venerdì 2 novembre 2012

LA MAFIA ITALIANA

COME MAI LE ISTITUZIONE PREPOSTE NON INTERVENGONO SULLA MACELLERIA SOCIALE DI MARCHIONNE…CHE VERGOGNA QUESTA ITALIA IN MANO ALLA MAFIA… LA LEGGE DEL PADRONE di Lorìs Campettl Ci sarà pure la magistratura, farà le sue ordinanze, ma da che mondo è mondo il padrone resta il padrone e sul destino dei suoi dipendenti vuole decidere lui. Se poi il padrone, o armatore che dir si voglia, non vuole sporcarsi le mani, a decidere sarà il «manager», o comandante della nave che dir si voglia. Se poi il comandante si chiama Sergio Marchionne e quella che guida è una nave da guerra, non ci si può meravigliare per i suoi ordini. L'ordine di ieri è terrorizzante: visto che mi si costringe ad assumere 19 soggetti sgraditi targati Fiom, mi trovo costretto a buttarne fuori, Altrettanti perché l’organico attuale nella fabbrica di Pomigliano è più che sufficiente. È adesso, che ci pensino i 2146 dipendenti della newco nata su un ricatto sulle ceneri della «vecchia» Pomigliano (che di dipendenti ne aveva 4.500 e tutti avrebbero dovuto essere riportati al lavoro) a sputare addosso ai 19 sgraditi, a Maurizio Landini, all'intera Fiom e, visto che ci sono, ai giudici che continuano a condannare la Fiat per le sue discriminazioni. Meglio che i rematori si scannino tra di loro. La caccia alla Fiom, del resto, era già iniziata anticipatamente e a combatterla erano stati alcuni militanti dei sindacati benedetti o peggio fondati da Marchionne, sulla base della parola d'ordine: mors tua vita mea, e lunga vita al padrone. Per quanto attesa, almeno da chi ha imparato a conoscere Marchionne, la decisione di mettere in mobilità 19 dipendenti buttando la colpa su chi chiede giustizia e su chi glie la da, resta pur sempre una decisione vergognosa. Scatenare, la guerra tra poveri, mettere operai contro operai è l' ultima arma sfoderata dall'amministratore delegato Fiat. È uno sberleffo, per non dire un insulto, alla legalità, una rivendicazione di onnipotenza di chi ritiene di poter liberamente licenziare per rappresaglia (come a Melfi, o come sempre la Fiat, anche ai tempi di Valletta) o non assumere sempre per rappresaglia, come a Pomigliano. E se un'autorità superiore, a cui deve 'attenersi perché ha il compito di far rispettare le leggi, getta sul tavolo un'ordinanza per il ripristino della legalità, allora Marchionne rovescia il tavolo addosso agli operai, non potendo sparare al giudice. Non sarà semplice mettere in pratica la ritorsione annunciata ieri dall'uomo nero del Lingotto, perché renderebbe necessario far convivere la cassa integrazione ordinaria legata alla crisi con la mobilità per rappresaglia. In ogni caso, oltre ad attizzare lo scontro tra lavoratori l'urlo rabbioso di Marchionne serve a distrarre l'opinione pubblica dai problemi reali della Fiat: l'esplosione dell'indebitamento, la distruzione di liquidità avvenuta negli ultimi tre mesi, la decisione di cancellare il marchio Lancia e di ridurre quello Fiat alle vetturette, l'ennesimo rinvio degli I investimenti a un fumoso futuro, mercato permettendo, il trasferimento negli Stati Uniti di ricerca, investimenti, comando. E domani magari I anche Piazzaffari sarà abbandonata! per far approdare il titolo a Wall Street. Chissà se Monti continuerà a direi che un, imprenditore ha il diritto di| fare quel che vuole e dove vuole peri raggiungere i suoi scopi. Cioè il profitto. La politica, come le stelle, sta guardare. 