venerdì 2 novembre 2012
LA MAFIA ITALIANA
COME MAI LE ISTITUZIONE PREPOSTE NON INTERVENGONO SULLA MACELLERIA SOCIALE DI MARCHIONNE…CHE VERGOGNA QUESTA ITALIA IN MANO ALLA MAFIA…
LA LEGGE DEL PADRONE di Lorìs Campettl
Ci sarà pure la magistratura, farà le sue ordinanze, ma da che mondo è mondo il padrone resta il padrone e sul destino dei suoi dipendenti vuole decidere lui. Se poi il padrone, o armatore che dir si voglia, non vuole sporcarsi le mani, a decidere sarà il «manager», o comandante della nave che dir si voglia. Se poi il comandante si chiama Sergio Marchionne e quella che guida è una nave da guerra, non ci si può meravigliare per i suoi ordini.
L'ordine di ieri è terrorizzante: visto che mi si costringe ad assumere 19 soggetti sgraditi targati Fiom, mi trovo costretto a buttarne fuori, Altrettanti perché l’organico attuale nella fabbrica di Pomigliano è più che sufficiente. È adesso, che ci pensino i 2146 dipendenti della newco nata su un ricatto sulle ceneri della «vecchia» Pomigliano (che di dipendenti ne aveva 4.500 e tutti avrebbero dovuto essere riportati al lavoro) a sputare addosso ai 19 sgraditi, a Maurizio Landini, all'intera Fiom e, visto che ci sono, ai giudici che continuano a condannare la Fiat per le sue discriminazioni. Meglio che i rematori si scannino tra di loro. La caccia alla Fiom, del resto, era già iniziata anticipatamente e a combatterla erano stati alcuni militanti dei sindacati benedetti o peggio fondati da Marchionne, sulla base della parola d'ordine: mors tua vita mea, e lunga vita al padrone.
Per quanto attesa, almeno da chi ha imparato a conoscere Marchionne, la decisione di mettere in mobilità 19 dipendenti buttando la colpa su chi chiede giustizia e su chi glie la da, resta pur sempre una decisione vergognosa. Scatenare, la guerra tra poveri, mettere operai contro operai è l' ultima arma sfoderata dall'amministratore delegato Fiat. È uno sberleffo, per non dire un insulto, alla legalità, una rivendicazione di onnipotenza di chi ritiene di poter liberamente licenziare per rappresaglia (come a Melfi, o come sempre la Fiat, anche ai tempi di Valletta) o non assumere sempre per rappresaglia, come a Pomigliano.
E se un'autorità superiore, a cui deve 'attenersi perché ha il compito di far rispettare le leggi, getta sul tavolo un'ordinanza per il ripristino della legalità, allora Marchionne rovescia il tavolo addosso agli operai, non potendo sparare al giudice. Non sarà semplice mettere in pratica la ritorsione annunciata ieri dall'uomo nero del Lingotto, perché renderebbe necessario far convivere la cassa integrazione ordinaria legata alla crisi con la mobilità per rappresaglia. In ogni caso, oltre ad attizzare lo scontro tra lavoratori l'urlo rabbioso di Marchionne serve a distrarre l'opinione pubblica dai problemi reali della Fiat: l'esplosione dell'indebitamento, la distruzione di liquidità avvenuta negli ultimi tre mesi, la decisione di cancellare il marchio Lancia e di ridurre quello Fiat alle vetturette, l'ennesimo rinvio degli I investimenti a un fumoso futuro, mercato permettendo, il trasferimento negli Stati Uniti di ricerca, investimenti, comando. E domani magari I anche Piazzaffari sarà abbandonata! per far approdare il titolo a Wall Street.
Chissà se Monti continuerà a direi che un, imprenditore ha il diritto di| fare quel che vuole e dove vuole peri raggiungere i suoi scopi. Cioè il profitto. La politica, come le stelle, sta guardare.
2 – A POMIGLIANO SI CERCA GUERRA di Francesca Pilla - Napoli
Diciannove contro diciannove e la parola che piano piano prende posto con il passare delle ore è «rappresaglia». Sergio Marchionne ha fatto la sua mossa e nel primo pomeriggio di ieri ha diramato una nota con cui spiega che, dopo la sentenza della Corte d'appello di Roma che obbliga la Fip di Pomigliano d'Arco a riassumere 19 dipendenti della Fiom, a causa della crisi, della congiuntura interazionale, della flessione dei mercati la Fiat, si trova costretta a. mettere in mobilità altrettanti 19 operai (forse iscritti ad altri sindacati, ndr). Insomma se l'ad voleva far scoppiare una guerra tra poveri nello stabilimento Giambattista Vico allora ha fatto la mossa giusta. Metalmeccanico contro metalmeccanico e il gioco è fatto.
