venerdì 3 dicembre 2010

RICEVO E SOCIALIZZO

arola d’ordine: “Iniziare subito”
Mi rivolgo ai compagni tutti, quelli in Italia e quelli all’estero che possono giocare un ruolo importantissimo per i legami che ancora li colleghino ai familiari, agli amici e ai conoscenti rimasti, con un messaggio di sollecitazione e dichiarando, prima di tutto, i miei limiti, visto che non ho l’autorevolezza necessaria. Vorrei essere ascoltato anche se il mio apporto percorre le vie del grande sentimento che ci unisce e solo in parte segue la ragione politica. Anche contraddetto, se ciò sarà utile.
La mia riflessione parte dalla situazione italiana di oggi ma si estende, come è sempre stato nelle analisi della nostra cultura di sinistra, agli uomini di ogni Paese perché i principi economici liberali (o liberisti o neo-liberal) che adesso da noi imperversano per colpe di persone come Tremonti, Berlusconi, Fini ed altri, sono le uniche leggi dei nuovi padroni del mondo.
La situazione italiana è allo sbando: la crisi, che adesso comincia a mordere più profondamente, è stata sempre negata dal nostro premier Berlusconi e nulla è stato fatto per pararne i colpi.
Solo da poco Berlusconi, è accusato di essere in combutta con Putin per affari privati sul gas, ha riconosciuto lo stato di crisi (3.12.2010!) ed è stato indotto da alcuni suoi ministri incapaci, che sono una sventura per l’Italia a tentare di fare qualcosa. Fini, anche lui liberale, trama con pezzi politici vari per, fargli le scarpe, lotte tra liberisti e lacrime per tutti gli altri
Nel marasma generale fare qualcosa è stato fatto: ancora tasse, ancora tagli ai servizi sociali e qualche provvedimento contestato da molte manifestazioni di piazza, ma principalmente è ripartita la campagna elettorale fatta di incredibili bugie e spudorata demagogia (alla quali pure in molti finiscono col credere), ripetute sino a che alla gente il falso non sembra vero.
Insomma, e ripeto, i liberali della destra, chi più volgarmente e chi meno, hanno iniziato la loro campagna elettorale.
Per poter essere più liberi di raccontarci le solite cose, le Camere dei senatori e dei deputati sono state materialmente chiuse. Come dire, e già lo sappiamo bene, che prima vengono i loro interessi di partito o personali e dopo, le sorti dell’Italia. Al peggio non c’è fine!
E’ proprio per contrastare questa destra martellante prima che elezioni siano state dichiarate dal Presidente della Repubblica che vi scrivo.
Campagna elettorale aperta a tradimento e senza permessi significa anche riprendere anche la solita litania delle promesse mai mantenute, anzi stravolte da Berlusconi e dai suoi dopo che una marea di voti gli ha concesso una maggioranza schiacciante. Quella maggioranza alla quale loro fanno continuo ed ossessionante riferimento, come se il popolo italiano gli avesse firmato una cambiale in bianco per dargli il comando assoluto incondizionato. Tutto sommato, la destra in questi anni si è comportata di conseguenza al mandato estorto ed i frutti di questa politica sono sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere e capire.
Cascheremo nella trappola anche questa volta che siamo più forte e ci riconosciamo in una dirigenza che sa di non poter rifondare più nulla e deve guardare al futuro con progetti nuovi?
Ecco la necessità di stringere subito ranghi e partire senza indugio all’attacco con decisione e forza. Le linee guida i nostri dirigenti ce le hanno date, ora tocca a noi mettere in moto tutti i nostri rapporti possibili per aumentare il nostro numero.
La prima cosa da fare è parlare tra noi e con la gente che ci sta vicino, ma con attenzione perché nei luoghi di lavoro il padronato vigila e la repressione è immediata. Non ci sono schemi operativi da fornire, ognuno deve saper scegliere il terreno più consono e le occasioni più favorevoli per spiattellare la verità sulle condizioni dell’Italia in questi mesi: quasi in agonia.
Io, per esempio, come medico avvicino molta gente cui, con rispetto per le diverse posizioni, dico dei mali che investono tutto il pianeta della sanità con l’intenzione di passare a fare riunioni tematiche.
Sulla sanità ho fornito un breve documento a Guglielmo Zanetta da tradurre e passare ai compagni all’estero ed anche a Gianni Melilla ed a SEL Abruzzo.
Siccome è valido in tutta Italia, se ne voleste copia potremmo mandarvela facilmente.
Insomma la nostra campagna elettorale deve avere diversi livelli o piani d’azione e ognuno deve intelligentemente sapersi destreggiare tra le difficoltà, evitando di rischiare il posto di lavoro, ma non per questo rinunciando. Non è la prima volta che lottiamo corpo a corpo con avversari politici più grandi e potenti di noi. Solo se partiamo in tempo e ci organizziamo bene, abbiamo la possibilità di spuntarla.
Ma ogni occasione perduta saranno certamente voti per la destra ed ogni conoscenza perduta sarà come se noi restassimo di nuovo soli.
Buon lavoro e saluti a tutti.
Franco Trapani
Presidio SEL di ORTONA, Chieti 3.12.2010
VEDI IL DOCUMENTO SU BLOGSPOT DEL CIRCOLO
http://sinistraecologialibertavillacaldari.blogspot.com/

giovedì 9 settembre 2010

RASSEGNA STAMPA DI PARTE 9 SETTEMBRE 2010

Rassegna stampa di parte
1 - il financial times incorona nichi
2 - post di nichi: calci negli stinchi ai lavoratori
3 - fallisce l’assalto alle istituzioni
4 - papi padrone (di casa) le ragazze inquiline di b. vivono negli appartamenti del premier. un caso?
5 - c’è giuda e giuda - di marco travaglio
6 - Un’altra Italia è possibile- di redazione

1 - Il Financial Times incorona Nichi - In un articolo apparso ieri, il Financial Times, primo quotidiano economico anglosassone, incorona Nichi come leader del centrosinistra, definendolo vera spina nel fianco di Berlusconi.
Uno degli aspetti più interessanti di Vendola, secondo il Financial Times, è l’aver conquistato la fiducia delle imprese attraverso le politiche energetiche, che hanno reso la Puglia la regione più attraente per gli investimenti in energie rinnovabili.
A breve la traduzione, intanto ecco l’articolo in inglese:

Puglia’s governor taunts Berlusconi

By Guy Dinmore in Bari Published: September 7 Nichi Vendola: ridicules the ‘fable of Berlusconismo’As a communist, Catholic and openly gay, Nichi Vendola defies easy categorisation. And as a popular governor of the large southern region of Puglia, he is a thorn in the side of Silvio Berlusconi and the centre-left opposition Democrats.
With Italy stumbling towards early elections unless Mr Berlusconi can stitch back together his fractured coalition, Mr Vendola’s role as a rallying cry for what is left of the country’s splintered communist movement could be crucial.
Equal to the 73-year-old media baron prime minister in terms of populism and charisma, the maverick of Puglia, who wears an earring and publishes poetry, wins in the oratory stakes.
“Berlusconi is a prisoner in his palace like Montezuma,” says Mr Vendola, 51, in his fascist-era offices in Bari overlooking the Adriatic. “This is a civil war in his party. It is the rift of the plastic TV remote-control party,” he says of Mr Berlusconi’s break with Gianfranco Fini, his long-time ally and former neo-fascist.
Turning his sights on the opposition Democratic party, he accuses Pierluigi Bersani, its third leader in two years, of failing to create an alternative.
“They have a deficit of ideas; out of touch with struggling workers and students. The demands for change are huge in Italy and the Democratic party is not meeting the challenge.”
Mr Vendola, who signed up as a communist at the age of 14, was first elected governor of Puglia’s 4m people in 2005. Before regional elections this spring, the Democrats tried to get him to step aside to give their candidate a better chance. Mr Vendola refused, defeated the Democrat’s choice in a primary and went on to trounce his centre-right rival.
Although not a member of the Democratic party – he is leader of a new leftwing ecology party – Mr Vendola has challenged Mr Bersani’s leadership, with one poll indicating he would win narrowly if it came to a vote.
But for the moment, Mr Vendola remains on the fringes of the national stage and is likely to stay there. His main battle is with Giulio Tremonti, finance minister and architect of the austerity package that punishes regions in deficit such as Puglia by slashing funding from Rome.
Mr Vendola calls it “social butchery” and notes that for two years, as Italy’s financial troubles deepened, the prime minister denied there was a crisis. “It did not fit the beautiful fable of Berlusconismo,” he says.
“They see taxes as a mortal sin, not an instrument of the state. To speak of a tax on financial transactions is virtually forbidden,” says Mr Vendola, citing what he calls warnings by pro-government economists that the cuts will cost 100,000 jobs and lead to renewed economic contraction.
In reply, Mr Tremonti accuses Mr Vendola of creating “another Greece” in Puglia through over-spending and waste, especially in healthcare, where several centre-left officials are under investigation for corruption.
Mr Vendola retorts that Italy’s poorer southern regions have had their share of central government funding cut to 37 per cent of the total from 43 per cent over the past decade. He says European Union money intended for development has instead been used to cover ordinary expenses.
In spite of his communist background, Mr Vendola has won over investors in the region’s growing renewable energy sector. At a recent international conference on solar power, investors named Puglia as the most attractive region in Italy’s south for its less cumbersome bureaucracy and the relative weakness of the mafia, known there as Sacra Corona Unita (United Sacred Crown).
Mr Vendola says that it is “our duty to call for a grand democratic coalition to bury the stinking corpse of the Second Republic”, which grew out of the collapse of the established parties – including the communists – in the early 1990s.
He would like to be the grave-digger. As someone who relishes portraying his enemies as communist conspirators, Mr Berlusconi would enjoy the prospect of taking him on.
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2 - Post di Nichi: Calci negli stinchi ai lavoratori
La decisione di Federmeccanica di disdettare il Contratto Nazionale dei metalmeccanici è un errore che non aiuterà le imprese, non aiuterà la Fiat né Marchionne.Come è noto c’è una dialettica forte anche all’interno della borghesia d’impresa e le critiche a Marchionne sono giunte, anche aspre, dalle personalità più insospettabili, come Romiti.
Marchionne colloca in Italia una battaglia che ha sempre meno a che fare con gli obiettivi di competitività e produttività ma sembra una battaglia di ridefinizione degli assetti politici e culturali del paese. Tutto questo accade ed è possibile perché c’è un governo che anziché fare l’arbitro è sceso pesantemente in campo prendendo a calci negli stinchi i lavoratori e facendo il tifo per la parte più agguerrita e aggressiva del sistema delle imprese.
Invece di guardare alla politica economica, invece di ripartire dal lavoro, dalle relazioni industriali basate sui diritti sociali, sulle persone, siamo di fronte alla scelta distruttiva di Federmeccanica incoraggiata dal governo di centrodestra.
Il governo ha falsato la dialettica tra imprese e lavoratori scegliendo da che parte stare. Sta addirittura immaginando di privare il mondo del lavoro della 626. Così cadono gli elementi che hanno fondato la civiltà del lavoro su cui si basa la storia della democrazia italiana.
Sul banco degli imputati hanno messo i lavoratori di Melfi, di Pomigliano, di Mirafiori. Il mondo del lavoro è visto come portatore di strane sindromi, come il posto fisso, la volontà di difendere il proprio reddito. Tutti diritti che secondo Tremonti e Sacconi sono incompatibili con la globalizzazione. Intanto in Cina i lavoratori iniziano a protestare per questi diritti.
Nichi