2 – A POMIGLIANO SI CERCA GUERRA di Francesca Pilla - Napoli Diciannove contro diciannove e la parola che piano piano prende posto con il passare delle ore è «rappresaglia». Sergio Marchionne ha fatto la sua mossa e nel primo pomeriggio di ieri ha diramato una nota con cui spiega che, dopo la sentenza della Corte d'appello di Roma che obbliga la Fip di Pomigliano d'Arco a riassumere 19 dipendenti della Fiom, a causa della crisi, della congiuntura interazionale, della flessione dei mercati la Fiat, si trova costretta a. mettere in mobilità altrettanti 19 operai (forse iscritti ad altri sindacati, ndr). Insomma se l'ad voleva far scoppiare una guerra tra poveri nello stabilimento Giambattista Vico allora ha fatto la mossa giusta. Metalmeccanico contro metalmeccanico e il gioco è fatto. Solo la scorsa settimana, infatti, era girata una petizione in fabbrica contro il reintegro di quelli della Fiom e secondo alcune testimonianze diversi lavoratori erano stati costretti o indotti a firmare. Un clima teso, una partita scorretta che ha fatto dire disgustato a Mario Di Costanze, uno di quelli che dovrebbe essere richiamato entro il 28 novembre: «È proprio una vergogna, Marchionne non perde occasione per cercare di dividere i lavoratori. Adesso dichiara anche guerra alla magistratura . per far pesare sui giudici la situazione che si sta creando». Poi Di Costanze, tra i 145 che hanno vinto in diversi gradi di giudizio la causa per discriminazione, ha aggiunto: «Con questo atteggiamento però l'ad. non sta facendo altro che far luce sul suo reale progetto per Pomigliano: sé l’assunzione di 19 persone per lui è un problema, figuriamoci cosa sarà l'assunzione degli oltre 2000 in cassa integrazione che attendono di entrare». In queste ore gli operai scelti per rientrare sentono però tutto il peso del tiro al piccione innescato dalla casa automobilistica e c'è molta rabbia: «Pare voglia farci pesare quello che lui sta mettendo in atto, per dimostrare di essere lui il più forte e l'unico che debba prendere decisioni, anche a discapito delle leggi». Ma il senso della strategia dei vertici societari è espressa bene da Giorgio Airaudo della segreteria nazionale Fiom: «si tratta di una procedura chiaramente ritorsiva , antisindacale, illegittima, perché i motivi addotti nella nota resa pubblica dalla Fiat non giustificano nessun licenziamento, anche in considerazione del fatto che l'azienda ha firmato un accordo nel quale assumeva l'impegno a riassumere tutti i lavoratori di Pomigliano». Poco male, avrà pensato lo stesso Marchionne che a occhio e croce sembra essere intenzionato a portare lo scontro alle ennesime conseguenze. La politica al momento gli volta le spalle e se gli è stata ammiccante durante il noto referendum-ricatto del 2010, Ora gli riserva una pioggia di critiche. Da Fassina del Pd che parla di «comportamento inaccettabile» puntando il dito contro l'azienda rea di «alimentare una guerra interna», a Ni-chi Vendola che accusa Marchionne di considerare gli operai «ostaggi» della Fiat. Anche l'Idv, tramite Maurizio Zipponi sostiene che sta per essere messa in atto una «ritorsione inaccettabile e penalmente perseguibile». Oliviero Diliberto, del Pdci, ricorda la peggiore tradizione del Lingotto che «mette lavoratori contro lavoratori, e fa pagare il prezzo delle sue scelte sbagliate a : chi ha il diritto di lavorare». Paolo Ferrerò, Prc, afferma che l'ad «applica la logica della rappresaglia cercando di scatenare la guerra tra i poveri, come facevano i nazisti dopo le azioni dei partigiani». Mentre il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, scrive sul suo blog: «Soltanto un miope padrone può comportarsi in questo modo, danneggiando e umiliando i lavoratori, quindi tutto il Paese e la democrazia. Il governo si deve opporre». Nonostante il coro di disapprovazione, i sindacati firmatari del contratto con la newco hanno ancora una volta forzato la mano addossando l’intera colpa alla Fiom. Il leader della Cisl Raffaele Bonanni ha accusato addirittura le tute blu della Cgil di essere «in combutta» con i poteri della finanza per boicottare la Fiat. Mentre dalla Campania il segretario della Firn, Giuseppe Terracciano, ha consigliato all'organizzazione di cambiare atteggiamento. Ma dalla Cgil nazionale rispondono a muso duro parlando di «un ricatto inaccettabile, una strategia vergognosa che ha il solo scopo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri». Forse l'appello più sensato è quello di Andrea Amendola segretario regionale Fiom: «Spero che gli altri sindacati non vogliano firmare la procedura di mobilità annunciata da Fiat». Un atto illegale, viola la Costituzione Maurizio Landlnl La decisione della Fiat di buttare fuori dallo stabilimento di Pomigliano 19 operai, motivandolo con la sentenza della Corte d'Appello di Roma che fa giustizia di un'odiosa discriminazione ai danni dei lavoratori Fiom, è un atto illegale di una gravi-i senza precedenti, una violazione esplicita della ostinazione. Sergio Marchionne conferma, così la sua strategia e i suoi metodi antioperai e antisindacali, fino all'eliminazione fisica del dissenso dagli stabilimenti Fiat Ora mi aspetto che anche le altre organizzazioni dei metalmeccanici facciano sentire la loro voce, così come mi aspetto che la politica batta un colpo richiamando la più importante azienda privata italiana alle sue responsabilità e al rispetto del principio che informa le leggi fondamentali dello stato e che prevedono pari dignità tra il lavoro e l'impresa. La politica della Fiat si fonda sul ripetuto attaccò alle libertà e alle leggi. Il presidente Monti deve intervenire contro quest'ultimo vulnus. Come Fiom chiediamo che lo sciopero europeo del 14, a cui la Cgil aderisce con una fermata di 4 ore, abbia tra le parole d'ordine il ritiro dei licenziamenti e che la manifestazione della Campania si svolga a Pomigliano. La Fiom si batte per il rientro in fabbrica di tutti i lavoratori ancora fuori, (testimonianza raccolta da Lo. C.) * segretario generale della Fiom

COMUNICATO AI COLLEGHI CHE ABITANO NELLE ZONE SOTTO ELENCATE

COMUNICATO AI COLLEGHI CHE ABITANO NELLE ZONE SOTTO ELENCATE ACQUA ALL’ARSENICO, TEMPO SCADUTO: RUBINETTI CHIUSI IN 50 COMUNI DEL LAZIO ARSENICO NELL’ACQUA, ECCO I COMUNI INADEMPIENTI. Il Salvagente, nel numero in edicola da giovedì 1 novembre, rilancia l’allarme arsenico con un’inchiesta che dimostra come in molti comuni del Lazio la situazione non sia affatto migliorata, quando mancano due mesi dal termine dell’ennesima deroga concessa dall’Unione Europea. Questo, per esempio, l’elenco dei comuni con valori superiori ai limiti di legge (10 microgrammi/litro), stilati dal settimanale dei consumatori. PROVINCIA DI VITERBO - Bagnoregio, Blera, Bolsena, Calcata, Canino, Capodimonte, Capranica, Caprarola, Carbognano, Castel Sant’Elia, Castiglione in Teverina, Celleno, Civita Castellana, Civitella d’Agliano, Corchiano, Fabrica di Roma, Farnese, Gallese, Gradoli, Grotte di Castro, Lubrian, Montalto di Castro, Monte Romano, Montefiascone, Ronciglione, San Lorenzo Nuovo, Soriano nel Cimino, Sutri, Tarquinia, Tuscania, