denuncia delle migliaia di morti civili, donne, vecchi e bambini, uccisi dalle bombe intelligenti non solo delle armate Usa. È vergognoso che in un paese democratico chi, pur condannando duramente la ferocia terroristica, esprime indignazione e condanna anche le stragi di civili Iracheni, Afgani, sia escluso dalla comunità civile e accusato di complicità con il nemico. Guernica, le bombe atomiche sul Giappone, i campi di concentramento ci avrebbero dovuto lasciare nel nostro DNA l’indignazione per la morte. Ma, oggi qualche cosa è cambiato negli USA c’è Obama, una nuova speanza.
• La terza differenza riguarda la tutela della vita e dell'ambiente contro le forme d’egemonia scientifiche e tecnologiche che tendono a distruggere le specificità delle culture e le differenze fra le identità sociali. Il rapporto tra tecnica e vita non è solo una questione etica, ma eminentemente politica, perché si tratta di scegliere fra un''omologazione sostanzialmente biologista, fondata sulla presunta neutralità della tecnica applicata al vivente, e una visione “umanistica” delle diverse società. Solo la grande politica può governare la tecnica senza far assoggettare l'umanità al sistema tecnico attualmente legato agli interessi economici dei grandi poteri.
Si condividano o no queste considerazioni, in ogni caso è certo che se si vuol battere l'iperpoliticità del messaggio apparentemente impolitico della destra ed in particolare di Berlusconi e Bossi, bisogna alzare il livello del dibattito e riportarlo sui temi che oggi possono definire il terreno della Grande Politica. Il PD non centra è in parte omologato a quel modello e va recuperato ad un nuovo dialogo con la sinistra.. Se si vuole, cioè, battere non un modo di amministrare ma una visione della società e del modo. È possibile ancora, nell'epoca della globalizzazione, parlare di grande politica o bisogna rassegnarsi al trionfo dell'individualismo singolarizzato e impersonale nella forma dell'edonismo consumistico e garantito dal sistema-apparato tecnico-economico? Questo è il vero terreno sul quale si gioca la sopravvivenza della sinistra.
La nuova sinistra, sono in realtà parole vuote se designano mere aggregazioni senza idee forti, valori guida ed al centro della nostra discussione non ci sia la persona. Di questo occorre discutere. Da qui bisogna incominciare per ricostruire la SINISTRA e la democrazia nel nostro paese.
Non perdiamo questa occasione, discutiamo e mettiamo in campo il nuovo partito della sinistra.
Abbiamo bisogno di Sinistra e Libertà , abbiamo bisogno di un programma credibile che tocca la testa i sentimenti e il ventre molle del nostro paese, abbiamo bisogno di democrazia, abbiamo bisogno di aprire una seria riflessione dopo il congresso dei Verdi e alcune posizione dei compagni socialisti. Abbiamo bisogno di SINISTRA e basta. Abbiamo bisogno di sinistra con “un programma” che abbia un' anima alternativa, per far partecipare le forze progressiste, i giovani ed i movimenti del nostro paese. Che punti a riequilibrare redditi sempre più divaricati fra ceti sociali ed aree del paese. Che assicuri servizi universali accessibili e di alta qualità. Che sposti grandi risorse verso il lavoro, lo sviluppo sostenibile, la qualificazione del welfare, la scuola, la cultura, la ricerca. Che affronti con forza i vecchi e i nuovi problemi della moralità pubblica. Va costruito un rapporto tra la sinistra e quella generazione politica che ha dato voce a una speranza di rinnovamento che ricorda ciò che è accaduto dopo il 1968 : i molti movimenti.
E' sempre più urgente concentrare il lavoro sull'elaborazione di un programma/progetto che sappia parlare a movimenti e forze sociali. La nostra assemblea di dicembre si aprirà in una situazione politica che è drammaticamente cambiata rispetto al 2008. A circa due anni del ritorno della destra al governo del paese bisogna pur chiedersi quanto reggerà un sistema politico che sul lato destro vede crescere il sovversivismo del partito al governo con le leggi ad personam con la dichiarata volontà di cambiare la costituzione, mentre al centro il PD sta arrancando, sono ormai più di sei mesi a congresso; dal nostro lato stenta ad emergere quella nuova unione di sinistra ed il nuovo partito che molti di noi hanno chiesto a Napoli..