3 - Fallisce l’assalto alle istituzioni IL PREMIER AMMETTE: NON ANDRÀ AL COLLE A CHIEDERE LA TESTA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA di Alessandro Ferrucci
Regole. L’obiettivo è rispettarle, per Gianfranco Fini. Tutte e fino alla fine. Restare arroccato dentro i paletti della Costituzione, del Parlamento, e aspettare le mosse degli altri: questa la sua strategia. L’ha dichiarato da Enrico Mentana martedì sera, lo ha già messo in atto. Così ieri nel primo giorno di riapertura dei lavori parlamentari, il presidente di turno, Antonio Leone del Pdl, legge: “Gianfranco Fini ha aderito al gruppo parlamentare Futuro e libertà per l’Italia”. Una decisione già presa e comunicata agli uffici di Montecitorio prima della pausa estiva, come da prassi, appunto. E come da prassi istituzionale non manca di bacchettare Angela Napoli, rea di aver dichiarato: “No, no. Non escludo che senatrici o deputate siano state elette dopo essersi prostituite”.
QUINDI LA RISPOSTA del leader di Fli: “Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche e, quindi, indimostrabili, non può essere consentito né per il rispetto che si deve al Parlamento né per la considerazione che si deve avere per tante donne che, al pari dei colleghi di genere maschile, fanno politica con passione e disinteresse. Mi auguro che l’onorevole Angela Napoli, proprio perché a pieno titolo rappresenta da anni questo di genere di impegno politico, ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi”. Scuse immediate. Come la minaccia di querela partita da Mussolini, Lorenzin, Saltamartini e Golfo. E torniamo alla regole. Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano le conosce. Così a chi gli domanda della richiesta a mezzo-stampa di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi di salire al Quirinale per parlare del caso-Fini e chiedere le sue dimissioni, risponde: “Gli incontri li prevedo quando mi vengono richiesti: fino a questo momento non ho ricevuto nessuna richiesta di incontro”. E la conferma giunge dallo stesso premier, un po’ stizzito: “Non è necessario andare da Napolitano”.
E INFINE le regole all’interno del Pdl. In questo caso entrano in gioco le sfumature, i contorni si velano. Per questo è stata rimandata a data indefinita la tanto annunciata convocazione dei finiani davanti allo stato maggiore del Partito delle libertà. Oggetto: decidere sulla loro incompatibilità rispetto agli incarichi che hanno nel Pdl. Pochi giorni fa sembrava molto più urgente. Ora meno. Anche perché nella maggioranza c’è sempre lo scoglio dei fliniani con incarichi nel governo, con il presidente dei deputati berlusconiani, Fabrizio Cicchitto, pronto a chiarire: “Loro non saranno toccati”. Per ora.
"Parlamentari prostituite per guadagnare un seggio sicuro" bufera contro la finiana Napoli ALESSANDRA LONGO
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ROMA - Ore 14,16. Sul tavolo di Gianfranco Fini arriva, come un missile, la dichiarazione di Angela Napoli, deputata del plotone di Futuro e Libertà. Il titolo dell´agenzia di stampa riassume e rende bene l´idea: «Non escludo elette dopo essersi prostituite». Balzo sulla sedia: ecco la grana, inattesa, di giornata. Il presidente della Camera dovrà risolverla di lì a poco con una nota ufficiale di censura. Chi è Angela Napoli? Una signora perbene, membro della Commissione Antimafia che, stimolata da una domanda dello scaltrissimo Klaus Davi, si è lasciata andare così: «Non escludo che senatrici e deputate siano state elette dopo essersi prostituite. Purtroppo può essere vero e questo porta alla necessità di cambiare l´attuale legge elettorale. E´ chiaro che, essendo nominati, se non si punta sulla scelta meritocratica, la donna spesso è costretta, per avere una determinata posizione in lista, anche a prostituirsi o comunque ad assecondare quelle che sono le volontà del padrone di turno».
Intervista diffusa su Youtube, programma «Klauscondicio». E´ come mettere spontaneamente la testa sotto la ghigliottina. Dalle file del Pdl in pochi minuti si scatenano le ex colleghe di partito, già con il dente avvelenato. «Attacco squallido e infamante, questa sì che è la fogna della politica», urla Beatrice Lorenzin. Seguono le altre a ruota. Alessandra Mussolini vuol subito investire l´ufficio di presidenza della Camera; Melania Rizzoli annuncia: «Incaricherò l´avvocato Giulia Bongiorno (da notare la perfidia della scelta, ndr) di querelare la collega. Se la signora non fa nomi diffama tutto il Parlamento. E´ una donna frustrata sessualmente, influenzata dall´atmosfera della nuova casa finiana»; Daniela Santanché: «La Napoli? Certifica l´assoluto vuoto del partito di Fini»; Barbara Saltamartini: «Mi vergogno terribilmente per questo fuoco di fila volgare e meschino». E via così, fiamme sempre più forti, incendio sempre più esteso, fino a raggiungere gli stessi accampamenti finiani. Si dissociano Catia Polidori, Roberto Menia, Silvano Moffa: «Attacco inaccettabile, dichiarazione assurda».
Elette perché si sono prostituite. Lei esclude o non esclude, chiede Davi. «Non escludo», è la risposta. Jole Santelli, vicepresidente dei deputati Pdl, si rivolge al presidente della Camera, peraltro già irritatissimo: «Deve intervenire e censurare!». Detto fatto, arriva la nota: «Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche, e quindi indimostrabili, non può essere consentito... mi auguro che l´onorevole Angela Napoli ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi». Margini zero. Angela Napoli fa marcia indietro. E´ sorpresa, amareggiata: «Trovo sorprendente quel che è successo. Parlavo della legge elettorale. Non volevo criminalizzare nessuno. E´ il velinismo che ruota intorno al premier a offendere le donne. Io ho solo risposto ad una domanda. Ci sono tante colleghe che siedono in Parlamento per merito. Comunque mi scuso».
Finita qui? Mica tanto. Perché la faccenda riaccende i riflettori sul cortocircuito sesso e politica, rimanda al dolore concreto di Veronica Lario per «il ciarpame» che circondava il marito, ad un´altra recente uscita della finiana Barbara Contini, anche quella accolta a fischi, sull´eccedenza dei «tacchi a spillo» come strumenti di carriera. Flavia Perina, direttore del Secolo, denuncia l´ossessione «pruriginosa» del dibattito politico di questo Paese che è «il più maschilista d´Europa». Sempre riferimenti all´estetica, al sesso, sempre la ricerca dell´effetto-pollaio. «Angela è caduta per ingenuità nella trappola di Klaus Davi, che è un funambolo dell´informazione. Invito Davi ad approfondire il tema dei "prostituti", quelli, maschi, che barattano un seggio con la genuflessione al padrone di turno».
L´editoriale di oggi sul Secolo, a firma di Annalisa Terranova, fa notare che, a prendersela, con le dichiarazioni generiche (e perciò trasversali) della Napoli sia stato solo il fronte berlusconiano. Segno che la battaglia con i finiani «ha raggiunto l´apice». «Angela ha sbagliato - dice la Terranova - è inciampata in una domanda sessista ma nella sua ingenuità ha dato voce a un legittimo sospetto. Patrizia D´Addario, candidata in una lista civica a Bari, non è un´invenzione dei finiani... Lei ha risposto in modo sbagliato ad una domanda sbagliata su un tema che però è sacrosanto».
4 - PAPI PADRONE (DI CASA) LE RAGAZZE INQUILINE DI B. Vivono negli appartamenti del premier. Un caso? di Marco Lillo
Magari potessi, magari”, gridava a Gad Lerner la giovane Francesca Pascale nella trasmissione L’Infedele incentrata sullo svilimento del corpo delle donne. La ragazza difendeva Papi-Silvio di fronte alle critiche per lo stile di vita poco morigerato. “Tutta invidia” secondo la giovane napoletana. “Magari potessi farlo anche io”, diceva allora ammiccando ai telespettatori. Finalmente quell’antico desiderio, almeno in parte, si è realizzato. Un frammento dello specchio delle brame berlusconiano, Francsca lo ha agguantato. Dopo l’ingresso nel partito di Berlusconi, dopo l’ingresso nella villa sarda di Berlusconi, è riuscita finalmente a insediarsi in pianta stabile in una casa del Cavaliere. Il Fatto Quotidiano ha scoperto che la ragazza napoletana eletta consigliere provinciale a Napoli nel 2009, abita in un appartamento di Silvio Berlusconi. Per l’esattezza è inquilina della Immobiliare Dueville Srl, partecipata al 40 per cento dalla Dolcedrago di Berlusconi e per il restante 60 per cento dalla Holding Prima e dalla Holding Ottava, due delle 22 società omonime che controllano la Fininvest. Non basta: sempre mediante la Dueville, nello stesso periodo, il presidente del consiglio ha comprato un secondo appartamento a Roma in zona Cassia. Sul citofono si legge da pochi mesi il cognome di Adriana Verdirosi, un’altra valletta che compariva nelle liste dei nomi delle candidate per le elezioni europee del 2009, poi depennate grazie all’intervento pubblico di Veronica Lario. Berlusconi non è nuovo ad acquisti immobiliari a Roma. Nel 2004 comprò mediante un’altra società un attico alla Balduina dove la conduttrice della RAI Sonia Grey abitava in affitto da anni. Per la sua vecchia fiamma Virginia Sanjust nel 2006 spese 2 milioni e 250 mila euro per un appartamento in piazza Campo dei Fiori. La storia di Francesca Pascale, rispetto alle altre, assume anche un risvolto di interesse pubbblico. L’amica napoletana del presidente del consiglio è stata candidata alle elezioni provinciali del 2009 e gratificata con una consulenza al ministero dei beni culturali. Ora si scopre che il Cavaliere e la giovane promessa del Pdl di Posillipo sono legati oltre che dalla passione politica anche da quella per le belle case. L‘appartamento in questione è inserito in un comprensorio signorile in cima a via Cortina d’Ampezzo, in zona Trionfale, è composto di una sola camera, servizi e terrazzo ed è costato al Cavaliere ben 470 mila euro. Un prezzo molto elevato ma che si giustifica per la presenza del box e soprattutto per il contesto. Il palazzo è videosorvegliato e presidiato all’ingresso da un portiere ed è dotato di una bella piscina condominiale circondata dal verde e dai lettini prendisole. Al citofono risponde Catuscia Pascale: “Francesca non c’è”, dice con grande disponibilità, “io sono sua sorella e sono venuta a trovarla. Ogni tanto, visto che vivo a Latina, mi appoggio qui”. Quando il cronista chiede perché la sorella abita in una casa del presidente del consiglio, lei cade dalle nuvole: “ma cosa dice? La casa non è di Berlusconi, mia sorella è in affitto qui da circa un anno e non mi ha mai detto nulla del genere. Mi viene da ridere solo all’idea”. Le visure della conservatoria dei registri ipotecari di Roma raccontano un’altra storia: il 19 ottobre del 2009 la società Immobiliare Dueville Srl con sede in Segrate, rappresentata da Marco Sirtori, compra dalla Alef Immobiliare pagando 370 mila euro in contanti e estinguendo il mutuo di 99 mila euro che ancora gravava sull’immobile. Una somma alla quale bisogna aggiungere i 24 mila euro incassati dal mediatore immobiliare e le tasse pari a 47 mila euro. L’esborso di oltre 540 mila euro è solo un investimento immobiliare del Cavaliere o anche un bel gesto verso la giovane collega di partito? La sorella dice che Francesca Pascale è in affitto e che in famiglia nessuno sapeva dell’insigne locatore. Per capire se si tratta dell’ennesimo caso di un politico ben accasato “a sua insaputa”, Il Fatto Quotidiano ha cercato di ottenere la versione di Francesca Pascale, ma la consigliera provinciale non si è fatta viva. Il rapporto tra la giovane napoletana e il Cavaliere nasce nel 2006. A quel tempo questa giovane laureata è famosa più per i suoi balletti ancheggianti che per le sue idee. In una trasmissione cult sulla tv locale Telecapri (“Il Telecafone”) balla e canta insieme a tre colleghe: “se mostri un po’ la coscia si alza l’auditelle, se muovi il mandolino si alza l’auditelle, se abbassi la mutanda si alza l’auditelle”. A Napoli il ritornello inventato dal cabarettista Oscar Di Maio lascia il segno. Su Youtube i video dell’attuale consigliere provinciale di Napoli che struscia il suo top mozzafiato sul compiaciuto comico Di Maio restano tra i più cliccati. Il telecafone pelato sorride vestito come un camorrista e canta il suo inno ironico al “cafunciello”. Francesca Pascale e le colleghe improvvisano un merengue sull’erba mentre il lui sventola un tubo di gomma con pose alla Merola (Mario, beninteso, non Valerio) e schizza acqua sulla telecamera.
Purtroppo per i patiti del genere, al culmine di questa fulminante parabola nello show biz partenopeo, che lascia una scia generosa di immagini sulla rete, Francesca Pascale abbandona una strada segnata per scendere (o meglio salire) in campo. La sua ascesa dal sifone di Telecapri alla piscina di Roma, dal Telecafone al Telepadrone, è una tratettoria istruttiva della selezione della classe politica nel mondo berlusconiano. Nel 2006 Francesca Pascale fonda con un paio di amiche il circolo “Silvio ci manchi” ispirato dalla nostalgia che attanagliava il Vesuvio per la dipartita del premier da Palazzo Chigi. Le animatrici del comitato fanno tutte carriera: Francesca Pascale è consigliere in provincia dal 2009; Emanuela Romano è assessore a Castellamare di Stabia dal 2010, ma diventa celebre il 28 aprile 2008 quando il padre si cosparge di benzina come un bonzo sotto Palazzo Grazioli minacciando di darsi fuoco se Silvio non provvede a sistemare la figlia. Mentre Virna Bello, bionda pienotta che si autodefinisce la Braciolona, è oggi assessore a Torre del Greco. Quando le tre ragazze vengono fotografate mentre scendono dall’aereo privato del Cavaliere a Olbia, è Francesca Pascale quella più decisa del terzetto che si incammina con piglio da leader verso Villa Certosa. E, mentre la Romano con i giornali nega di essere lei, Francesca rivendica la sua deliberata scelta politica: “Ma che scherziamo, certo che siamo noi! A ottobre del 2006 ci siamo presentate e appena qualche settimana dopo siamo partite in aereo per Villa Certosa”. A Repubblica proclamava: “non c'è niente di cui vergognarsi, era una convention politica”.
Da allora, quando il Cavaliere scende a Napoli, Francesca lo aspetta all’hotel Vesuvio e Silvio trova sempre un momento per parlare con lei. Politicamente all’inizio è un disastro: raccoglie solo 88 voti nel 2006 nel suo quartiere Posillipo alle municipali. Il Cavaliere però stravede comunque per lei. Nel 2008 il suo nome spunta tra le papabili per il Parlamento europeo ma Veronica guasta tutto. Nel giugno 2009 arriva il risarcimento: Francesca Pascale ottiene 7600 consensi nelle elezioni che decretano il successo di Nicola Cesaro e vola in consiglio provinciale. Si segnala subito per una verve insolita per una debuttante. Quando Nicola Cosentino insiste sulla candidatura a presidente della Campania nonostante la richiesta di arresto, è una delle poche nel Pdl che ha la forza per dirgli a brutto muso: “Berlusconi non punta su di te”. In un’intervista a Conchita Sannino di Repubblica si autocandida addirittura a coordinatrice del Pdl in provincia. Eppure , a sentire la capogruppo dell’Italia dei Valori, Maria Caterina Pace, a questa effervescenza mediatica non si accompagna un’attività istituzionale nelle sedi deputate. “Partecipa ai consigli provinciali che si riuniscono in media una volta al mese ma per il resto non saprei cosa dire di lei. Farebbe parte della commissione pari opportunità”, spiega la consigliera Idv, “che ha portato avanti dei progetti importanti come lo sportello anti-violenza in ogni pronto soccorso per tutelare le donne. Ma lei non si è mai vista. Mi dicono stia spesso a Roma”. Nessuno pensa alla creazione di un comitato “Francesca mi manchi” ma in molti si chiedono cosa faccia nella capitale. “Anche io non la vedo quasi mai. Dicono che avrebbe una consulenza al ministero dei beni culturali”, dice il capogruppo in provincia del Pd, Giuseppe Capasso. Ma al ministero precisano: “Francesca Pascale da un anno non lavora più qui”. L’altra casa romana appartenente alla società Dueville di Berlusconi si trova sulla Cassia e oggi è disabitata. È stata comprata il 14 settembre del 2009 (dopo un preliminare siglato ad aprile) per un prezzo di 380 mila euro. Il Cavaliere si è aggiudicato un quinto piano che affaccia sul parco dell’Insughereta, composto di salone, due stanze, doppi servizi e ampia terrazza per un prezzo davvero buono, visto che al piano terra si vende a 250 mila euro un appartamento composto di due stanze e servizi. La società di Berlusconi ha appena finito i lavori di ristrutturazione e l’appartamento non è ancora abitato. Un ragazzo che abita lì vicino dice che la nuova inquilina è una ragazza. Sul citofono c’è scritto Verdirosi. Adriana Verdirosi è un’altra valletta che era apparsa nella lista delle candidate di Papi nel 2009. Nell’articolo di Libero che parlava dei corsi di politica per selezionare le nuove europarlamentari, e che ha favorito l’arrabbiatura di Veronica Lario sul ciarpame senza pudore, il suo nome c’era.
Mario Prignano ricordava la sua esperienza di cantante in Giappone con il singolo Sunny Day. Ma in realtà Adriana Verdirosi divenne famosa nel 2007 quando Luca Telese la portò in tv nella trasmissione Tetris (allora trasmessa da Raisat) come modello di valletta raccomandata. Era stata segnalata ironicamente (o almeno così si credeva) dall’allora presidente di Raisat come raccomandata da un politico. “Io lo chiamo Cicci ed è giovane dentro”, diceva allora Adriana Verdirosi ridendo in tv. Tutti pensavano a uno scherzo. Il duetto tra la ragazza che si ostinava a non svelare chi si celava dietro quel nomignolo e il conduttore che la incalzava era un tormentone fisso della trasmissione. Tre anni dopo il suo cognome compare sul citofono della casa di Silvio Berlusconi. Da allora di lei si son perse le tracce ma non è detta l’ultima parola. Le elezioni sono alle porte.

5 - C’È GIUDA E GIUDA di Marco Travaglio
Lo sanno tutti che ha ragione Angela Napoli quando non esclude che “con questa legge elettorale qualche senatrice o deputata si sia prostituita per il seggio”. Lo sanno soprattutto in Parlamento, dove il fenomeno della “mignottocrazia” (copyright di Paolo Guzzanti) è arcinoto. Anche Veronica parlò di “vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà. Ma per una strana alchimia il Paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore”. Però l’ipocrisia generale impone che tutti si straccino le vesti, prendano le distanze, alzino il ditino e facciano la boccuccia a cul di gallina: signora mia, che brutte parole, moderiamo i termini, abbassiamo i toni! E siccome dalla tragedia alla farsa il passo è breve, è in arrivo la querela di alcune parlamentari che – chissà come mai – si sentono chiamate in causa. La prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo. Guai a chiamare le cose con il loro nome. Solo il padrone d’Italia, che è anche il padrone delle parole, può usarle a suo uso e consumo, facendo comparire e sparire i fatti cambiando loro il nome. Prendiamo il “ribaltone”, evocato dal fido Minzolingua come il peggiore dei mali in cui sarebbe specializzata la sinistra italiana. In realtà di ribaltoni è maestro B. Che però è sempre stato abilissimo a chiamarli in un altro modo. Nel ’94 il suo primo governo non aveva la maggioranza al Senato, ma ottenne la fiducia grazie al salto della quaglia di Tremonti e Luigi Grillo, eletti con l’opposizione e compensati con una poltrona di ministro e una di sottosegretario. Poi, quando cadde, B. chiamò “ribaltone” il governo tecnico di Lamberto Dini, che aveva indicato lui e a cui aveva promesso la fiducia, salvo poi negargliela a sorpresa e accusarlo di esser diventato “comunista” solo perché gliel’avevano data gli altri (Lega e centrosinistra). Nel 1998, caduto Prodi, il ribaltone ci fu per davvero, quando D’Alema lo rimpiazzò con una nuova maggioranza: fuori Rifondazione, dentro un’infornata di voltagabbana che si facevan chiamare Udr al seguito del trio Cossiga-Mastella-Buttiglione. “Giuda!”, strillò il Cavaliere chiedendo elezioni subito per sanare il “tradimento della volontà popolare”. “Puttani!”, gridò Fini, citando un famoso titolo del “Roma” sui monarchici che avevano scaricato Achille Lauro per la Dc (“I sette puttani”). Micciché tuonò: “Saltimbanchi, truffatori, massoni, boiardi di Stato che strisciano come vermi”. Nel 2007 B, che si era già annesso l’ex dipietrista De Gregorio passato da sinistra a destra ma poi aveva strepitato contro il “tradimento” di Follini passato da destra a sinistra, tentò subito la spallata a Prodi al Senato: fu intercettato mentre chiedeva a Saccà di sistemare a Raifiction alcune squinzie, una delle quali “non è per me, ma per un senatore della sinistra con cui sto trattando”. Alla fine il senatore restò con l’Unione e Giancarlo Innocenzi, autorevole membro dell’Agcom, masticò amaro: “Forse se lo sono ricomprato”. Poi Prodi cadde lo stesso, grazie all’accordo segreto fra Berlusconi e Mastella, poi ricompensato con un bel seggio europeo (con immunità incorporata). Ma guai a parlare di ribaltone, tradimento, Giuda. Dipende: quando si fa inversione a U in direzione Arcore, è sempre per una sincera crisi di coscienza. E c’è persino chi è disposto a rispolverare la Costituzione che affida ai parlamentari la rappresentanza di tutto il popolo, “senza vincolo di mandato”. Ora ci risiamo: per rimpiazzare i finiani sulle nuove leggi vergogna, B. ha pronta una pattuglia di voltagabbana disposti, a suo dire, a passare dall’opposizione alla maggioranza. Uno è già acquisito, il famoso ex Pd Villari. Altri conta di incamerarli presto: Cuffaro, Lombardo e i suoi (ma sarà vero?), i diniani e una spruzzata di Union-Valdôtaine e Südtiroler-Volkspartei (pare che voglia comprarli parlando in tedesco). La cosa ha schifato lo stesso Bossi, che ha suggerito di “chiamarli col loro vero nome: ascari”. Ma B. li ha già ribattezzati “la mia legione straniera”, anzi meglio: “Gruppo di responsabilità nazionale”. Non è meraviglioso?
6 - Un’altra Italia è possibile- di redazione
Le date dimostrano che la politica dell’ultimo secolo ha buchi di 40 anni nella successione di leadership di spessore. Soprattutto non siamo abituati a farci rappresentare da persone preparate: per fare politica in Italia non si va a scuola, anzi non essere istruiti è sinonimo di successo. O questo è ciò che ci dicono i fatti.
Ora io mi chiedo, se ci vuole un curriculum per aspirare a qualunque posizione lavorativa, perché per prendere i posti più importanti nella gestione di uno Stato, basta essere ladri, pressapochisti, ignoranti e con mille interessi personali da incrementare? Perché non pretendiamo credenziali e referenze da chi si candida? Perché pur venendo a conoscenza di degradanti vicende umane, la nostra coscienza si assenta e continuiamo a dare fiducia a persone eticamente improponibili?
Dall’inizio dei tempi la gestione del potere ha sempre implicato il conflitto di interessi, su questo non scopriamo niente di nuovo e neanche ci vogliamo più stupire. Ma quello che veramente non mi da pace è che questo modo di gestire lares publica abbia però portato alla stratificazione della cultura verso il mero chiacchiericcio: non sappiamo più cosa sono i valori politici, non ne sappiamo di storia, facciamo confusione tra le ideologie (che furono, perché oggi di ideologie origin ali non c’è più traccia), ci diciamo nostalgici della democrazia cristiana, disputiamo se sia giusto o meno intitolare delle strade a Craxi, ci conformiamo a tutto ciò che la Chiesa solleva come scandaloso, odiamo la scuola (gli insegnanti stessi odiano la scuola), se abbiamo un posto pubblico inneggiamo alla vita comoda e siamo arretrati come un borgo della steppa, se lavoriamo in un’azienda tendiamo continuamente a far le scarpe al collega. Se, peggio ancora, non abbiamo un lavoro, ci vergogniamo e ci sentiamo reietti.
Se oggi mio figlio mi chiedesse spiegazioni, io avrei seri problemi a fargli capire cosa sono i valori della società civile, perché lui mi chiederebbe di mostrarglieli. Cosa gli mostrerei?
Potrei raccontargli la vicenda umana di Gramsci, la sua lotta per l’elevazione etica della società, i suoi duri giorni in carcere a causa delle sue idee. Ma lui mi farebbe presente che Antonio è morto molto tempo fa. Già. Potrei allora dirgli della verve umana di Berlinguer, della sua voglia di Istituzioni a servizio del cittadino, della sua capacità di persuadere alla passione civile e di come proseguì il suo ultimo comizio nonostante un ictus in corso (evento che ce lo portò via). Ma anche Berlinguer è storia di 40 anni fa.
Mi rimane da mostrargli Nichi Vendola per un motivo tra tutti: il suo senso di tolleranza. Ma parliamoci chiaro: per essere tanto tolleranti, bisogna aver subito molte intolleranze. Non si cresce se non si viene livellati. Vendola dentro la sua persona integra perfettamente la preparazione storico-filosofica, la fede, l’omosessualità come identità, i valori delle proprie radici, la cooperazione sociale, il senso di giustizia, l’elevazione e lo sviluppo della cultura. Dove? Dove il perbenismo impera. Nel paese dove la politica non parla mai chiaro, un giorno si è alzato un letterato e ha cominciato a parlare con amore di chiarezza e con una dialettica da fare scuola. Perché, ed è un fatto, si può andare a scuola di retorica e di comunicazione politica ascoltando Nichi, ma si resta stupefatti dal suo parlare semplice, alla portata di tutti. Mi ha colpito moltissimo l’eleganza e il senso di rispetto espresso a Vittoria durante un’intervista, il suo umorismo delicato, il suo sentirsi piccolo, il suo senso di umiltà.
Ci puoi bere una birra e farti una chiacchierata con Nichi, ci puoi andare a teatro a vedere un’opera lirica, puoi andare nei campi a trebbiare il grano, puoi confrontarti sulla letteratura, puoi andare al cinema, puoi parlare di economia e di sviluppo, puoi farti invitare a pranzo: ti farà due spaghetti e ti offrirà del buon vino, senza che tu debba baciargli l’anello.
Il sapere se non è fruibile e se non si mette al servizio della società è lettera morta. Il potere se non è potere creativo non serve a nessuno, anzi è distruttivo. L’istituzione se non si mette il grembiule e non entra nelle vicende umane della microsocietà per elevarla nella dignità è anche inutile che esista. Oggi noi abbiamo questo valore di rappresentanza (per ora solo in Puglia) grazie a una persona che ha il coraggio di mettere in gioco valori che giacevano moribondi. La malaria del populismo stava rendendo la democrazia una favoletta immorale, la presunta libertà di parola era completamente sotto controllo di chi la parola la usava per sfregiare le coscienze.
Caro figlio mio, quando nascerai io mi auguro che un’altra Italia sia stata possibile. Oggi come oggi, noi qui ne intravediamo l’alba. Fonte: http://laparolachecrea.blogspot.com/

domenica 29 agosto 2010

Incontriamoci lunedì 30 agosto, Al circolo di SEL a Villa Caldari Odg: Riunione C.D. 30 agosto 2010 Situazione nazionale, amministrative 2012

Alle
Compagne ed ai Compagni
Delle VILLE e di ORTONA

incontriamoci lunedì 30 agosto, Al circolo di SEL a Villa Caldari
Odg: Riunione C.D. 30 agosto 2010
Situazione nazionale, amministrative 2012,, questione ambientale e varie.
Villa Caldari Ortona, 25 agosto 2010

confermiamo l’incontro per il 30 agosto alle ore 21.30 al Circolo di SINISTRA LIBERTA’ ECOLOGIA di Caldari aperto alle compagne e compagni disponibili a lavorare per cambiare la politica ad Ortona

Non mancate e fate il passaparola
Cordiali saluti
la segreteria

SU UNA VOCE SIGNIFICATIVA E SULLA SENSIBILITA’ POLITICA
Chi è Matteo Renzi?
E’ il sindaco di Firenze, in quota [cioè del] PD.
Nella intervista a Umberto Rosso de la Repubblica, così si esprime (l’intera intervista sul sito del quotidiano, del giornale).

ROMA - Nuovo Ulivo? ....

Uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd.
Ambizioso programma, sindaco Matteo Renzi.

Non è solo una questione di ricambio generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano [Berlusconi], dobbiamo sbarazzarci di un’intera generazione del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani … Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi.

Rottamare i “vecchi” del Pd vuol dire automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi?
E’ la precondizione [la prima cosa necessaria], il punto di partenza. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo ancora a giocare con le formule, le alchimie [gli inganni, le falsificazioni] delle alleanze: un cerchio [?], due cerchi [?], nuovo Ulivo, vecchio Ulivo … I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare ad impegnarsi, assistono sgomenti [turbamento, depressione, ansia provocata da cause esterne] ad un imbarazzante Truman show [?]. Pensano: ma quando si svegliano dall’anestesia? Ma si rendono conto di aver perso il contatto con la realtà?
Che cosa propone di fare?
Lo statuto del Pd parla chiaro, anche se ovviamente è rimasto inapplicato, dopo tre mandati parlamentari, giù dalla giostra. Se davvero si va alle elezioni anticipate, anche se personalmente ci credo poco, alla prima assemblea nazionale per le candidature vado alla tribuna e lancio il seguente ordine del giorno: facciamo riscoprire il piacere della semplice militanza ai nostri parlamentari che hanno varcato la soglia delle tre legislature. E, potendo, anche a Di Pietro, un altro che da 20 anni pontifica su tutto, e abbiamo visto i risultati.
…....................
In questo articolo bello di Rosso c’è – nella risposta alla seconda domanda una battuta sul tasto dei compagni, del Pd come di altri anche nella nostra piccola SINISTRA, ECOLOGIA E LIBERTÀ, che dev’essere sgomento o, come preferirei dire io, insensibile. Non si scappa.
Infatti le diserzioni dalla politica, appena ci furono le prime difficoltà lasciarono molti orfani che, chissà per quale inspiegabile motivo (roba da psicanalisi, penso), non corsero a mettersi sotto le gonne del Pd, ma restarono indecisi, perplessi, immoti tanto nella mimica [i movimenti del volto come il riso [ridere], la commozione, l’attenzione quanto nel linguaggio del corpo [una cosa difficile assai].
TUTTO IMMOBILE ED INESPRESSIVO, TRANNE LA MIMICA DELLE INCAZZATURE COSI’ BENE APPRESA NELL’AMBIENTE, come nel linguaggio parlato. Non parliamo se poi accenniamo al concettualizzare, cose da lobectomizzati.
Messa la testa sotto la sabbia, la metafora dello struzzo è calzante, ce l’hanno lasciata e sono ancora lì, senza visione e senza pensiero. Se li stimoli, costretti ad alzare la testa, scappano via come indiavolati, e appena stabilita una distanza di sicurezza, di nuovo la testa sotto la sabbia. Il buio può essere come un utero rassicurante nel quale vegetare, pensando che fuori non succede mai niente.
Anche il lessico, l’uso delle parole e delle frasi per organizzare un discorso, risente dello stesso trauma prenatale e si continua ad usare un frasario desueto, antico, ormai inadatto alla nuova realtà che invece è in vulcanico cambiamento.
Cosa ci vuole per modificare questo stato di coma, leggero sì ma che sempre coma è? Ci vuole una normale sensibilità [termine polisemico che non posso sintetizzare per questione di spazio].
La sensibilità politica è la precondizione, vedi sopra all’inizio della seconda risposta di Matteo Renzi al giornalista, per passare con coscienza alle azioni politiche.
E qui mi inguaio di nuovo, perché l’azione politica è, o dovrebbe essere per noi, una cosa ben precisa che è proprio impossibile sintetizzare.
La sensibilità è una facoltà dell’intelletto, dell’animo umano, della coscienza, che ha che fare con sentire.
E qui, in conclusione, mi aiuta un altro aforisma popolaresco che recita che all’asino (o al mulo o al cavallo in altre regioni) che non vuol bere, è inutile fischiare.
La sensibilità non c’è perché non ci può essere, dal momento che non si sente niente (la sordità è peggiore della cecità, talvolta) e la mimica espressiva manca perché manca la sensibilità, quelle politiche dico.
Miei cari, scherzi a parte – veramente dovrei dire dolorose provocazioni a parte – il mondo ci è cambiato sotto i piedi in quest’ultimo mese e gli scenari politici, ma anche economici, sociali, del lavoro, dell’economia e della vita familiare, sono talmente diversi che non c’è paragone.
Un mostro, che io chiamo Berlusconi dio in terra pazzo megalomane, e la sua banda di complici ex socialisti (dio li fulmini, se c’è un dio), vi si faranno sentire sulla pelle quest’inverno e alle loro frustate (accompagnate, come all’Aquila, dalle loro risate , che noi non lo sapremo mai perché anche lo scenario legale è cambiato anche quello, proprio in questi giorni).Risponderemo forte e chiaro oppure come da copione tutti muti ?...
E forse, loro sì, vi sveglieranno, ma sarà tardi. Tardi per noi singoli.
MA TARDISSIMO PER IL PARTITO CHE FORSE AVEVAMO INTENZIONE DI CREARE.
Che faremo a quel punto? ..Continuare a disinteressarci della politica o un “benedetto” sbadiglio con formula apotropaica per il bebè che si sveglia , sarà il segnale della rimessa in moto del nostro lavoro politico con coscienza e sensibilità ben visibili sulle nostre facce..?
Ciao Franco Trapani

lunedì 16 agosto 2010

Battaglie navali contro il diritto d'asilo Un saggio sulle politiche antirifugiati di LAURA BOLDRINI

SCAFFALI Battaglie navali contro il diritto d'asilo
Un saggio sulle politiche antirifugiati di Fabrizio Mastromartino

LIBRI LAURA BOLDRINI, TUTTI INDIETRO, RIZZOLI, PP. 218, EURO 18
Recente è la notizia della chiusura in Libia dell'ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), effettuata dal Governo di Tripoli senza preavviso né apparente giustificazione. Un'operazione, che di fatto pregiudica la possibilità di collaborazione tra la Libia e l'agenzia delle Nazioni Unite e che ancor più aggrava la già difficile condizione in cui versano i migranti e i rifugiati presenti in Libia che intendono giungere in Italia con mezzi di fortuna. Una condizione divenuta disperata a seguito dei respingimenti in mare verso la Libia, ormai pratica quotidiana dal 6 maggio dello scorso anno, segno inequivoco del dispregio dei diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo, declassati a mezzi per l'attuazione di politiche migratorie repressive ad impatto simbolico e strategico.
È in questo contesto critico che va letto il libro di Laura Boldrini, portavoce dell'Unhcr in Italia dal 1998. In un volume agile, ricco di storie che hanno fatto la cronaca delle migrazioni in Italia degli ultimi due decenni, Boldrini compie un'operazione culturale tanto utile quanto difficile: fare chiarezza nel discorso di attualità sui rifugiati e i richiedenti asilo, offrendo al lettore una testimonianza della propria esperienza professionale.
Si capisce l'interesse che merita una voce di questo genere: espressione di un punto di vista parziale ma, al contempo, oggettivo, poiché frutto di un approccio istituzionale non già politicamente orientato, bensì informato alle solide ragioni del diritto, fissate nelle regole nazionali e internazionali in materia di asilo che lo Stato italiano è tenuto a rispettare. Dal racconto di Boldrini, che alterna toni tipici della denuncia di stampo giornalistico al diario della propria esperienza, traspare una lettura alternativa, a quella imposta dalla cronaca mediatica e dal discorso politico e istituzionale, del fenomeno migratorio e della sua dimensione più tragica e allarmante: le traversate del Mediterraneo di migranti dalle coste del continente africano verso il territorio italiano. Ne risulta un'immagine articolata ma coerente, composta da elementi che raramente formano oggetto di considerazione e di analisi nel discorso pubblico italiano.
La prima mossa di Boldrini consiste nello svuotamento e nel ribaltamento della retorica dell'emergenza associata all'assedio cui le coste italiane sarebbero sottoposte da ormai quasi vent'anni. Si tratta di una retorica infondata, costruita su dati parziali che, se correttamente interpretati, fanno emergere un quadro che molto ha di ordinario e nulla di eccezionale: il numero di migranti che fanno ingresso via mare in Italia rappresenta solo una minima parte del totale degli ingressi irregolari, che a sua volta è di molto inferiore rispetto ai numeri che interessano la gran parte dei paesi europei. Di emergenza, si dovrebbe parlare invece, aggiunge Boldrini, in relazione non agli sbarchi, bensì al numero sempre crescente di naufragi e di morti in mare: l'emergenza da risolvere è la sofferenza inimmaginabile di chi, per giungere in Italia, si affida a trafficanti senza scrupoli tentando un (paradossale) disperato viaggio della speranza dal costo altissimo: il rischio inaccettabile di perdere la vita.
Ebbene, di fronte a questa sconcertante realtà, Boldrini nota come le traversate in mare siano lo specchio più trasparente del carattere inevitabile delle scelte di chi tenta di giungere in Italia per chiedere protezione. Una scelta necessitata dalle circostanze, che si aggiunge all'involontarietà della decisione originaria di lasciare il proprio Paese che caratterizza i rifugiati, costretti a fuggire da conflitti e da regimi oppressivi: il mare, insomma, come unico canale di ingresso, data la pressoché totale inesistenza di vie legali per l'accesso alla domanda di protezione, che equivale già a una rinuncia alla garanzia dell'asilo in Italia, a una sconfessione degli impegni internazionali, e della stessa Carta costituzionale in cui l'asilo è sancito come diritto inviolabile. Con la pratica dei respingimenti in mare, che comporta la sistematica violazione del principio di non-respingimento, quella che appare, a prima vista, come una rinuncia alla garanzia dell'asilo, si mostra per quello che è effettivamente: un chiaro rifiuto di onorare gli impegni sottoscritti di fronte alla comunità internazionale, nonché un radicale disconoscimento dei valori che formano l'identità democratica, liberale e sociale, della Repubblica italiana: il rispetto non negoziabile della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali.
Ciò in nome della lotta contro l'immigrazione clandestina, che colpisce un fenomeno, quello degli ingressi via mare, che nulla ha di clandestino, essendo gli stessi migranti a segnalare la propria presenza nelle acque contigue alla frontiera italiana, all'Unhcr o alle stesse forze di sicurezza italiane. Ennesimo paradosso che conferma, e approfondisce, la distanza tra ciò che i migranti intendono fare (aggirare gli apparati di sicurezza predisposti per impedire l'accesso al territorio italiano: che è una scelta necessitata dalla mancanza di canali di ingresso legali per i rifugiati) e ciò che possono fare, ossia chiedere di essere soccorsi in mare perché l'Italia si faccia carico della loro legittima richiesta di protezione

giovedì 5 agosto 2010

TG3 da sballo

Care/i Compagne/i,
questa sera, TG3 da sballo, certo che la questione è veramente seria, anche se la faccia compiaciuta della Bianca Berlinguer mi ha fatto molto divertire. Mai visto il centro destra litigare in diretta ed il Vicedirettore del “ Il Giornale” in difficoltà. Piccoli servi...
Prossimi alle elezioni.....
Siamo alla fine, ed ora arrivano i guai più grossi perché sulle macerie che lasciano, dovremo far ripartire l’italia. Non ci resta che costruire al più presto, il nuovo partito della sinistra, sperando di fare un vero centro sinistra per andare a gestire la difficile crisi.
Ciao
Mimmo
Ripropongo
MA PERCHÉ FAMIGLIA CRISTIANA NON PARLA della P2 E DELL’EVERSIONE IN ATTO.
Questi nipotini di Licio Gelli e di Milton Friedman stanno riportando indietro il nostro paese di 100 anni. Chi ha voce può parlare e deve farlo. Solo così possiamo riportare al centro del nostro dibattito la “QUESTIONE MORALE” e ridare speranza agli onesti.
Scriveva Milton Friedman a Pinochet
“Stati di shock”. La sanguinaria nascita della controrivoluzione,e la attuarono con magliai di morti. Da noi la stanno attuando con miglia e migliaia di disoccupati la “Shock Terapy”.
“se fosse adottato questo approccio dello shock credo che dovrebbe essere annunciato pubblicamente nei minimi dettagli, e messo in atto al più presto. più compiutamente l’opinione pubblica è informata, più le sue reazioni favoriranno l’adattamento”
Milton Friedman
in una lettera al Generale Augusto Pinochet,
21 aprile 1975.
Ma no è forse quello che stanno facendo, Berlusconi e Sergio Marchionne e le grandi aziende Italiane INDESIT, UNICREDIT, TELECOM, ecc., abolizione dei diritti, salari anni 50 ..... e abbiamo visto come è andata finire....

“FAMIGLIA CRISTIANA “DISASTRO ETICO, MINISTRI SERVITORI”
Torna all'attacco FAMIGLIA CRISTIANA, e riesplode la polemica. Nell'editoriale sul numero di oggi è scritto che «una concezione padronale dello Stato ha ridotto ministri e politici in 'servitori', semplici esecutori dei voleri del capo» e «poco importa che il Paese vada allo sfascio: non si ammettono repliche al pensiero unico. E guai a chi osa sfidare il “DOMINUS ASSOLUTO”. E ancora, “LO SBANDIERATO GARANTISMO È TROPPO SPESSO PRETESA di IMPUNITÀ TOTALE”.
Mentre “L'APPELLO ALLA LEGITTIMAZIONE DEL VOTO POPOLARE NON È LASCIAPASSARE ALL'ILLEGALITÀ”. Il settimanale dei paolini de¬nuncia un “DISASTRO ETICO”, sostiene che la scossa dovuta alla rottura Berlusconi - Fini «sarà salutare solo se si tornerà a fare vera politica», con «uomini nuovi, di indiscusso prestigio personale e morale». E poi: la “questione morale agita il dibattito poli¬tico dal lontano 1981, da quando l'allora segretario del Pci, Enri¬co Berlinguer, ne parlò per primo”. Ma “la seconda repubblica nacque giurando di non intascar tangenti, di rispettare il bene pubblico, di debellare malaffare e criminalità, invece bastano tre cifre per dirci a che punto siamo arrivati”. Cioè:
“L'EVASIONE FISCALE, IN UN ANNO, si SOTTRAE ALL'ERARIO 156 MILIARDI di EURO, LE MA¬FIE FATTURANO DA 120 A 140 MILIARDI E LA CORRUZIONE BRUCIA ALTRI 50 MILIARDI”.
Oggi il TG1 dava come una grande vittoria aver recuperato in otto mesi 5 miseri miliardi...
Ma “stupisce la rassegnazione generale”, “sintomo da non trascurare”:
“VUOL DIRE CHE IL MALE NON RIGUARDA SOLO IL CETO POLITICO. HA TRACIMATO, COLPENDO L'INTERA SOCIETÀ”.
Ecco l'anate¬ma del ministro per l'attuazione del programma, Gianfranco Rotondi:
“ Il settimanale insulto di FAMIGLIA CRISTIANA al gover¬no è un atto di arroganza che la mette fuori dalla dottrina socia¬le cristiana”.
MENTRE PER SANDRO BONDI È SOLO «VUOTO di ANALISI CULTURALE”.

Perché il paese sta zitto.

giovedì 15 luglio 2010

QUATTRO AMICI AL BAR SFIGATI E PENSIONATI. LA P3. Dell'Utri, Verdini, Carboni,Cosentino e altri.

Più che chiedersi cosa sia il berlusconismo varrebbe forse la pena interrogarsi su quali sono i legami che ha saputo costruire con gli italiani (il patto della P2 nella trasmissione di Vespa, oggi grand-commi per l’incontro tra il Card. Bertoni, Geronzi, Draghi, Casini e Berlusconi per fare che...), con la mafia - riciclo, vi ricordate il caso di Mangano, ..) e con la chiesa - abolizione dell’ ICI per tutti gli edifici del Vaticano. Case, alberghi determinando una concorrenza sleale con i cittadini italiani, ecc., sovvenzioni alle scuole cattoliche - controllo dell’istruzione – ristrutturazioni edifici ecclesiastici e poi affittati alla “cricca” ecc.), i vincoli che si sono tradotti in compromissioni permanenti ( dai furbetti del quartierino per finire alla cricca) , le zone intermedie che trasmutarono in collusioni e, infine, in identificazioni del malaffare.
Tagli ai bisogni primari dei cittadini (regioni, comuni, scuola, sanità, trasporti, energia - il referendum disse NO al nucleare oggi ci viene riproposto la stessa minestra ), per dare ai privati la gestione dello stato. Vi ricordate il tentativi di fare della Protezione Civile una Spa....

Si tratta di identificare i passaggi attraverso i quali gli italiani introiettano l'anatema del razzismo attraverso la Lega (immigrati) e lo declinano nel termini di una esigenza salvifica, che giustifica pressoché tutto. Il berlusconismo propone un - patto di classe - cementato da una parte il PdL con un nazionalismo tanto tracotante poiché corroborato dall'ossessiva memoria “dei comunisti”, dall’altra la Lega con un grezzo separatismo, mistificato in federalismo.
All'interno di una visione sospesa tra il cupo pessimismo delle minacce incombenti (la nozione di fondo è che secondo lui e gli italiani come lui, costituiscono le vittime uniche della storia degli ultimi 30 anni) e il falso solidarismo dettato dal darwinismo sociale (tutti uguali vi ricordate: il presidente operaio, impiegato, medico, ingegnere, netturbino infermiere, ecc.), si è sviluppata così la trama di una radicalizzazione che finisce per diventare l'essenza stessa del potere berlusconiano e della P2 .
L'ideologia di questo governo della quotidianità si fonda sul senso dell'accerchiamento: la lotta, unico valore nella vita di ogni forzista PdL (vedi parlamento e leggi ad personam e con l’utilizzo della menzogna del dire e non ho detto), deriva da una necessità improcrastinabile, la mobilitazione contro - la resa dei conti - che incombe su Lui e i suoi accoliti.
Una vera congregazione di malaffare - tra privati, multinazionali e malaffare. Distruggere tutti i diritti e le conquiste degli ultimi 60 anni per poi ricostruire un nuovo stato (era lo stesso pensiero nazifascista e della P2). Accordo separato di Pomigliano e ora anche la Indesit...

Al disfacimento collettivo della prima repubblica è stato solo l'epitome - taglio netto della legalità, delle cose inutili e dei lacci e lacciuoli del passato programma P2 -, con i rivolgimenti politici dei successivi anni e il grigio, non meno che convulso, dell' ”epoca del non fare”, quello dell’ultimo periodo della prima Repubblica, si contrappone ora il carattere interclassista, quella “ comunità di popolo “ che è anche e soprattutto “comunità del governo dei fatti “ e, quindi, del nuovo destino.

Peraltro, non sono le enunciazioni ideologiche ma il processo identificativo che questo governo ha innescato, a convertire una congrua parte degli italiani in neo forzisti più o meno convinti e coinvolti. In questo senso, il potere delle rappresentazioni di una ritrovata unità nazionale - e della concordia che da ciò deriva - è quello di sapersi autenticare da sé, creando l'illusione della sua inevitabilità nonché della desiderabilità: il ricorso al populismo mediatico, che finge di raccogliere un consenso verace e spontaneo, alimenta una costante messa in scena dove si salmodia - come un mantra - , “una voce unitaria italiana da restituire alla nazione - e solo per il nord con la lega - come eco mediatica dei suoi stessi desideri”.
Da notare che il Berlusconismo viene rappresentandosi in modo tale da sembrare un film, consentendo così al gruppo di potere forzista di sfumare il “confine tra realtà e immaginazione”. Si tratta di infondere nella popolazione l'idea di fare parte di una grande raffigurazione, e di partecipare alla storia in una prospettiva di rinnovamento della società italiana. Vi ricordate il grido della lega “ Roma ladrona” e adesso chi ruba....
Oggi B è in difficoltà, dovremmo saper cogliere questo momento per costruire l’alternativa. Il governo B non cela può fare,siamo alla patologia del¬la fiducia, sulla manovra il governo metterà la trentacinquesima fiducia in due anni. In Italia cresce una radicaliz¬zazione mista rassegnazione. Com¬pito nostro ora è trasformare questa sensazione di frustrazione in energia positiva utilizzabile per il paese. Non c'è spazio per i soliti giochi o il trasfor¬mismo italiano: serve un'assunzione di re-sponsabilità collettiva che si lasci alle spalle le macerie di un bipolarismo muscolare che è sotto gli occhi di tutti. La sinistra deve organizzarsi come polo alternativo all’attuale centro sinistra, per un nuovo centro sinistra.
La chiave di volta del berlusconismo. consiste nel comunicare l'unione, il superamento delle divisioni. Uno strumento di consolidamento del consenso è il ricorso al volontariato (pagato) come forma permanente di sollecitazione sociale. Ciò serve a dare l'idea di una comunità mobilitata, presa dalla cura di sé, dopo gli anni del “disprezzo”, e delle “tangenti” quelli della prima repubblica, dove la separazione del corpo nazionale (che è invece un tutt'uno) aveva predominato.
Il volontariato inquadra, organizza, comunica, celebra, sancisce. Soprattutto ha permesso quel capillare (auto)controllo della società italiana che nessuna polizia politica, per quanto potente, e nessun potere, avrebbe mai potuto ottenere.
Alimenta infine una atmosfera febbrile, energica, di costante movimentazione: è il - governo dei fatti -, (che non fa per il paese ma solo per se stesso), attuato attraverso un fascio di forze economiche-omogenee. Nella partecipazione si scremano inoltre i giovani più attivi. Funzionale a ciò è l'ideologia di un egualitarismo su base etno razziale ( la lega), che ha concorso a creare una società completamente prona al regime: le loro organizzazioni giovanili hanno mescolato borghesi e proletari, per creare una nuova coscienza di “classe”. Si trattava di dare corpo a una “generazione incondizionata”, quella che poi è il vivaio degli apparati di gestione, di una moderna “dittatura”, scevra dall' ”umanitarismo insulso”, tipico delle società del welfare .

Questa avrebbe officiato il consorzio tra la mafia e la cricca della politica, in un regime dove il vero potere non spetta “ al popolo della libertà” ma al nuovo mondo delle tecnostrutture e del malaffare. La costruzione del paradigma - delle diversità - sta dentro questo recipiente e, nel medesimo tempo, lo contiene. Gli elementi basici dello Stato secondo la P2 e la scuola di Chicago sono infatti le élites giovanili modernizzanti, molto scolarizzate e il mito palingenetico, che fa corrispondere la riorganizzazione sociale alla rinascita nazionale.

Per la destra, si tratta di costruire una comunità nazionale unitaria (intesa come reciprocità di vincoli e rispecchiamento reciproco) sotto la guida della scienza moderna. Il - patto - ne è la forma compiuta. L'impatto sociale del discorso è netto e lo si è misurato da subito con l'adesione di chi univa ambizione personale, radicalismo ideologico e ricerca di promozione sociale. Ne è derivata una catastrofe, in piena consonanza con lo spirito negativo del quale è depositario il berlusconismo, laddove questo sta diventando l'orizzonte al quale ancorare le prospettive di una comunità tanto disillusa quanto propensa e disposta all'autoinganno.

Ecco perché noi pensiamo che ci sia bisogno di un partito della sinistra, di tutta la sinistra, per costruire un nuovo centro sinistra scevro dai familismi e dai vecchi sistemi.
Noi di SEL ci crediamo e ci vogliamo provare.

Siamo in cammino questa volta, mi pare chiaro, ma per fare un Partito bisogna lavorare ancora molto. Il primo congresso sarà ad Ottobre 2010 e li si adotterà statuto, profilo e programmi definitivi dopo aver fatto partecipare e discusso in tutte le sedi territoriali.
La sinistra che vogliamo, sono i contenuti delle battaglie che abbiamo fatto e che faremo su: mafia, lavoro, sviluppo sostenibile, ambiente, legalità, diritti civili, diritto alla felicità, informazione e difesa della Costituzione.
Abbiamo un portavoce , Vendola, che si è conquistato sul campo questo ruolo sia come politico sia per le capacità di governo dimostrate in Puglia.
Abbiamo un simbolo che finalmente sta nelle mani dell’assemblea degli aderenti..
Bene iniziamo al più presto costruire la nostra organizzazione..
Per battere la deriva autoritaria, per la libertà, per sostituire il centrodestra al governo del paese, la sinistra deve organizzarsi come polo alternativo. Per un nuovo centro sinistra di governo e di lotta al malaffare.
Guglielmo Zanetta
Coord SEL Estero

domenica 6 giugno 2010

Ci salvi un DIO da altre «VITTORIE» del genere. SIAMO CON CREMASCHI. SCONTRO CREMASCHI-BONANNI «SOTTOSEGRETARIO», «INFANTE»,

Ci salvi un DIO da altre «VITTORIE» del genere. NOI STIAMO CON CREMASCHI. SCONTRO CREMASCHI-BONANNI «SOTTOSEGRETARIO», «INFANTE», è dai tempi di Di Vittorio che continua questa storia....
La Cgil, con il congresso di Rimini, si è posta l'obiettivo di « RIENTRARE AI TAVOLI TRATTATIVA». Ma la svolta non è stata nemmeno recepita dal governo (che continua a non convocarla mai) e ancor me¬no da Cisl e Uil. Una conferma è arrivata ieri con il secco botta e risposta tra Giorgio Cremaschi e il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Il primo ha dato un giudizio politico lapidario sul-l'operato degli altri due sindacati confederali, bol¬lando Bonanni e Luigi Angelettì come «sottosegre-tari del governo Berlusconi». Bonanni si è alquan¬to innervosito. Dopo aver dedicato buona parte
della sua relazione (all'assemblea dei quadri Cisl) alla sottolineatura delle differenze di «metodo di confronto col governo» rispetto alla Cgil (accusa di «deriva scioperaiola», pratiche da «sfasciacar¬rozze che vanno a fare l'undicesimo sciopero ge¬nerale in due anni senza mai spostare una virgo¬la»), ha dettato ai giornalisti anche un po' di insul¬ti contro Cremaschi: «infante», «malato», «non ha mai fatto un contratto, cambi mestiere». Senza timore di precipitare nel comico si è speso in una difesa a spada tratta del «modo di fare» della Cisl, «capace di far pesare il proprio prestigio e la pro-pria influenza» con «qualsiasi governo», «facendo proposte». Un esempio di «successo» lo ha anche indicato: «la manovra non tocca lo stato sociale». Ci salvi un dio da altre «vittorie» del genere.

venerdì 14 maggio 2010

NOI ABBIAMO BISOGNO AL PIU' PRESTO DEL NUOVO PARTITO DELLA SINISTRA. SEL

NOI ABBIAMO BISOGNO AL PIÙ PRESTO DEL NUOVO PARTITO DELLA SINISTRA
di G. Zanetta
Abbiamo bisogno di Sinistra e Libertà , abbiamo bisogno di un programma credibile che tocca la testa i sentimenti e il ventre molle del nostro paese, abbiamo bisogno di democrazia, abbiamo bisogno di aprire una seria riflessione dopo il congresso dei Verdi e alcune posizione dei compagni socialisti. Abbiamo bisogno di SINISTRA e basta. Abbiamo bisogno di sinistra con “un programma” che abbia un' anima alternativa, per far partecipare le forze progressiste, i giovani ed i movimenti del nostro paese. Che punti a riequilibrare redditi sempre più divaricati fra ceti sociali ed aree del paese. Che assicuri servizi universali accessibili e di alta qualità. Che sposti grandi risorse verso il lavoro, lo sviluppo sostenibile, la qualificazione del welfare, la scuola, la cultura, la ricerca. Che affronti con forza i vecchi e i nuovi problemi della moralità pubblica. Va costruito un rapporto tra la sinistra e quella generazione politica che ha dato voce a una speranza di rinnovamento che ricorda ciò che è accaduto dopo il 1968 : i molti movimenti.
E' sempre più urgente concentrare il lavoro sull'elaborazione di un programma/progetto che sappia parlare a movimenti e forze sociali. La nostra assemblea di dicembre si aprirà in una situazione politica che è drammaticamente cambiata rispetto al 2008. A circa due anni del ritorno della destra al governo del paese bisogna pur chiedersi quanto reggerà un sistema politico che sul lato destro vede crescere il sovversivismo del partito al governo con le leggi ad personam con la dichiarata volontà di cambiare la costituzione, mentre al centro il PD sta arrancando, sono ormai più di sei mesi a congresso; dal nostro lato stenta ad emergere quella nuova unione di sinistra ed il nuovo partito che molti di noi hanno chiesto a Napoli..
Quando parliamo della debolezza del Paese è anche di noi che dobbiamo parlare. A ben vedere sta qui la risposta più forte a chi - giustamente - si preoccupa del futuro della sinistra e del suo ruolo storico. È dalla novità della situazione storica che bisogna partire, essendo essa che c’impone la necessità (e al tempo stesso ci offre l'opportunità) di assumere una più alta responsabilità verso il paese.
Il nodo è questo. Da un lato è tempo di affermare senza ambiguità e retro-pensieri che tutta la situazione richiede, dopo i risultati elettorali e del “tutto mercato” non meno ma più potere politico e quindi non meno ma più forti strutture ed idee capaci, di coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e di restituire a loro diritti uguali e la possibilità di organizzarsi, di decidere, di contare che, questo spazio esiste tutto intero perché è ovvio che una lunga storia di divisioni feroci non si chiude semplicemente chiedendo gli uni agli altri di “fare solo passi indietro”.
Dovremmo chiedere a tutti noi di fare quel grande passo avanti che consiste nel dare risposta a una “crisi politica italiana”, sulla cui natura e gravità non è vero che siamo tutti d'accordo.
Questo è il punto. Noi siamo di fronte ad un nodo storico. Perché si tratta di una crisi della sinistra inedita che, non si misura con i numeri delle statistiche e che è difficilmente leggibile con le culture di cui disponiamo: né con le vecchie culture “classiste” ma nemmeno con la vulgata riformista apprese nelle università anglosassone.
La lotta di classe c’è, l’abbiamo persa, l’ha vinta il capitalismo.
Bisognerebbe riflettere piuttosto sulla storia d'Italia e domandarsi a che punto è arrivato il distacco da un’idea nazionale di quella intellettualità di massa (politici compresi) che dovrebbe rappresentare “l'armatura flessibile” del Paese e il suo cemento.
Questa è la crisi che, sta anche in casa nostra. Essa riguarda il modo d’essere complessivo del Paese, come dimostra l’estrema difficoltà perfino a pensare il nostro passato e quindi l'incerta idea che gli italiani hanno di sé e delle ragioni del loro stare insieme. In più sono venute meno le vecchie basi strutturali ( lo Stato centralistico, l'economia mista, la banca pubblica, il vecchio compromesso tra il Nord che produce e il Sud che consuma ma fornendo al Nord risparmio - la banca del Sud è un nuovo attacco al risparmio della gente -, mano d'opera a basso costo e un grande mercato protetto, l’incessante emigrazione e la trasmigrazione di milioni di persone dal sud verso il nord del mondo), e vengono a mancare anche le vecchie basi geo-politiche e geo-economiche. Di fatto le condizioni storiche grazie alle quali ci siamo sviluppati nel dopoguerra diventando un Paese “ricco” e una “potenza” mondiale.
Il Paese si è seduto ed è così difficile difendere ciò che resta del nostro apparato industriale. Non si capisce più che posto abbiamo nella divisione internazionale del lavoro (o meglio lo comprendiamo sui dati della disoccupazione), dato che ci siamo infilati in un vicolo cieco: non siamo più i produttori di beni di consumo, cioè delle cose che fornivamo noi a basso costo al vecchio mondo industriale e perso l'autobus delle nuove tecnologie per reggere alle sfide di un mondo nuovo, allargato, dove le merci a basso costo si producono altrove. Si batte la globalizzazione economica, nuova forma di imperialismo, con l’esportazione della globalizzazione dei diritti e non della guerra. La sinistra è chiamata a questa responsabilità, non solo in Italia. È evidente che, con tutto il rispetto per le ricette certamente utili degli economisti, senza un grande disegno politico non si esce da questo vicolo cieco. Il declino non è solo un fatto economico. È l'impossibilità per una media potenza di scommettere sul futuro se non ha una politica estera, se - grazie al centro destra - non sa se la costruzione europea è il suo destino oppure se l'Italia sta in Europa in quanto vassallo degli Stati Uniti e quindi col compito di sabotarla.
Il declino, è la rinuncia delle giovani coppie a fare figli perché i servizi sociali sono smantellati, è lo scarso livello del capitale umano perché la strada imboccata è quella dell'evasione fiscale, del lavoro precario e dell'arte di arrangiarsi. L’ultima trovata di Tremonti è sola preparatoria delle prossime elezioni regionali. L’emergenza: il lavoro e la sicurezza sul lavoro. Alla fine di quest’anno conteremo 3 milioni di disoccupati circa 800 mila lavoratori che hanno avuto incidenti sul posto di lavoro e oltre 1000 morti. Questa è la crisi italiana.
È il disperato bisogno del Paese di avere una guida e la mancanza di un’idea nazionale. Di qui dovrebbe partire il nostro pre-congresso costitutivo e parlare a tutta la sinistra italiana. Non dalle formule ma dalla necessità di contribuire alla costruzione di una forza che per la sua consistenza e la sua credibilità sia in grado di sciogliere la stridente contraddizione tra un grande patrimonio sociale e culturale, fatto di risorse e di valori quali solo poche regioni del mondo possiedono, e una tale mancanza di fiducia nel futuro per cui il Paese si è seduto, non rischia, non intraprende, non fa figli, dissipando così un immenso patrimonio di lavoro e di capacità imprenditoriali ed il sacrificio delle passate generazione, compreso i morti della seconda guerra mondiale.
Per fare questo noi non dobbiamo buttare a mare quel grande patrimonio politico e quello straordinario solco morale e intellettuale grazie al quale il socialismo e il nostro comunismo hanno segnato la storia d'Italia e d'Europa. È davvero stupido pensare di sostituire tutto questo con una sorta di grande lista civica. Sarebbe però assurdo negare la necessità e l'urgenza di “andare oltre” i confini del socialismo e del riformismo novecentesco, ma questo non può sfociare nel conformismo o nel radicalismo. E perciò è giunto il tempo di dare vita al nuovo partito della sinistra e di lasciare aperta la porta alle altre culture e altri riformismi, altri socialismi per contaminarci culturalmente e per dar vita a una vera, grande alleanza strategica. E’ tempo di chiamare alla lotta in Europa le grandi culture: quella nostra, come quella socialdemocratica, la cristiana, come i diversi amici della libertà e della dignità dell'uomo?
Il dialogo si fa a questa altezza. Non si fa al ribasso ma rendendo esplicita la posta in gioco.
Abbiamo bisogno di Democrazia.
Che cosa resta della nostra democrazia?. Qualsiasi manuale di diritto costituzionale c'insegna che la democrazia è “un'organizzazione interna dello stato secondo cui il potere politico emana dal popolo ed è esercitato dal popolo - un'organizzazione che consente al popolo governato di governare a sua volta per il tramite dei propri rappresentanti eletti”.
Accettare definizioni come questa, di una pertinenza al limite delle scienze esatte, in una trasposizione alla nostra esperienza di vita, equivarrebbe a non tener conto della infinita gradualità di condizioni patologiche di fronte alle quali si può trovare il nostro corpo in qualsiasi momento del tempo. In altri termini: il fatto che la democrazia possa essere definita con grande precisione non significa che funzioni nella realtà. Attenzione non stiamo sostituendo la vecchia burocrazia della prima/seconda repubblica con la nuova burocrazia degli amministratori, delle liste personali, del culto della personalità, roba tardo 800, altro che “innovazione” è solo “conservazione” o meglio ancora “smantellamenti” e ritorno alla società medioevale.
Un rapido excursus attraverso la storia delle idee politiche ci porta a quattro riflessioni spesso sbrigativamente accantonate, con la scusa che il mondo cambia. Perché le istanze del potere politico tentano di distogliere la nostra attenzione da un fatto evidente:
1 - all'interno stesso del meccanismo elettorale, si trovano in conflitto una scelta politica rappresentata dal voto e un'abdicazione civica, così vale anche per i partiti, non si deve fare il prossimo congresso con le regole del passato;
2 - non è forse vero che, nel preciso momento in cui la scheda è introdotta nell'urna, (oppure sono eletti gli organismi di un partito) l'elettore( o l’iscritto) trasferisce in mani terze, senza alcuna contropartita se non le promesse intese durante la campagna elettorale (o i congressi), quella parte di potere politico che possedeva fino allora in quanto membro della comunità di cittadini o di militanti del partito?;
3 - non è forse vero che quando il governo di questi “eletti”, ” istituzioni o partito” in realtà poi tutti i loro errori ri-cadono sulle spalle degli elettore/o degli iscritti, e nessuno paga?;
4 - Restituire ai cittadini la democrazia e la partecipazioni alle decisioni, deve essere la base del nostro programma e della nostra proposta anche nel futuro partito.
Ed ai nostri giorni è il premio Nobel per l’economia J. Stiglitz a definire il problema, (“The roaring fineties”, New York, 2003). “ Nessuna innovazione della vita politica democratica è possibile se gli interessi privati dei grandi gruppi sono più importanti degli interessi della collettività, ovvero se di fronte agli interessi prevalenti di alcuni, i cittadini cessano di essere uguali”. Motivo di più per esaminare che cosa sia la nostra democrazia, quale sia la sua utilità, prima di pretendere - ossessione della nostra epoca - di renderla obbligatoria e universale.
Pensiamo alle barbarie ed alle guerre del secolo scorso, sono bastati due proiettili per eliminare, J e R. Kennedy, Luter King, due aerei per il crimine delle torri gemelle di NY. Non è stato sufficiente per destituire due ex amici dell’occidente quale Bin Landen e Sadan, il vecchio arsenale di fuoco degli USA e dell’Europa in Iraq ed in Afganistan, decimando la popolazione civile inerme, quanti morti conteremo alla fina di questo delitto contro l’umanità, per l’esportazione della democrazia. Ricordiamoci che oggi nel mondo ci sono circa 70 guerre provinciali gestite indirettamente dal mondo occidentale, intento ad esportare la democrazia.
Questa caricatura di democrazia che, missionari di una nuova religione, cerchiamo d'imporre al resto del mondo, non è la democrazia.
Qualcuno ci dirà: ma le democrazie occidentali non sono basate sul censo e sul colore della pelle, e all'interno dell'urna il voto del cittadino ricco o di pelle chiara conta esattamente quanto quello del cittadino povero o di pelle più scura. A costo di raffreddare questi entusiasmi, diremo che le realtà brutali del mondo in cui viviamo rendono ridicolo questo quadro idilliaco, e che, in un modo o nell'altro, finiremo per ritrovarci con un corpo autoritario dissimulato sotto i più begli ornamenti della democrazia e noi in Italia siamo sulla buona strada E così, il diritto di voto, espressione di una volontà politica, è nel contempo un atto di rinunzia a quella stessa volontà, in quanto l'elettore la delega ad un candidato. Almeno per una parte della popolazione, l'atto di votare è una forma di rinunzia temporanea ad un'azione politica personale, tenuta in sordina sino alle elezioni successive, momento in cui i meccanismi di delega torneranno al punto di partenza, per riattivare lo stesso processo.
Ecco bisognerebbe poter rivoltare questo processo. Vorremmo che la delega sia restituita ad uomini e donne anche nel futuro partito. Questo deve essere uno dei punti della nostra battaglia e del nostro progetto politico. Questa rinuncia può costituire, per la minoranza eletta, il primo passo di un meccanismo che, nonostante le vane speranze degli elettori spesso autorizza a perseguire obiettivi che non hanno nulla di democratico e che possono costituire un'autentica offesa ai cittadini e alla legge. Oggi la delega è scippata, in linea di principio, a nessuno verrebbe in mente di eleggere come rappresentanti nelle istituzioni degli individui corrotti, anche se sappiamo per triste esperienza che le alte sfere del potere a livello sia nazionale che internazionale, talvolta sono occupate da criminali o dai loro mandatari. Però è anche vero che con le ultime elezione questo è avvenuto in Italia: inquisiti, condannati, al governo i Piduisti, in parlamento i grandi elettori delle mafie. L'esperienza conferma che una democrazia politica che non si basa su una democrazia economica e culturale è di ben scarsa utilità. Disprezzata e relegata nel dimenticatoio delle formule arcaiche, l'idea di una democrazia economica ha ceduto il posto ad un mercato trionfante fino all'oscenità che ha portato alla crisi mondiale della economia. Il capitale ha fallito, ha fallito la globalizzazione ed hanno pagato i lavoratori. E all'idea di una democrazia culturale si è sostituita quella, non meno oscena, di una massificazione industriale delle culture, uno pseudo miscuglio di culture e di classe di cui ci si serve per mascherare il predominio di una sola di esse. Noi crediamo di aver fatto dei passi avanti, ma in realtà regrediamo.
Una democrazia autentica, che come un sole inondasse della sua luce tutti i cittadini, dovrebbe cominciare da quello che abbiamo tutti sottomano, cioè il paese in cui nasciamo, la società in cui viviamo, la strada in cui abitiamo, i cittadini che incontriamo ed i loro bisogni. Se questa condizione non viene rispettata - e non lo è - vengono inficiati tutti i ragionamenti precedenti, vale a dire il fondamento teorico e il funzionamento empirico del sistema e della democrazia.
Oggi in Italia, partiamo da un dato agghiacciante e semplice: dal 2003 tre milioni di persone “ hanno difficoltà ad acquistare cibo” ed il numero cresce di anno in anno. In Italia, non in Africa; oltre 3 milioni di persone sono, quindi, povere. Al di sotto dei livelli della dignitosa sopravvivenza minima. Metà di questi “senza cibo” (quanti di loro sono anche “senza tetto”, visto che, nelle grandi città, un appartamento minimo, 50/70mq, costa non meno di 600-1200 euro al mese?)e non riescono mangiare.
In Italia, membro del ricco Occidente, della saggia Europa, dei fantastici Paesi più industrializzati, non tutti hanno il necessario. Quale democrazia per i nuovi emarginati?..Se la democrazia è veramente il governo del popolo, per il popolo e da parte del popolo, non ci sarebbe nulla da discutere, ma le cose non stanno così. E soltanto uno spirito cinico si azzarderebbe ad affermare che tutto va per il meglio nel mondo in cui viviamo. Si dice anche che la democrazia sia il sistema politico meno peggiore, e nessuno fa osservare che questa accettazione rassegnata di un modello che si contenta di essere “ il meno peggiore ”, può frenare a una ricerca verso qualcosa di “ possibile e di migliore “.
Lo sappiamo che, il potere democratico per sua natura è sempre provvisorio. Dipende dalla stabilità delle elezioni, ( 2008-9 ne sono la prova) dal flusso delle ideologie, e dagli interessi di classe. Si può vedere in lui una sorta di barometro organico che registra le variazioni della volontà politica della società. Ma, in maniera flagrante, sono innumerevoli le alternanze politiche apparentemente radicali, che hanno come conseguenza il cambiamento di governo, ma che non sono poi accompagnate da quelle trasformazioni sociali, economiche e culturale fondamentali che lasciava supporre il responso elettorale.
Parliamoci chiaro: i cittadini non hanno eletto i loro governi perché questi li “ offrano “ al mercato. Ma il mercato condiziona i governi affinché questi gli “ offrano “ i loro cittadini, materia pregiata per la nostra società dei consumi.
Nel nostro tempo di globalizzazione liberista, il mercato è lo strumento per antonomasia dell'unico potere degno di tale nome, il potere economico e finanziario. Questo non è democratico perché non è stato eletto dal popolo, non è gestito dal popolo e soprattutto perché non si prefigge come finalità il bene del popolo. Impossibile negare l'evidenza: la massa di poveri chiamata a votare non è mai chiamata a governare ma solo a soccombere nella guerra quotidiana, dell’inflazione, della disoccupazione, del lavoro precario, in pratica combatte giorno per giorno per poter arrivare alla fine del mese, per sopravvivere.
Nell'ipotesi di un governo formato dai poveri, in cui questi rappresentassero la maggioranza, come ha immaginato Aristotele nella sua “Politica”, essi non disporrebbero dei mezzi necessari a modificare l'organizzazione dell'universo dei ricchi che li dominano, li sorvegliano e li soffocano, ecco noi abbiamo una missione quello di dare gli strumenti a questi cittadini per poter governare, cos’è questo se non socialismo.
La pretesa democrazia occidentale è entrata in una fase di trasformazione retrograda che non è più in grado di fermare e le cui conseguenze prevedibili saranno la sua stessa negazione. Non c'è alcun bisogno che qualcuno si assuma la responsabilità di liquidarla, è essa stessa a suicidarsi ogni giorno che passa.
Che fare? Riformarla?
Sappiamo che riformare, come ha scritto con tanta eloquenza l'autore del Gattopardo , altro non è se non cambiare quello che è necessario perché non cambi nulla.
Ci domandiamo ha questa funzione la deriva riformista della sinistra italiana? Rinnovarla? A quale modello per il futuro dobbiamo guardare?. O, a quale epoca del passato sufficientemente democratica si vorrebbe ritornare, e partire da lì per ricostruire con nuovi/vecchi materiali, la democrazia Allora noi diciamo: rimettiamola in discussione. Se non troveremo un mezzo di re-inventarla, non si perderà soltanto la democrazia, ma anche la speranza di vedere un giorno i diritti umani rispettati su questo pianeta. Sarebbe questo il fallimento più clamoroso del nostro tempo, il segnale di un tradimento che segnerebbe per sempre l'umanità.
Allora… Ripartiamo dal quotidiano, dai bisogni dei cittadini. Il pre-congresso è una buona occasione per discutere, per restituire al nostro paese la democrazia, la dignità intellettuale e morale e, l'energia per uscire dalla spirale negativa che ha portato al degrado tutte le istituzioni culturali,politiche e l’esclusione del parlamento della sinistra. La differenza, cioè, tra una visione minimalista che prende atto della struttura dei bisogni e il ritorno, invece, alla grande politica in cui la posta in gioco è sempre il problema del senso della vita collettiva e individuale. Non facciamoci oscurare dalle primarie del PD.
Sappiamo bene che queste parole sono destinate a suscitare l''ironia di quanti praticano il disincanto come terapia d’addomesticamento delle passioni sociali, ma siamo convinti che senza l'investimento affettivo sulla prospettiva di un futuro diverso una formazione sociale diventi prima un condominio rissoso e poi una clinica psichiatrica, d’individui chiusi in una solitudine disperata.
Sotto questo profilo, chi pensa di battere il centro destra con la contestazione del mancato mantenimento delle promesse o con l'analisi delle finanziarie non ha capito il carattere profondamente politico e innovativo della destra italiana e del suo carattere devastante proprio perché capace di suscitare consenso di massa e sintesi sociale, esasperando l’egoismo aggressivo, il razzismo e l'individualismo possessivo della tarda modernità.
Veniamo, dunque, al punto della ricerca dei principi e delle idee che possono istituire una nuova distinzione tra la sinistra, il centro e la destra, per riconquistare la fiducia dei cittadini, pertanto punti di riferimento per nuove idee e per un programma per parlare alle persone e riavere il consenso per divenire forza di governo sono:
• La prima differenza è la concezione della democrazia e del suo rapporto con i diritti umani universali. La democrazia di cui oggi si parla è diventata soltanto una tecnica opportunistica per l'allocazione della risorsa “consenso”, e, come tutte le tecniche, esportabile senza alcun riferimento alle identità culturali. Viceversa, siamo convinti che la democrazia sia una forma di vita orientata allo sviluppo dell'autogoverno sociale attraverso la partecipazione attiva di tutti i cittadini alle decisioni. La democrazia istituisce la distinzione tra pubblico e privato. I cittadini vogliono sapere dove vanno a finire i loro soldi. La democrazia non è perciò dissociabile dalla ricerca della verità, dall''informazione sui fatti su cui occorre prender partito, e suoi nemici principali sono la menzogna, il sospetto, la manipolazione e la disinformazione.
• La seconda differenza è perciò, la politica estera, che oggi significa niente più e niente meno della guerra al terrorismo proclamata a suo tempo da Bush, Blair/Brown, Sarkozy e Berlusconi e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, relativamente alle relazioni con le altre culture e civiltà. Anche in questo campo è decisiva la differenza tra inganno e verità. Sull'Iraq abbiamo assistito all''apologia della menzogna di stato e all'ipocrisia della missione umanitaria, senza dare ai cittadini italiani una giusta rappresentazione degli enormi interessi di potere economico e di dominio mondiale che hanno spinto Bush a intraprendere questa sciagurata iniziativa. Sono stati impediti, infatti, ogni tentativo di comprensione delle ragioni del mondo islamico, e persino la pietà e la denuncia delle migliaia di morti civili, donne, vecchi e bambini, uccisi dalle bombe intelligenti non solo delle armate Usa. È vergognoso che in un paese democratico chi, pur condannando duramente la ferocia terroristica, esprime indignazione e condanna anche le stragi di civili Iracheni, Afgani, sia escluso dalla comunità civile e accusato di complicità con il nemico. Guernica, le bombe atomiche sul Giappone, i campi di concentramento ci avrebbero dovuto lasciare nel nostro DNA l’indignazione per la morte. Ma, oggi qualche cosa è cambiato negli USA c’è Obama, una nuova speanza.
• La terza differenza riguarda la tutela della vita e dell'ambiente contro le forme d’egemonia scientifiche e tecnologiche che tendono a distruggere le specificità delle culture e le differenze fra le identità sociali. Il rapporto tra tecnica e vita non è solo una questione etica, ma eminentemente politica, perché si tratta di scegliere fra un''omologazione sostanzialmente biologista, fondata sulla presunta neutralità della tecnica applicata al vivente, e una visione “umanistica” delle diverse società. Solo la grande politica può governare la tecnica senza far assoggettare l'umanità al sistema tecnico attualmente legato agli interessi economici dei grandi poteri.
Si condividano o no queste considerazioni, in ogni caso è certo che se si vuol battere l'iperpoliticità del messaggio apparentemente impolitico della destra ed in particolare di Berlusconi e Bossi, bisogna alzare il livello del dibattito e riportarlo sui temi che oggi possono definire il terreno della Grande Politica. Il PD non centra è in parte omologato a quel modello e va recuperato ad un nuovo dialogo con la sinistra.. Se si vuole, cioè, battere non un modo di amministrare ma una visione della società e del modo. È possibile ancora, nell'epoca della globalizzazione, parlare di grande politica o bisogna rassegnarsi al trionfo dell'individualismo singolarizzato e impersonale nella forma dell'edonismo consumistico e garantito dal sistema-apparato tecnico-economico? Questo è il vero terreno sul quale si gioca la sopravvivenza della sinistra.
La nuova sinistra, sono in realtà parole vuote se designano mere aggregazioni senza idee forti, valori guida ed al centro della nostra discussione non ci sia la persona. Di questo occorre discutere. Da qui bisogna incominciare per ricostruire la SINISTRA e la democrazia nel nostro paese.
Non perdiamo questa occasione, discutiamo e mettiamo in campo il nuovo partito della sinistra.

Saggio di Henri Menudier

IL MONDO VISTO DA BERLINO. “La Germania non è mai stata così libera” Saggio di Henri Menudier docente all'Università di Paris III nuova Sorbona

Negli ultimi ventanni la Germania ha ritrovato una posizione di grande rilievo sullo scacchiere internazionale. Per rassicurare i suoi vicini, ostenta ponderazione e continuità nella sua politica estera.

UNA SORPRENDENTE costanza che non esclude alcuni ritocchi... fino al 1990, la politica estera della Repubblica federale tedesca (Rft) è stata caratterizzata da un certo riserbo dovuto al suo passato hitleriano e alla divisione in varie zone del paese. Del resto, fu il contesto internazione che, alla fondazione del paese nel 1949, determinò l'emergenza dei due pilastri della gestione delle relazioni internazionali. Da un lato, l'ancoraggio all'Ovest e il riarmo, sotto la guida del primo cancelliere della Rft, Konrad Adenauer, responsabile dell'Unione cristiano-de¬mocratica della Germania (Cdu). Dall'altro, l'aper¬tura all'Est - od Ostpolitik. Lanciata dal primo go¬verno di grande coalizione tra la Cdu, l'Unione cristiano-sociale (Csu) e il Partito socialdemocra¬tico (Spd), dal 1966 al 1969, essa sarà sistemati¬camente ripresa dai cancellieri Willy Brandt dal 1969 al 1974, e Helmut Schmidt (Spd) dal 1974 al 1982, nonché dal loro successore Helmut Kohl (Cdu) che vi si adattò dopo averla in un primo tempo combattuta.

Si poteva immaginare che il crollo del muro di Berlino e la riunificazione della Germania avreb-bero scatenato una vampata di nazionalismo, un risveglio delle spinte autoritarie, forse un gioco altalenante tra Est e Ovest. Sconvolgimenti tali da portare probabilmente a una rottura nella poli-tica estera tedesca. In effetti i paesi vicini cono¬scevano cambiamenti in grado di rendere obso¬leti quasi tutti gli atlanti geografici: scomparsa dell'Unione sovietica, del Consiglio di mutua as¬sistenza economica (Comecon) (1), del patto di Varsavia; emergenza di nuove strutture statali: ri¬forme all'interno dell'Unione europea e dell'Al¬leanza atlantica; emergenza di nuovi conflitti nel mondo...

Tutti questi avvenimenti hanno molto colpito la Germania. Ciononostante, la sua politica estera è rimasta prudente e non si è poi sensibil¬mente discostata dalla linea precedente - se non in un unico caso, quando il cancelliere Gerhard Schròder (Spd) rifiutò di appoggiare l'intervento militare statunitense in Iraq, nel 2003. Negli ultimi due decenni, i dirigenti tedeschi hanno in realtà fatto di tutto per rassicurare i loro partner stranie¬ri e convincerli che le lezioni della storia non era¬no state dimenticate.

INCHINARSI DAVANTI ALLA BANDIERA FRANCESE.

QUESTA SCARSA propensione al cambia¬mento si deve tanto alle disposizioni istitu¬zionali specifiche del paese quanto alla perso¬nalità dei suoi dirigenti politici. Anzitutto, il fede¬ralismo, con una ampia suddivisione dei poteri tra le regioni (Lànder) e lo stato federale spinge i partiti a cooperare più che ad affrontarsi. I veri dissidi sugli orientamenti della politica estera (ancoraggio all'Ovest, riarmo, Ostpolitik, euro¬missili) risalgono a prima del 1989. Dopo la ri¬unificazione, prevale un consenso piuttosto am¬pio - salvo, di recente, sulla questione dell'inter¬vento militare in Afghanistan dove sono stati uc¬cisi soldati tedeschi.

Peraltro la Legge fondamentale, in particolare all'articolo 65, affida al cancelliere il compito di delineare i grandi orientamenti politici. Sebbene la Legge precisi che, in questo quadro, «ogni mi-nistro federale dirige il proprio dipartimento auto¬nomamente e sotto la propria responsabilità», il potere del capo del governo non è contestato, e capita spesso che il suo ministro degli esteri sia vice-cancellière e persine presidente dell'altro partito della coalizione.

Fedeli a un approccio comunitario e multilate¬rale, i vari cancellieri hanno gestito le situazioni di crisi privilegiando le soluzioni civili. Il ricorso a mezzi militari, molto restrittivo, interviene solo su richiesta di organizzazioni internazionali quali l'Ue, la Nato o l'Onu, e con il consenso del Par-lamento. Un pragmatismo e una ponderazione che non hanno impedito alla nuova Germania,
molto lucida circa i suoi interessi, di esercitare in pieno responsabilità accresciute.

Helmut Kohl (1982-1998), considerandosi l'ere¬de spirituale di Adenauer, si è subito adoperato per dissipare le preoccupazioni circa la sua politi¬ca estera dichiarando che l'unità del suo paese e quella dell'Europa erano le due facce di una unica medaglia. Egli fu uno dei principali artefici del trat¬tato di Maastricht, firmato nel 1992, e dell'istituzio¬ne dell'Unione economica e monetaria (Uem). Gli si deve inoltre la politica di allargamento dell'Unio¬ne e della Nato ai paesi dell'Europa orientale. An¬che a prezzo di aspri negoziati, Kohl non ha mai smesso di ricercare il consenso di Parigi. Diceva con malizia:«Davanti alla bandiera francese, dob¬biamo sempre inchinarci due volte (2)».

NUMEROSE TENSIONI CON PARIGI

CONSAPEVOLE dei limiti e dei vincoli imposti al paese, nel 1989 Kohl declinò l'offerta degli Stati uniti di diventarne il partner privilegiato. Tut¬tavia sono ragioni di ordine assieme costituzio¬nale - divieto fatto alla Bundeswehr, il nuovo esercito creato nel 1955, di intervenire al di fuori delle frontiere della Nato - e pratico che vietaro¬no alla Germania di partecipare alla guerra con¬tro l'Iraq dopo l'invasione del Kuwait nel 1990-'91. Una guerra che il paese appoggiò comun¬que attraverso un sostanzioso contributo finan¬ziario, detto «politica degli assegni». In conse¬guenza, e dopo che la Corte costituzionale fede¬rale ebbe autorizzato, nel 1994, gli interventi mili¬tari tedeschi al di fuori della zona geografica co¬perta dall'Alleanza atlantica, Helmut Kohl avviò la necessaria riforma della Bundeswehr per age¬volarne lo sviluppo.

Nell'opposizione, Spd e Verdi avevano criticato la «militarizzazione» della politica estera. Ma, pochi mesi dopo il loro arrivo al potere, dal mar¬zo al giugno 1999, la Bundeswehr prese parte ai bombardamenti Nato contro la Serbia, nell'inten¬to - questa la giustificazione ufficiale - di preve-nire un «genocidio» nel Kosovo. Il ministro degli esteri Joschka Fischer (Verdi) giustificò questo intervento con un riferimento ai fatti di Auschwitz «che non avrebbero dovuto ripetersi». Lo stesso governo sostenne il concetto della politica euro¬pea di sicurezza e di difesa (Pesd) e inviò soldati nei Balcani, in Afghanistan e in Africa.

Tuttavia gli sviluppi della crisi iugoslava aveva¬no sottoposto la Germania ai fuochi della critica (3). Nel dicembre 1991, dopo aver incoraggiato la loro secessione, aveva infatti frettolosamente riconosciuto la Croazia e la Slovenia. Questa de¬cisione di fare da sola le valse l'esclusione dai negoziati sulla ex Jugoslavia per due anni. Al momento dell'intervento nel Kosovo - problema¬tico perché privo di un mandato esplicito dell'Onu -, la Bundeswehr si schierò con i suoi alleati Nato per porre fine, secondo le autorità tede¬sche, alla violazione dei diritti umani da parte dei serbi, per evitare una catastrofe umanitaria e sta¬bilizzare la regione.

Ciò non di meno, l’unilateralismo della politica americana, il suo aggirare il diritto internazionale, l'ostentato disprezzo verso l'Onu spiacevano sempre di più a Berlino. Nonostante la «solidarie¬tà illimitata» promessa a George W. Bush in se¬guito agli attentati dell'11 dicembre 2001, Schròder (1998-2005) ruppe spettacolarmente con lui rifiutando di coinvolgere il suo paese nella guerra contro l'Iraq. «Le questioni essenziali riguardanti la nazione tedesca sono trattate a Berlino e in nessun altro luogo», proclamò Schròder con for¬za davanti al Parlamento il 13 settembre 2002. È probabile che non sarà la crisi finanziaria, econo¬mica e sociale scatenata dal fallimento di Leh¬man Brothers nel 2008 a indurre l'attuale gover¬no a cambiare linea.

Liberato da ogni complesso d'inferiorità e de¬ciso a difendere rumorosamente gli interessi na-zionali, Schròder fece talvolta dichiarazioni sor¬prendenti, in particolare quando affermò, nel di-cembre 2008: «Più della metà del denaro brucia¬to in Europa è pagato dai tedeschi (4).» In segui¬to, i dissensi con Parigi si sono moltiplicati : nel 1999, a proposito della politica agricola comune (Pac), ritenuta troppo costosa da Schròder; nel 2000, durante i negoziati sul trattato di Nizza, ir occasione della lite circa la nuova ponderazione dei voti al Consiglio europeo. Tuttavia egli lavorò a un riavvicinamento tra Parigi e Mosca, pur po¬nendosi come il fautore di una «via tedesca» (der deutsche Weg) che ha spiacevolmente ricordato le particolarità dell'«afro cammino» (Sonderweg) della seconda metà del XIX secolo. Dopo il falli¬mento dei movimenti nazionali e liberali, nel 1848, la costruzione dello stato e il processo di unificazione della Germania erano sfociati, in un contesto di rapida industrializzazione, in un regi¬me autoritario e pan-germanista che si oppone alle potenze occidentali.

DELUSIONE IN SENO ALL'UNIONE.

NONOSTANTE queste spiacevolezze lingui¬stiche, Schròder è riuscito a gestire le rela¬zioni internazionali con cauta determinazione: egli ha portato a termine l'allargamento della Na¬to e dell'Unione e ha fatto adottare il progetto di Costituzione europea che i francesi avrebbero invece respinto il 29 maggio 2005. In questo stesso anno egli accettò con fatica la vittoria, di stretta misura, di una donna, Angela Merkel - la quale, oltre tutto, sosteneva la politica di Bush...

La cancelliera Merkel ha riallacciato il dialogo con gli Stati uniti, reso la politica estera tedesca meno dipendente dalla Francia e preso le distanze dalla Russia il cui presidente Putin era considerato poco rispettoso dei diritti umani. Usando toni mo¬derati, la Merkel ha talvolta ammorbidito le sue posizioni ma senza rinunciare al suo obiettivo: la Germania deve assumere più responsabilità. Agli occhi dei tedeschi, essa ha conquistato una gran¬de autorità internazionale presiedendo con suc¬cesso il Consiglio europeo e il G7 nel 2007.

Tra i successi rivendicati, l'adozione del tratta¬to di Lisbona, il rilancio del partenariato Ue-Russia e il protocollo di Kyoto sul clima. Impegnata nella ricerca della pace nel Vicino Oriente, Merkel ha avviato un dialogo con Israele e con i palesti¬nesi. Infine essa ostenta un interesse persistente verso l'Africa (5) e non ha mai rimesso in causa gli interventi internazionali della Bundeswehr.

Molto attenta ai suoi partner, la cancelliera non esita tuttavia a disapprovarli, addirittura ad op-porvisi. La gestione della crisi finanziaria ed eco¬nomica mondiale infatti ha creato numerose ten-sioni tra Parigi e Berlino (6). La Merkel ha critica¬to il presidente Bush a proposito delle carceri se-grete della Già: «Una istituzione come Guantanamo non può e non deve esistere a lungo termi¬ne» ha affermato nel gennaio 2006 (7).

Per evitare di indispettire la Russia, Angela Merkel ha chiesto il rinvio dell'ingresso della Georgia e dell'Ucraina nella Nato. Le minacce ci¬nesi di ritorsione non le hanno impedito di ricevere il Dalai Lama nel 2007 e di ignorare l'apertu¬ra dei Giochi olimpici a Pechino nel 2008: poiché la sua politica estera si proponeva altri obiettivi, la cancelleria poteva offrirsi il lusso di un dissa¬pore passeggero con Pechino. Tanto più che la Cina non può fare a meno della Germania sul piano economico.

Cionondimeno l'ancoraggio a Ovest rimane il fondamento delle relazioni della Germania con il resto del mondo: non si colloca a pari distanza tra Washington e Mosca e non ritiene di essere una potenza centrale in Europa. Di più, le sfide cruciali che si presentano nel XXI secolo raffor¬zano un approccio multilaterale.

L'impegno euro-atlantico poggia sulla coope-razione franco-tedesca, sull'integrazione euro¬pea e sul partenariato atlantico costruito con gli Stati uniti e la Nato - due elementi difficilmente dissociabili. Dalla dichiarazione di Robert Schuman (9 maggio 1950) (8) e dal trattato dell’Elysée (1963) - trattato di amicizia e di cooperazione tra Bonn e Parigi -, la coppia franco-tedesca svolge un ruolo motore nella costruzione europea. Ma la sua influenza tende ad annacquarsi con i suc-cessivi allargamenti dell'Unione; e, nonostante plateali abbracci, la volontà di concertazione non esclude severi scontri sui contenuti da dare a questa Europa in perenne gestazione. Di conse-guenza si sente spesso parlare di una canalizza¬zione, di un disincanto, addirittura di uno squili-relazioni franco-tedesche.

Sta di fatto che, al di là delle differenze di stile e di personalità, Sarkozy e Angela Merkel sono stati in disaccordo sul progetto di un'Unione me¬diterranea (dalla quale la Germania sarebbe stata esclusa) diventata Unione per il Mediterraneo, sull'indipendenza della Banca centrale europea (Bce) e sulla gestione economica dell'Unione. Al¬tre divergenze sono apparse circa le soluzioni da dare alla crisi finanziaria ed economica e alla ri¬organizzazione del sistema finanziario internazio-nale. Infine, le tensioni determinate dalla crisi greca fanno emergere posizioni contrastanti sul tema della «solidarietà europea».

In effetti, nel marzo 2010, per non incoraggiare il «lassismo» che, a suo parere, rischia di diffon-dersi nella zona euro, Angela Merkel si mostra intransigente nei confronti di un'Atene maltrattata dai mercati finanziari. Il 23 marzo, la cancelliera riesce a imporre la sua soluzione: il ricorso all'Fmi e agli aiuti bilaterali. Per rassicurare il mondo della finanza, l'11 aprile si giunge a un nuovo ac¬cordo europeo. L'ammontare dei prestiti bilaterali sarà commisurato alla quota che ogni singolo stato ha nel capitale della Bce, di cui la Germania è il primo contributore. Due approcci che si com¬pletano: la gestione rigorosa della zona euro (po¬sizione tedesca) dovrebbe andare di pari passo con la solidarietà e un vero coordinamento delle politiche economiche (posizione francese), sen¬za toccare l'indipendenza della Bce.

Tuttavia l'intesa franco-tedesca rimane indi¬spensabile: se non è sufficiente a far avanzare l'Europa, la sua scomparsa le impedirebbe di fa¬re progressi. Di più, le divergenze tra i due paesi, spesso molto mediatizzate, non devono far di¬menticare l'importanza delle convergenze - che la stretta collaborazione quotidiana dei loro go¬verni, molto impegnata sul piano europeo, mette in luce.

Il fatto è che l'Europa, molto legata alla storia te¬desca, conserva una importanza fondamentale per questo paese: dopo il 1945, essa gli ha dato una specie di identità di sostituzione e ha costrui¬to il quadro nel quale il paese ha potuto, poco a poco, recuperare la propria sovranità confiscata dagli alleati. È la ragione per cui la Germania ha sempre esercitato un ruolo di primo piano nei ne¬goziati europei. Se, ciononostante, dagli anni '90, Berlino ha privilegiato l'allargamento a scapito dell'approfondimento, oggi si mostra meno inte¬grazionista, accetta più facilmente la cooperazio¬ne intergovernativa e non esita a difendere i propri interessi - così come gli altri paesi.

Nel 2006, Fischer aveva tirato il campanello di allarme, denunciando «uno spostamento di pro-spettiva fatale»; aggiungendo: «l'Europa ha smesso di essere il progetto centrale della politi¬ca tedesca» (9) e sarebbe percepita troppo attra¬verso il prisma deformante degli interessi nazio¬nali. Tanto Schròder sosteneva l'ingresso della Turchia in Europa, quanto la Merkel vi si oppone¬va, consigliando un partenariato privilegiato -con il rischio di scontentare l'alleato americano.

Tuttavia il disaccordo con Washington circa la guerra in Iraq nel 2003 e la delusione ostentata da Angela Merkel di fronte allo scarso interesse mostrato dal presidente Obama verso l'Europa non devono far dimenticare il legame ombelicale che unisce queste due potenze sin dal 1949. Gli Stati uniti sono all'origine della Rft; essi hanno agevolato la ricostruzione del paese mediante il piano Marshall, ne hanno garantito la sicurezza e quella di Berlino durante la guerra fredda e ne hanno organizzato il riarmo controllato nel qua¬dro della Nato. Anche se i conflitti si sono spo¬stati alla periferia o al di fuori dall'Europa, la Ger¬mania dipende tuttora dalla presenza militare americana all'interno delle sue frontiere e, più lar¬gamente, sul continente.

Una fitta rete di cooperazioni multilaterali.

GRAZIE AL CROLLO della cortina di ferro nel 1989-'90, la Germania ha ristabilito in pieno i suoi tradizionali legami con i paesi dell'Europa centrale e orientale (Reco). I rapporti con la Polo¬nia e la Repubblica ceca, oggetto di molta atten¬zione, tuttavia rimangono difficili a causa dell'e-spulsione dei tedeschi da questi paesi nel 1945. Berlino ha peraltro sviluppato una politica attiva di vicinato con gli stati vicini della Russia (Bielo¬russia, Ucraina e Moldavia) e, in nome della pre-venzione dei conflitti, esprime un interesse sicuro verso i regimi del Caucaso (Georgia, Armenia e Azerbaigian) e dell'Asia centrale.

Secondo la Germania, la soluzione dei gravi problemi di paesi quali l'Iraq, l'Afghanistan, il Pa¬kistan o l'Iran è di competenza delle organizza¬zioni internazionali di cui essa è un contribuire finanziario importante. La sua politica cerca di circoscrivere il ricorso alla forza per privilegiare soluzioni multilaterali.

Nel 1990, la promessa di un sostanzioso aiuto economico e finanziario ha convinto l'Urss ad accettare l'unità tedesca. Per ragioni legate al passato (la storia degli imperi russo e tedesco, le guerre mondiali del XX secolo), ma anche per ra¬gioni economiche (la dipendenza energetica) e strategiche (la pace in Europa), le relazioni con la Russia sono di primaria importanza per Berlino. I dirigenti tedeschi si mostrano attenti a rispar¬miare una potenza che ha perso molto potere negli ultimi vent'anni. Hanno intrecciato con la Russia una stretta rete di cooperazioni bilaterali, europee e multilaterali, pur avendo cura di non ri¬svegliare i timori dei Reco, i quali non hanno di-menticato la tutela del Cremlino.

Le vive critiche sorte in seguito al progetto di gasdotto che, sotto il Baltico, collegherà diretta-mente Russia e Germania del nord, illustrano be¬ne le precauzioni che devono prendere i dirigenti tedeschi. Questi rimproveri sono stati ascoltati poiché altri partner, tra cui Francia, sono oggi as-sociati al progetto. A prescindere dalle crisi poli¬tiche (Cecenia e Georgia) e dai persistenti disac-cordi sulla questione dei diritti umani, il costante consolidamento della cooperazione economica e la riduzione della dipendenza energetica tede¬sca sono considerati punti fondamentali. Per ga-rantire la stabilità, Berlino vuole che Mosca sia un partner a pieno titolo - obiettivo, questo, rela-tivamente facile, se paragonato con la comples¬sità del puzzle asiatico.

L'Asia rappresenta un vasto insieme troppo eterogeneo perché si possa descrivere somma-riamente la politica seguita da Berlino nei con¬fronti di questo continente. If suo approccio re-gionale stabilisce una distinzione tra l'Asia orien¬tale (Cina, Giappone, Corea), l'Asia del Sud-Est (in particolare i dieci paesi dell'Associazione del¬azioni dell'Asia del Sud-Est [Asean]) e l'Asia del sub-continente indiano (in particolare l’Afghanistan. l'India e il Pakistan). La Cina che, nel
2009. ha superato la Germania come prima potenza esportatrice mondiale, è oggetto di grande attenzione, ma da alcuni anni si nota un crescen paesi emergenti, attori di primo piano nelle rela-zioni internazionali future.

Nella sua dichiarazione governativa inaugurale del 20 settembre 1949, il primo cancelliere, Adenauer, si era fissato tre obiettivi per la Repubblica federale la quale, in quel tempo, non disponeva ancora di un ministero degli esteri: la sovranità nazionale e l'uguaglianza di diritti con le altre na¬zioni, la costruzione europea, la riunificazione. Grazie a una politica che è stata in grado di ade¬guarsi ai cambiamenti interni e all'evoluzione del contesto internazionale, questi obiettivi sono stati raggiunti il 3 ottobre 1990. Rivolgendosi per la prima volta ai deputati, il 30 novembre 2005, la cancelliera Merkel ha rilevato: «La Germania non è mai stata libera quanto lo è oggi».

(1 ) Organizzazione di mutua assistenza economica tra i paesi del blocco comunista.
(2) Citato da Maxime Lefebre, «L'Allemagne et l'Europe», Revue Internationale et stratégique, n° 74, Armand Colin, Parigi, 2009
(3) «Le responsabilità della Germania e del Vaticano nella accelerazione della crisi» sono state «palesemente schiaccianti», dichiarerà il 16 giugno 1993 il ministro francese degli esteri Roland Dumas. Si legga Paul-Ma¬rie de La Gorce,«Les divergences franco-allemandes mises a nu», Le Monde diplomatique, settembre 1993.
(4) Citato da Jacques Pierre Gougeon, L'Allemagne du XXI° siede, une nouvelle nation, Armand Colin, Parigi, 2009.
(5) Si legga Raf Custers, «Le segrete intenzioni dei paesi europei», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2006.
(6) Sostenuta da una severa politica di austerità salariale, la bilancia commerciale tedesca sbandiera un importante attivo. Questo squilibrio è stato di recente criticato (seb¬bene in termini misurati) dalla ministra francese dell'e¬conomia, Christine Lagarde. Infatti, gli attivi tedeschi so¬no, necessariamente, all'altezza... dei disavanzi dei suoi partner commerciali, tra cui la Francia.
(7) Der Spiegai, Amburgo, 7 gennaio 2006.
(8) II ministro francese degli esteri annunciava il progetto della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ce¬ca), basato su un accordo franco-tedesco e realizzato nel 1951.
(9) DerSpiegel, 21 dicembre 2008. (Traduzione di m.g.g.)