Solo la scorsa settimana, infatti, era girata una petizione in fabbrica contro il reintegro di quelli della Fiom e secondo alcune testimonianze diversi lavoratori erano stati costretti o indotti a firmare.
Un clima teso, una partita scorretta che ha fatto dire disgustato a Mario Di Costanze, uno di quelli che dovrebbe essere richiamato entro il 28 novembre: «È proprio una vergogna, Marchionne non perde occasione per cercare di dividere i lavoratori. Adesso dichiara anche guerra alla magistratura . per far pesare sui giudici la situazione che si sta creando». Poi Di Costanze, tra i 145 che hanno vinto in diversi gradi di giudizio la causa per discriminazione, ha aggiunto: «Con questo atteggiamento però l'ad. non sta facendo altro che far luce sul suo reale progetto per Pomigliano: sé l’assunzione di 19 persone per lui è un problema, figuriamoci cosa sarà l'assunzione degli oltre 2000 in cassa integrazione che attendono di entrare». In queste ore gli operai scelti per rientrare sentono però tutto il peso del tiro al piccione innescato dalla casa automobilistica e c'è molta rabbia: «Pare voglia farci pesare quello che lui sta mettendo in atto, per dimostrare di essere lui il più forte e l'unico che debba prendere decisioni, anche a discapito delle leggi».
Ma il senso della strategia dei vertici societari è espressa bene da Giorgio Airaudo della segreteria nazionale Fiom: «si tratta di una procedura chiaramente ritorsiva , antisindacale, illegittima, perché i motivi addotti nella nota resa pubblica dalla Fiat non giustificano nessun licenziamento, anche in considerazione del fatto che l'azienda ha firmato un accordo nel quale assumeva l'impegno a riassumere tutti i lavoratori di Pomigliano». Poco male, avrà pensato lo stesso Marchionne che a occhio e croce sembra essere intenzionato a portare lo scontro alle ennesime conseguenze.
La politica al momento gli volta le spalle e se gli è stata ammiccante durante il noto referendum-ricatto del 2010, Ora gli riserva una pioggia di critiche. Da Fassina del Pd che parla di «comportamento inaccettabile» puntando il dito contro l'azienda rea di «alimentare una guerra interna», a Ni-chi Vendola che accusa Marchionne di considerare gli operai «ostaggi» della Fiat.
Anche l'Idv, tramite Maurizio Zipponi sostiene che sta per essere messa in atto una «ritorsione inaccettabile e penalmente perseguibile». Oliviero Diliberto, del Pdci, ricorda la peggiore tradizione del Lingotto che «mette lavoratori contro lavoratori, e fa pagare il prezzo delle sue scelte sbagliate a : chi ha il diritto di lavorare». Paolo Ferrerò, Prc, afferma che l'ad «applica la logica della rappresaglia cercando di scatenare la guerra tra i poveri, come facevano i nazisti dopo le azioni dei partigiani».
Mentre il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, scrive sul suo blog: «Soltanto un miope padrone può comportarsi in questo modo, danneggiando e umiliando i lavoratori, quindi tutto il Paese e la democrazia. Il governo si deve opporre».
Nonostante il coro di disapprovazione, i sindacati firmatari del contratto con la newco hanno ancora una volta forzato la mano addossando l’intera colpa alla Fiom. Il leader della Cisl Raffaele Bonanni ha accusato addirittura le tute blu della Cgil di essere «in combutta» con i poteri della finanza per boicottare la Fiat. Mentre dalla Campania il segretario della Firn, Giuseppe Terracciano, ha consigliato all'organizzazione di cambiare atteggiamento.
Ma dalla Cgil nazionale rispondono a muso duro parlando di «un ricatto inaccettabile, una strategia vergognosa che ha il solo scopo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri». Forse l'appello più sensato è quello di Andrea Amendola segretario regionale Fiom: «Spero che gli altri sindacati non vogliano firmare la procedura di mobilità annunciata da Fiat».
Un atto illegale, viola la Costituzione
Maurizio Landlnl
La decisione della Fiat di buttare fuori dallo stabilimento di Pomigliano 19 operai, motivandolo con la sentenza della Corte d'Appello di Roma che fa giustizia di un'odiosa discriminazione ai danni dei lavoratori Fiom, è un atto illegale di una gravi-i senza precedenti, una violazione esplicita della ostinazione. Sergio Marchionne conferma, così la sua strategia e i suoi metodi antioperai e antisindacali, fino all'eliminazione fisica del dissenso dagli stabilimenti Fiat Ora mi aspetto che anche le altre organizzazioni dei metalmeccanici facciano sentire la loro voce, così come mi aspetto che la politica batta un colpo richiamando la più importante azienda privata italiana alle sue responsabilità e al rispetto del principio che informa le leggi fondamentali dello stato e che prevedono pari dignità tra il lavoro e l'impresa. La politica della Fiat si fonda sul ripetuto attaccò alle libertà e alle leggi. Il presidente Monti deve intervenire contro quest'ultimo vulnus. Come Fiom chiediamo che lo sciopero europeo del 14, a cui la Cgil aderisce con una fermata di 4 ore, abbia tra le parole d'ordine il ritiro dei licenziamenti e che la manifestazione della Campania si svolga a Pomigliano. La Fiom si batte per il rientro in fabbrica di tutti i lavoratori ancora fuori, (testimonianza raccolta da Lo. C.)
* segretario generale della Fiom
COMUNICATO AI COLLEGHI CHE ABITANO NELLE ZONE SOTTO ELENCATE
COMUNICATO AI COLLEGHI CHE ABITANO NELLE ZONE SOTTO ELENCATE
ACQUA ALL’ARSENICO, TEMPO SCADUTO: RUBINETTI CHIUSI IN 50 COMUNI DEL LAZIO ARSENICO NELL’ACQUA, ECCO I COMUNI INADEMPIENTI. Il Salvagente, nel numero in edicola da giovedì 1 novembre, rilancia l’allarme arsenico con un’inchiesta che dimostra come in molti comuni del Lazio la situazione non sia affatto migliorata, quando mancano due mesi dal termine dell’ennesima deroga concessa dall’Unione Europea. Questo, per esempio, l’elenco dei comuni con valori superiori ai limiti di legge (10 microgrammi/litro), stilati dal settimanale dei consumatori.
PROVINCIA DI VITERBO - Bagnoregio, Blera, Bolsena, Calcata, Canino, Capodimonte, Capranica, Caprarola, Carbognano, Castel Sant’Elia, Castiglione in Teverina, Celleno, Civita Castellana, Civitella d’Agliano, Corchiano, Fabrica di Roma, Farnese, Gallese, Gradoli, Grotte di Castro, Lubrian, Montalto di Castro, Monte Romano, Montefiascone, Ronciglione, San Lorenzo Nuovo, Soriano nel Cimino, Sutri, Tarquinia, Tuscania, Vallerano, Vetralla, Vignanello, Villa San Giovanni in Tuscia, Viterbo.
PROVINCIA DI ROMA - Anguillara Sabazia, Anzio, Ardea, Bracciano, Campagnano di Roma, Civitavecchia, Formello, Genzano di Roma, Lanuvio, Lariano, Magliano Romano, Mazzano Romano, Nettuno, Sacrofano, Santa Marinella, Tolfa, Trevignano, Velletri.
PROVINCIA DI LATINA - Aprilia, Cisterna di Latina, Cori.
Due anni di emergenza non sono bastati. La terza e ultima deroga concessa a molti comuni del Lazio dall'Unione Europea scade il 31 dicembre. Dal nuovo anno i cittadini non potranno più bere l'acqua di rubinetto con valori di arsenico (un cancerogeno) oltre la norma. Dovranno rifornirsi con autobotti o fontanelle filtrate
http://canali.kataweb.it/UserFiles/kataweb-consumi/Image/acqua_rubinetto.jpg
Quando si dice un’azione pubblica tempestiva e previdente: a nove anni dall’entrata in vigore della legge (del 2001 ma operativa dal 2003) e a due anni dall’ultimatum lanciato dall’Unione europea (era l’ottobre 2010) l’emergenza arsenico in Italia è tutt’altro che superata. È quello che denuncia il settimanale il Salvagente nel numero in edicola da giovedì 1 novembre, con un’inchiesta dal titolo: “Acqua&Arsenico, crisi senza fine”. E che si sia lontani dalla soluzione, secondo il settimanale dei consumatori, è innegabile almeno in quei comuni, tutti laziali, in cui il livello di questo metallo nell’acqua resta superiore a 10 microgrammi litro, la soglia massima consentita dalla legge e considerata “sicura”.
Count-down scaduto. E a questo punto di tempo non ce n’è davvero più. Il 31 dicembre scade la terza e ultima deroga (per valori fino a 20 microgrammi) concessa dalla Commissione europea, dopodiché non ci saranno più scuse né scappatoie: le acque che sforano dovranno essere dichiarate non potabili e alle popolazioni interessate non resterà che rifornirsi dalle autobotti o dalla fontanelle dotate di impianto di dearsenificazione. Niente di nuovo, purtroppo. Autobotti e fontanelle sono già una realtà per i cittadini di quei comuni che, due anni fa, quando Bruxelles ha detto no a deroghe superiori ai 20 microgrammi/litro, si sono trovati improvvisamente “fuori legge” e che in 24 mesi non sono riusciti a mettersi in regola. Probabilmente ci riusciranno entro fine anno, quando entreranno in funzione gli impianti di dearsenificazione. A quel punto però, come fosse una triste staffetta, scatterà l’emergenza per tutti quelli finora “salvati” dalla deroga.
I DANNI ALLA SALUTE. LEGGI E DEROGHE A PARTE, RESTA IL PROBLEMA DELLA SICUREZZA.
Che effetto ha e ha avuto sulla salute l’esposizione prolungata a valori elevati di arsenico, un metallo pericoloso classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come cancerogeno di classe 1 (ossia certo per l’uomo)? A denunciare da anni i rischi derivanti dall’esposizione a un tale veleno è Antonella Litta, referente per Viterbo dell’Associazione italiana medici per l’ambiente, per niente rassicurata dalle deroghe e dalle politiche adottate fino ad ora: “Ricordo che non esiste una soglia di sicurezza per l’arsenico. La cosa migliore sarebbe non entrarci mai in contatto. Non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità indica come obiettivo un valore compreso tra 0 e 5 microgrammi. Dunque non c’è da stare tranquilli neanche in presenza di limiti accettati dall’Unione europea”.
A confermare i timori della Litta adesso c’è uno studio scientifico, la prima indagine epidemiologica condotta sulla popolazione dei 91 comuni laziali (60 della provincia di Viterbo, 22 della provincia di Roma e 9 della provincia di Latina) dove maggiore è stata l’esposizione all’arsenico. A realizzarlo, il dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario della Regione Lazio su committenza dell’assessorato all’Ambiente della Pisana. Commenta la Litta al Salvagente: “La ricerca mette finalmente nero su bianco quello che denunciamo da anni, ossia che l’arsenico è legato a un aumento delle morti e delle malattie correlate”.
Si tratta di alcune patologie tumorali come il tumore al polmone, alla cute e alla vescica negli uomini, patologie cardiovascolari come l’ipertensione arteriosa, l’infarto del miocardio, l’ictus e malattie come il diabete mellito. Ed ecco cosa si legge nel rapporto: “Nei comuni del viterbese con livelli di esposizione oltre i 20 microgrammi si osserva un eccesso di mortalità, pari al 10%, per tutte le cause e per le malattie del sistema circolatorio (+10%). Nei comuni di Latina si osserva un eccesso significativo, pari al 12%, della mortalità per tumori”. Situazione meno problematica nei comuni romani dove “la mortalità e i casi di tumori sono pari o inferiori all’atteso”.
Tutto tace. È di fronte a questi numeri che la Litta denuncia l’inerzia delle amministrazioni locali: “La situazione è sconfortante: a parte qualche soluzione tampone come le fontanelle non mi risulta che nella provincia di Viterbo sia stato fatto granché. I valori imposti dalla legge sono ormai disattesi da 10 anni e prima della norma le concentrazioni erano intorno ai 50 microgrammi, dunque è chiaro che per certe popolazioni l’esposizione all’arsenico nelle acque non è stata occasionale, ma prolungata e cronica e dunque altamente rischiosa”..
ARSENICO NELL’ACQUA, ECCO I COMUNI INADEMPIENTI. Il Salvagente, nel numero in edicola da giovedì 1 novembre, rilancia l’allarme arsenico con un’inchiesta che dimostra come in molti comuni del Lazio la situazione non sia affatto migliorata, quando mancano due mesi dal termine dell’ennesima deroga concessa dall’Unione Europea. Questo, per esempio, l’elenco dei comuni con valori superiori ai limiti di legge (10 microgrammi/litro), stilati dal settimanale dei consumatori.
Provincia di Viterbo. Bagnoregio, Blera, Bolsena, Calcata, Canino, Capodimonte, Capranica, Caprarola, Carbognano, Castel Sant’Elia, Castiglione in Teverina, Celleno, Civita Castellana, Civitella d’Agliano, Corchiano, Fabrica di Roma, Farnese, Gallese, Gradoli, Grotte di Castro, Lubrian, Montalto di Castro, Monte Romano, Montefiascone, Ronciglione, San Lorenzo Nuovo, Soriano nel Cimino, Sutri, Tarquinia, Tuscania, Vallerano, Vetralla, Vignanello, Villa San Giovanni in Tuscia, Viterbo.
Provincia di Roma. Anguillara Sabazia, Anzio, Ardea, Bracciano, Campagnano di Roma, Civitavecchia, Formello, Genzano di Roma, Lanuvio, Lariano, Magliano Romano, Mazzano Romano, Nettuno, Sacrofano, Santa Marinella, Tolfa, Trevignano, Velletri.
Provincia di Latina. Aprilia, Cisterna di Latina, Cori.
ECCO COSA HA FATTO HOLLANDE,
ECCO COSA HA FATTO HOLLANDE, COSE CHE IL NOSTRO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NON FARA’ MAI IN QUANTO RAPPRESENTA I POTERI FORTI DI QUESTO PAESE E LA PEGGIORE BORGHESIA EUROPEA. DI FATTO E’ LA CONTINUITA’ IN DOPPIO PETTO DI BERLUSCONI E ALLIEVO DELLA SCUOLA DI CICHAGO. SIAMO ALLA FARSA DELLA DEMOCRAZIA.
Ecco cosa ha fatto Hollande (non parole, fatti), ecco anche il perché, in Italia nessuno parla più della Francia.
• Hollande in 56 giorni di governo: ha abolito il 100% delle auto blu() e le ha messe all'asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate. Ha fatto inviare un documento (dodici righe) a tutti gli enti statali dipendenti dall'amministrazione centrale in cui comunicava l'abolizione delle «vetture aziendali» sfidando e insultando provocatoriamente gli alti funzionari, con frasi del tipo «un dirigente che guadagna 650.000 euro all'anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuoi dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure». (*)Via con le Peugeot e le Citroen. 345 milioni di euro risparmiati subito, spostati per creare (apertura il 15 agosto 2012) 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati «per aumentare la competitività e la produttività della nazione».
• Ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito «socialmente immorale») e ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un'aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all'anno. Con quei soldi (rispettando quindi il fiscal compact) senza intaccare il bilancio di un euro ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione. (**)
• Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali. Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione): chi offre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare. (***)
• Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800 mila euro all'anno. Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a «donne mamme singole» in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finché il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande. (****)
• Una task force per battere l’evasione e la corruzione (*****)
• Ed ALTRO….
IL TUTTO SENZA TOCCARE IL PAREGGIO DI BILANCIO.
Risultato: ma guarda un po'... surprise!!
LO SPREAD CON I BUND TEDESCHI È SCESO, PER MAGIA. È ARRIVATO A 101 (DA NOI VIAGGIA INTORNO A 470).
L'inflazione non è salita. La competitività e la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte.
Cosa succederebbe da noi se fosse applicata immediatamente la cura Hollande.
(*) Le auto blu che passione per i nostri notabili, sono sempre più blu e più grosse…., a carico del contribuente
(**) Noi NO, aspettiamo che siano tutti esodati nei paradisi fiscali ed i ricchi continuano ad evadere
(***) Da NOI riescono pure far finta di sbagliare così la chiesa continua a godere dei privilegi che ai cittadini italiani sono negati, così l’IMU è l’unica patrimoniale e naturalmente pagano poveri
(****) Il massimo della democrazia, da NOI invece si fa pagare il contributo di solidarietà ai pensionati..
(*****) E NOI INVECE…, LA LEGGE ANTICORRUZIONE ma per chi.. Se mancano i confini dell'illegalità - Che la corruzione in Italia sia problema gravissimo lo rammentano giorno dopo giorno le cronache giudiziarie. Gli scandali si susseguono con ritmo incalzante e il decadimento morale della politica è il tema che più attira l'attenzione del pubblico. Non sappiamo quanto di suo il pubblico sarebbe attento. Ma a destare l'attenzione provvedono i media - ci sono addirittura giornali che campano sugli scandali - mentre da un trentennio si avvicendano sulla scena formazioni politiche, anzi antipolitiche, pressoché sprovviste di contenuti programmatici, ma che fanno della moralizzazione della politica il loro cavallo di battaglia.
Della questione non poteva non accorgersi, nel suo spietato sforzo non già di risanamento economico-finanziario - perché il paese è allo stremo - bensì di rieducazione e punizione degli italiani, il governo Monti, che ha promosso una nuova normativa anticorruzione, faticosamente varata al Senato e adesso in transito verso la Camera.
Sulle nuove norme ha già detto abbastanza sulle pagine di questo giornale Livio Pepino. La montagna ha partorito il topolino. In ragione di rapporti politici che sono quel che sono. Il topolino è però unicamente figlio della resistenza di alcune forze politiche desiderose di scongiurare misure che potrebbero colpire alcuni loro esponenti, o c'è dell'altro?
Capita con ogni probabilità in tutti i regimi democratici. Ma non consola per nulla. In Italia è comunque accertato che larga parte del paese vive di comportamenti illegali. C'è un mucchio di gente che lavora con onestà, paga le imposte, rispetta il codice della strada e non sparge rifiuti tossici, ma ce ne è molta altra per la quale la trasgressione delle regole è la modalità con cui partecipa alla vita collettiva. Ovvero che quando le conviene trasgredisce, ritenendo del tutto ovvio, e neanche immorale, calpestare ogni regola.
Se non che, a esser realisti, il confine tra i primi e i secondi non è affatto netto. Chi non ha mai parcheggiato in seconda fila o ha dimenticato di chiedere la fattura all'idraulico? Per qualche ragione da indagare, il rapporto con le regole è in Italia critico per tutti, ferma restando la presenza di vasti ceti che potremmo definire affaristici che nell'illegalità prosperano rigogliosamente: imprenditori, professionisti, funzionari pubblici. Cui non mancano, di conseguenza, neppure gli uomini politici che li rappresentino. Stiamo attenti: i politici mafiosi e camorristi esistono non perché mafia e camorra siano abili nell'infiltrare il mondo politico, ma perché sono pezzi ampi e vitali della società, che tengono a inviare propri rappresentanti nelle istituzioni e non faticano a farlo.
Non c'è solo l'industria della violenza. Vi sono intraprese più che blasonate che ricorrono all'illegalità. Finmeccanica è un'azienda di spicco: se saranno confermate le accuse rivolte ai suoi dirigenti, avrebbe condotto i suoi affari in maniera a dir poco disinvolta. Non da oggi sappiamo che la più grande impresa nazionale nel campo dei media si è sviluppata partire dall'occupazione abusiva dell'etere, poi condonata dalla politica. Mentre, tra i fatti recenti, sgradevolissimi odori emana la fusione Sai-Unipol.
Non si tratta pertanto di ripulire un paniere di mele marce. Essendo la trasgressione delle regole una regola piuttosto condivisa della vita associata, il primo compito della politica sarebbe fissare i confini tra legalità e illegalità, e tra ciò che è moralmente legittimo e ciò che non lo è. I ceti affaristici ricavano dall'incertezza troppi vantaggi per apprezzare una simile mossa. A tal fine in ogni caso non bastano né più rigorose norme repressive, né la mobilitazione morale oggi in auge. Si è già visto del resto come le stesse formazioni politiche sorte all'insegna della moralità siano state infiltrate da personaggi discutibili. Quanto più s'improvvisa una nuova formazione politica, tanto più si corre questo rischio.
Purtroppo, tra appalti truccati, occupazioni abusive di suoli o dell'etere, riciclaggio e spregiudicate operazioni finanziarie, evasione fiscale, inquinamento e quant'altro, dal fatturato dell'illegalità discende parte non piccola della ricchezza del paese.
E ciò rende i ceti affaristici politicamente potentissimi. Per quasi un ventennio l'Italia è stata guidata da una coalizione d'interessi che ha fatto della violazione delle regole la sua risorsa principale di ascesa sociale e politica. Nel plebiscitarismo berlusconiano tale coalizione ha trovato la sua rappresentanza, che ha elevato la trasgressione a ideale politico. Ammesso che il plebiscitarismo scompaia, nessuno può illudersi: gli interessi che si sono identificati con esso non scomparirebbero. Piuttosto proveranno a trovare una nuova rappresentanza politica, forse anche nei dintorni della sinistra, e pure avvantaggiati dalla confusione che suscita il furore antipolitico.
Solo una coalizione d'interessi simmetrica, che una volta per tutte squalifichi forma di trasgressione e senza reticenze contrasti la coalizione del malaffare anche sul terreno delle politiche, potrebbe scongiurare questa eventualità. Serve una bonifica economica, culturale e politica a larghissimo raggio, che tracci bene i confini e in pari tempo rinnovi il paese, promuovendo opportunità di lavoro e di crescita, e modalità di erogazione dei servizi, che rendano la trasgressione diffusa, oltre che illegittima, superflua.
L’ALLARME Germania, “lavatrice” delle mafie italiane di Mattia Eccheli da Colonia
Non solo locomotiva, ma anche lavatrice d'Europa per almeno una cinquantina di miliardi di euro l'anno (stimati). In Germania, i casi sospetti di riciclaggio di denaro sporco sono aumentati in un anno del 17%, dagli 11.042 del 2010 ai 12.968 dello scorso anno. I flussi più significativi arrivano dall'Italia, ma anche le organizzazioni di Russia, Bielorussia e Ucraina compirebbero operazioni importanti, come rivela l'edizione online della Bild Zeitung (notizia peraltro ripresa da diversi media).
Il “detersivo” con il quale ripulire il denaro, secondo quando ha ricorda a Colonia il Procuratore generale presso il pool Antimafia di Palermo Roberto Scarpinato, intervenendo a una tre giorni al titolo “Cultura della legalità”, non solo soltanto attività imprenditoriali lecite, ma anche l'eccessiva permeabilità della legislazione tedesca in materia. Non è la prima volta che un magistrato rileva l' “arretratezza” della Germania su questo tema: molti mafiosi hanno scelto questo paese, sintetizza il procuratore, “perché possono diffondersi relativamente indisturbati”.
SCARPINATO – che ha preso parte ai lavori assieme a Sonia Alfano, presidente della Commissione Ue su criminalità organizzata, corruzione e riciclaggio di denaro - cita il caso di un pregiudicato condannato in Italia a 20 anni di carcere ed alla confisca dei beni che a Solingen, una città di 160mila abitanti, è titolare di un'impresa con 700 dipendenti. La città si trova nel Land del Nord Reno Westfalia, il più popoloso della Germania, che la Direzione nazionale antimafia descrive nei documenti come “sede di una base logistica molto importante della ‘ndrangheta”. Sul suolo tedesco, la sola mafia calabrese conterebbe su una rete di 290 'ndrine e di almeno 1.800 fiancheggiatori.
Secondo gli inquirenti italiani la legislazione tedesca fornisce strumenti scarsamente efficaci nella lotta alla criminalità organizzata agli investigatori. Per procedere alla confisca dei beni, è necessario dimostrare che il denaro con il quale sono stati acquistati sia di provenienza illecita. In Germania, le mafie operano quasi esclusivamente a livello di colletti bianchi, anche se ci sono stime secondo le quali il 70% dei locali italiani di Colonia pagherebbe il pizzo. La strage di Duisburg di 5 anni fa (15 agosto del 2007) costata la vita a 6 persone costituisce una sanguinosa eccezione. Scarpinato rammenta pubblicamente che le autorità italiane avevano messo in guardia quelle tedesche almeno 18 mesi prima della mattanza che quel locale era frequentato da esponenti della criminalità organizzata . Oltre al rimpianto per i morti, c'è quello della mancata cattura di 52 appartenenti alla 'ndrangheta. Il pm italiano sottolinea come gli inquirenti avessero inutilmente suggerito di mettere sotto osservazione il ristorante “Da Bruno”.
DECINE DI MILIARDI
In un anno i casi sospetti di riciclaggio di denaro sporco sono cresciuti del 17% E manca una legislazione adeguata
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