Quando parliamo della debolezza del Paese è anche di noi che dobbiamo parlare. A ben vedere sta qui la risposta più forte a chi - giustamente - si preoccupa del futuro della sinistra e del suo ruolo storico. È dalla novità della situazione storica che bisogna partire, essendo essa che c’impone la necessità (e al tempo stesso ci offre l'opportunità) di assumere una più alta responsabilità verso il paese.
Il nodo è questo. Da un lato è tempo di affermare senza ambiguità e retro-pensieri che tutta la situazione richiede, dopo i risultati elettorali e del “tutto mercato” non meno ma più potere politico e quindi non meno ma più forti strutture ed idee capaci, di coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e di restituire a loro diritti uguali e la possibilità di organizzarsi, di decidere, di contare che, questo spazio esiste tutto intero perché è ovvio che una lunga storia di divisioni feroci non si chiude semplicemente chiedendo gli uni agli altri di “fare solo passi indietro”.
Dovremmo chiedere a tutti noi di fare quel grande passo avanti che consiste nel dare risposta a una “crisi politica italiana”, sulla cui natura e gravità non è vero che siamo tutti d'accordo.
Questo è il punto. Noi siamo di fronte ad un nodo storico. Perché si tratta di una crisi della sinistra inedita che, non si misura con i numeri delle statistiche e che è difficilmente leggibile con le culture di cui disponiamo: né con le vecchie culture “classiste” ma nemmeno con la vulgata riformista apprese nelle università anglosassone.
La lotta di classe c’è, l’abbiamo persa, l’ha vinta il capitalismo.
Bisognerebbe riflettere piuttosto sulla storia d'Italia e domandarsi a che punto è arrivato il distacco da un’idea nazionale di quella intellettualità di massa (politici compresi) che dovrebbe rappresentare “l'armatura flessibile” del Paese e il suo cemento.
Questa è la crisi che, sta anche in casa nostra. Essa riguarda il modo d’essere complessivo del Paese, come dimostra l’estrema difficoltà perfino a pensare il nostro passato e quindi l'incerta idea che gli italiani hanno di sé e delle ragioni del loro stare insieme. In più sono venute meno le vecchie basi strutturali ( lo Stato centralistico, l'economia mista, la banca pubblica, il vecchio compromesso tra il Nord che produce e il Sud che consuma ma fornendo al Nord risparmio - la banca del Sud è un nuovo attacco al risparmio della gente -, mano d'opera a basso costo e un grande mercato protetto, l’incessante emigrazione e la trasmigrazione di milioni di persone dal sud verso il nord del mondo), e vengono a mancare anche le vecchie basi geo-politiche e geo-economiche. Di fatto le condizioni storiche grazie alle quali ci siamo sviluppati nel dopoguerra diventando un Paese “ricco” e una “potenza” mondiale.
Il Paese si è seduto ed è così difficile difendere ciò che resta del nostro apparato industriale. Non si capisce più che posto abbiamo nella divisione internazionale del lavoro (o meglio lo comprendiamo sui dati della disoccupazione), dato che ci siamo infilati in un vicolo cieco: non siamo più i produttori di beni di consumo, cioè delle cose che fornivamo noi a basso costo al vecchio mondo industriale e perso l'autobus delle nuove tecnologie per reggere alle sfide di un mondo nuovo, allargato, dove le merci a basso costo si producono altrove. Si batte la globalizzazione economica, nuova forma di imperialismo, con l’esportazione della globalizzazione dei diritti e non della guerra. La sinistra è chiamata a questa responsabilità, non solo in Italia. È evidente che, con tutto il rispetto per le ricette certamente utili degli economisti, senza un grande disegno politico non si esce da questo vicolo cieco. Il declino non è solo un fatto economico. È l'impossibilità per una media potenza di scommettere sul futuro se non ha una politica estera, se - grazie al centro destra - non sa se la costruzione europea è il suo destino oppure se l'Italia sta in Europa in quanto vassallo degli Stati Uniti e quindi col compito di sabotarla.
Il declino, è la rinuncia delle giovani coppie a fare figli perché i servizi sociali sono smantellati, è lo scarso livello del capitale umano perché la strada imboccata è quella dell'evasione fiscale, del lavoro precario e dell'arte di arrangiarsi. L’ultima trovata di Tremonti è sola preparatoria delle prossime elezioni regionali. L’emergenza: il lavoro e la sicurezza sul lavoro. Alla fine di quest’anno conteremo 3 milioni di disoccupati circa 800 mila lavoratori che hanno avuto incidenti sul posto di lavoro e oltre 1000 morti. Questa è la crisi italiana.
È il disperato bisogno del Paese di avere una guida e la mancanza di un’idea nazionale. Di qui dovrebbe partire il nostro pre-congresso costitutivo e parlare a tutta la sinistra italiana. Non dalle formule ma dalla necessità di contribuire alla costruzione di una forza che per la sua consistenza e la sua credibilità sia in grado di sciogliere la stridente contraddizione tra un grande patrimonio sociale e culturale, fatto di risorse e di valori quali solo poche regioni del mondo possiedono, e una tale mancanza di fiducia nel futuro per cui il Paese si è seduto, non rischia, non intraprende, non fa figli, dissipando così un immenso patrimonio di lavoro e di capacità imprenditoriali ed il sacrificio delle passate generazione, compreso i morti della seconda guerra mondiale.
Per fare questo noi non dobbiamo buttare a mare quel grande patrimonio politico e quello straordinario solco morale e intellettuale grazie al quale il socialismo e il nostro comunismo hanno segnato la storia d'Italia e d'Europa. È davvero stupido pensare di sostituire tutto questo con una sorta di grande lista civica. Sarebbe però assurdo negare la necessità e l'urgenza di “andare oltre” i confini del socialismo e del riformismo novecentesco, ma questo non può sfociare nel conformismo o nel radicalismo. E perciò è giunto il tempo di dare vita al nuovo partito della sinistra e di lasciare aperta la porta alle altre culture e altri riformismi, altri socialismi per contaminarci culturalmente e per dar vita a una vera, grande alleanza strategica. E’ tempo di chiamare alla lotta in Europa le grandi culture: quella nostra, come quella socialdemocratica, la cristiana, come i diversi amici della libertà e della dignità dell'uomo?
Il dialogo si fa a questa altezza. Non si fa al ribasso ma rendendo esplicita la posta in gioco.
Abbiamo bisogno di Democrazia.
Che cosa resta della nostra democrazia?. Qualsiasi manuale di diritto costituzionale c'insegna che la democrazia è “un'organizzazione interna dello stato secondo cui il potere politico emana dal popolo ed è esercitato dal popolo - un'organizzazione che consente al popolo governato di governare a sua volta per il tramite dei propri rappresentanti eletti”.
Accettare definizioni come questa, di una pertinenza al limite delle scienze esatte, in una trasposizione alla nostra esperienza di vita, equivarrebbe a non tener conto della infinita gradualità di condizioni patologiche di fronte alle quali si può trovare il nostro corpo in qualsiasi momento del tempo. In altri termini: il fatto che la democrazia possa essere definita con grande precisione non significa che funzioni nella realtà. Attenzione non stiamo sostituendo la vecchia burocrazia della prima/seconda repubblica con la nuova burocrazia degli amministratori, delle liste personali, del culto della personalità, roba tardo 800, altro che “innovazione” è solo “conservazione” o meglio ancora “smantellamenti” e ritorno alla società medioevale.
Un rapido excursus attraverso la storia delle idee politiche ci porta a quattro riflessioni spesso sbrigativamente accantonate, con la scusa che il mondo cambia. Perché le istanze del potere politico tentano di distogliere la nostra attenzione da un fatto evidente:
1 - all'interno stesso del meccanismo elettorale, si trovano in conflitto una scelta politica rappresentata dal voto e un'abdicazione civica, così vale anche per i partiti, non si deve fare il prossimo congresso con le regole del passato;
2 - non è forse vero che, nel preciso momento in cui la scheda è introdotta nell'urna, (oppure sono eletti gli organismi di un partito) l'elettore( o l’iscritto) trasferisce in mani terze, senza alcuna contropartita se non le promesse intese durante la campagna elettorale (o i congressi), quella parte di potere politico che possedeva fino allora in quanto membro della comunità di cittadini o di militanti del partito?;
3 - non è forse vero che quando il governo di questi “eletti”, ” istituzioni o partito” in realtà poi tutti i loro errori ri-cadono sulle spalle degli elettore/o degli iscritti, e nessuno paga?;
4 - Restituire ai cittadini la democrazia e la partecipazioni alle decisioni, deve essere la base del nostro programma e della nostra proposta anche nel futuro partito.
Ed ai nostri giorni è il premio Nobel per l’economia J. Stiglitz a definire il problema, (“The roaring fineties”, New York, 2003). “ Nessuna innovazione della vita politica democratica è possibile se gli interessi privati dei grandi gruppi sono più importanti degli interessi della collettività, ovvero se di fronte agli interessi prevalenti di alcuni, i cittadini cessano di essere uguali”. Motivo di più per esaminare che cosa sia la nostra democrazia, quale sia la sua utilità, prima di pretendere - ossessione della nostra epoca - di renderla obbligatoria e universale.
Pensiamo alle barbarie ed alle guerre del secolo scorso, sono bastati due proiettili per eliminare, J e R. Kennedy, Luter King, due aerei per il crimine delle torri gemelle di NY. Non è stato sufficiente per destituire due ex amici dell’occidente quale Bin Landen e Sadan, il vecchio arsenale di fuoco degli USA e dell’Europa in Iraq ed in Afganistan, decimando la popolazione civile inerme, quanti morti conteremo alla fina di questo delitto contro l’umanità, per l’esportazione della democrazia. Ricordiamoci che oggi nel mondo ci sono circa 70 guerre provinciali gestite indirettamente dal mondo occidentale, intento ad esportare la democrazia.
Questa caricatura di democrazia che, missionari di una nuova religione, cerchiamo d'imporre al resto del mondo, non è la democrazia.
Qualcuno ci dirà: ma le democrazie occidentali non sono basate sul censo e sul colore della pelle, e all'interno dell'urna il voto del cittadino ricco o di pelle chiara conta esattamente quanto quello del cittadino povero o di pelle più scura. A costo di raffreddare questi entusiasmi, diremo che le realtà brutali del mondo in cui viviamo rendono ridicolo questo quadro idilliaco, e che, in un modo o nell'altro, finiremo per ritrovarci con un corpo autoritario dissimulato sotto i più begli ornamenti della democrazia e noi in Italia siamo sulla buona strada E così, il diritto di voto, espressione di una volontà politica, è nel contempo un atto di rinunzia a quella stessa volontà, in quanto l'elettore la delega ad un candidato. Almeno per una parte della popolazione, l'atto di votare è una forma di rinunzia temporanea ad un'azione politica personale, tenuta in sordina sino alle elezioni successive, momento in cui i meccanismi di delega torneranno al punto di partenza, per riattivare lo stesso processo.
Ecco bisognerebbe poter rivoltare questo processo. Vorremmo che la delega sia restituita ad uomini e donne anche nel futuro partito. Questo deve essere uno dei punti della nostra battaglia e del nostro progetto politico. Questa rinuncia può costituire, per la minoranza eletta, il primo passo di un meccanismo che, nonostante le vane speranze degli elettori spesso autorizza a perseguire obiettivi che non hanno nulla di democratico e che possono costituire un'autentica offesa ai cittadini e alla legge. Oggi la delega è scippata, in linea di principio, a nessuno verrebbe in mente di eleggere come rappresentanti nelle istituzioni degli individui corrotti, anche se sappiamo per triste esperienza che le alte sfere del potere a livello sia nazionale che internazionale, talvolta sono occupate da criminali o dai loro mandatari. Però è anche vero che con le ultime elezione questo è avvenuto in Italia: inquisiti, condannati, al governo i Piduisti, in parlamento i grandi elettori delle mafie. L'esperienza conferma che una democrazia politica che non si basa su una democrazia economica e culturale è di ben scarsa utilità. Disprezzata e relegata nel dimenticatoio delle formule arcaiche, l'idea di una democrazia economica ha ceduto il posto ad un mercato trionfante fino all'oscenità che ha portato alla crisi mondiale della economia. Il capitale ha fallito, ha fallito la globalizzazione ed hanno pagato i lavoratori. E all'idea di una democrazia culturale si è sostituita quella, non meno oscena, di una massificazione industriale delle culture, uno pseudo miscuglio di culture e di classe di cui ci si serve per mascherare il predominio di una sola di esse. Noi crediamo di aver fatto dei passi avanti, ma in realtà regrediamo.
Una democrazia autentica, che come un sole inondasse della sua luce tutti i cittadini, dovrebbe cominciare da quello che abbiamo tutti sottomano, cioè il paese in cui nasciamo, la società in cui viviamo, la strada in cui abitiamo, i cittadini che incontriamo ed i loro bisogni. Se questa condizione non viene rispettata - e non lo è - vengono inficiati tutti i ragionamenti precedenti, vale a dire il fondamento teorico e il funzionamento empirico del sistema e della democrazia.
Oggi in Italia, partiamo da un dato agghiacciante e semplice: dal 2003 tre milioni di persone “ hanno difficoltà ad acquistare cibo” ed il numero cresce di anno in anno. In Italia, non in Africa; oltre 3 milioni di persone sono, quindi, povere. Al di sotto dei livelli della dignitosa sopravvivenza minima. Metà di questi “senza cibo” (quanti di loro sono anche “senza tetto”, visto che, nelle grandi città, un appartamento minimo, 50/70mq, costa non meno di 600-1200 euro al mese?)e non riescono mangiare.
In Italia, membro del ricco Occidente, della saggia Europa, dei fantastici Paesi più industrializzati, non tutti hanno il necessario. Quale democrazia per i nuovi emarginati?..Se la democrazia è veramente il governo del popolo, per il popolo e da parte del popolo, non ci sarebbe nulla da discutere, ma le cose non stanno così. E soltanto uno spirito cinico si azzarderebbe ad affermare che tutto va per il meglio nel mondo in cui viviamo. Si dice anche che la democrazia sia il sistema politico meno peggiore, e nessuno fa osservare che questa accettazione rassegnata di un modello che si contenta di essere “ il meno peggiore ”, può frenare a una ricerca verso qualcosa di “ possibile e di migliore “.
Lo sappiamo che, il potere democratico per sua natura è sempre provvisorio. Dipende dalla stabilità delle elezioni, ( 2008-9 ne sono la prova) dal flusso delle ideologie, e dagli interessi di classe. Si può vedere in lui una sorta di barometro organico che registra le variazioni della volontà politica della società. Ma, in maniera flagrante, sono innumerevoli le alternanze politiche apparentemente radicali, che hanno come conseguenza il cambiamento di governo, ma che non sono poi accompagnate da quelle trasformazioni sociali, economiche e culturale fondamentali che lasciava supporre il responso elettorale.
Parliamoci chiaro: i cittadini non hanno eletto i loro governi perché questi li “ offrano “ al mercato. Ma il mercato condiziona i governi affinché questi gli “ offrano “ i loro cittadini, materia pregiata per la nostra società dei consumi.
Nel nostro tempo di globalizzazione liberista, il mercato è lo strumento per antonomasia dell'unico potere degno di tale nome, il potere economico e finanziario. Questo non è democratico perché non è stato eletto dal popolo, non è gestito dal popolo e soprattutto perché non si prefigge come finalità il bene del popolo. Impossibile negare l'evidenza: la massa di poveri chiamata a votare non è mai chiamata a governare ma solo a soccombere nella guerra quotidiana, dell’inflazione, della disoccupazione, del lavoro precario, in pratica combatte giorno per giorno per poter arrivare alla fine del mese, per sopravvivere.
Nell'ipotesi di un governo formato dai poveri, in cui questi rappresentassero la maggioranza, come ha immaginato Aristotele nella sua “Politica”, essi non disporrebbero dei mezzi necessari a modificare l'organizzazione dell'universo dei ricchi che li dominano, li sorvegliano e li soffocano, ecco noi abbiamo una missione quello di dare gli strumenti a questi cittadini per poter governare, cos’è questo se non socialismo.
La pretesa democrazia occidentale è entrata in una fase di trasformazione retrograda che non è più in grado di fermare e le cui conseguenze prevedibili saranno la sua stessa negazione. Non c'è alcun bisogno che qualcuno si assuma la responsabilità di liquidarla, è essa stessa a suicidarsi ogni giorno che passa.
Che fare? Riformarla?
Sappiamo che riformare, come ha scritto con tanta eloquenza l'autore del Gattopardo , altro non è se non cambiare quello che è necessario perché non cambi nulla.
Ci domandiamo ha questa funzione la deriva riformista della sinistra italiana? Rinnovarla? A quale modello per il futuro dobbiamo guardare?. O, a quale epoca del passato sufficientemente democratica si vorrebbe ritornare, e partire da lì per ricostruire con nuovi/vecchi materiali, la democrazia Allora noi diciamo: rimettiamola in discussione. Se non troveremo un mezzo di re-inventarla, non si perderà soltanto la democrazia, ma anche la speranza di vedere un giorno i diritti umani rispettati su questo pianeta. Sarebbe questo il fallimento più clamoroso del nostro tempo, il segnale di un tradimento che segnerebbe per sempre l'umanità.
Allora… Ripartiamo dal quotidiano, dai bisogni dei cittadini. Il pre-congresso è una buona occasione per discutere, per restituire al nostro paese la democrazia, la dignità intellettuale e morale e, l'energia per uscire dalla spirale negativa che ha portato al degrado tutte le istituzioni culturali,politiche e l’esclusione del parlamento della sinistra. La differenza, cioè, tra una visione minimalista che prende atto della struttura dei bisogni e il ritorno, invece, alla grande politica in cui la posta in gioco è sempre il problema del senso della vita collettiva e individuale. Non facciamoci oscurare dalle primarie del PD.
Sappiamo bene che queste parole sono destinate a suscitare l''ironia di quanti praticano il disincanto come terapia d’addomesticamento delle passioni sociali, ma siamo convinti che senza l'investimento affettivo sulla prospettiva di un futuro diverso una formazione sociale diventi prima un condominio rissoso e poi una clinica psichiatrica, d’individui chiusi in una solitudine disperata.
Sotto questo profilo, chi pensa di battere il centro destra con la contestazione del mancato mantenimento delle promesse o con l'analisi delle finanziarie non ha capito il carattere profondamente politico e innovativo della destra italiana e del suo carattere devastante proprio perché capace di suscitare consenso di massa e sintesi sociale, esasperando l’egoismo aggressivo, il razzismo e l'individualismo possessivo della tarda modernità.
Veniamo, dunque, al punto della ricerca dei principi e delle idee che possono istituire una nuova distinzione tra la sinistra, il centro e la destra, per riconquistare la fiducia dei cittadini, pertanto punti di riferimento per nuove idee e per un programma per parlare alle persone e riavere il consenso per divenire forza di governo sono:
• La prima differenza è la concezione della democrazia e del suo rapporto con i diritti umani universali. La democrazia di cui oggi si parla è diventata soltanto una tecnica opportunistica per l'allocazione della risorsa “consenso”, e, come tutte le tecniche, esportabile senza alcun riferimento alle identità culturali. Viceversa, siamo convinti che la democrazia sia una forma di vita orientata allo sviluppo dell'autogoverno sociale attraverso la partecipazione attiva di tutti i cittadini alle decisioni. La democrazia istituisce la distinzione tra pubblico e privato. I cittadini vogliono sapere dove vanno a finire i loro soldi. La democrazia non è perciò dissociabile dalla ricerca della verità, dall''informazione sui fatti su cui occorre prender partito, e suoi nemici principali sono la menzogna, il sospetto, la manipolazione e la disinformazione.
• La seconda differenza è perciò, la politica estera, che oggi significa niente più e niente meno della guerra al terrorismo proclamata a suo tempo da Bush, Blair/Brown, Sarkozy e Berlusconi e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, relativamente alle relazioni con le altre culture e civiltà. Anche in questo campo è decisiva la differenza tra inganno e verità. Sull'Iraq abbiamo assistito all''apologia della menzogna di stato e all'ipocrisia della missione umanitaria, senza dare ai cittadini italiani una giusta rappresentazione degli enormi interessi di potere economico e di dominio mondiale che hanno spinto Bush a intraprendere questa sciagurata iniziativa. Sono stati impediti, infatti, ogni tentativo di comprensione delle ragioni del mondo islamico, e persino la pietà e la denuncia delle migliaia di morti civili, donne, vecchi e bambini, uccisi dalle bombe intelligenti non solo delle armate Usa. È vergognoso che in un paese democratico chi, pur condannando duramente la ferocia terroristica, esprime indignazione e condanna anche le stragi di civili Iracheni, Afgani, sia escluso dalla comunità civile e accusato di complicità con il nemico. Guernica, le bombe atomiche sul Giappone, i campi di concentramento ci avrebbero dovuto lasciare nel nostro DNA l’indignazione per la morte. Ma, oggi qualche cosa è cambiato negli USA c’è Obama, una nuova speanza.
• La terza differenza riguarda la tutela della vita e dell'ambiente contro le forme d’egemonia scientifiche e tecnologiche che tendono a distruggere le specificità delle culture e le differenze fra le identità sociali. Il rapporto tra tecnica e vita non è solo una questione etica, ma eminentemente politica, perché si tratta di scegliere fra un''omologazione sostanzialmente biologista, fondata sulla presunta neutralità della tecnica applicata al vivente, e una visione “umanistica” delle diverse società. Solo la grande politica può governare la tecnica senza far assoggettare l'umanità al sistema tecnico attualmente legato agli interessi economici dei grandi poteri.
Si condividano o no queste considerazioni, in ogni caso è certo che se si vuol battere l'iperpoliticità del messaggio apparentemente impolitico della destra ed in particolare di Berlusconi e Bossi, bisogna alzare il livello del dibattito e riportarlo sui temi che oggi possono definire il terreno della Grande Politica. Il PD non centra è in parte omologato a quel modello e va recuperato ad un nuovo dialogo con la sinistra.. Se si vuole, cioè, battere non un modo di amministrare ma una visione della società e del modo. È possibile ancora, nell'epoca della globalizzazione, parlare di grande politica o bisogna rassegnarsi al trionfo dell'individualismo singolarizzato e impersonale nella forma dell'edonismo consumistico e garantito dal sistema-apparato tecnico-economico? Questo è il vero terreno sul quale si gioca la sopravvivenza della sinistra.
La nuova sinistra, sono in realtà parole vuote se designano mere aggregazioni senza idee forti, valori guida ed al centro della nostra discussione non ci sia la persona. Di questo occorre discutere. Da qui bisogna incominciare per ricostruire la SINISTRA e la democrazia nel nostro paese.
Non perdiamo questa occasione, discutiamo e mettiamo in campo il nuovo partito della sinistra.
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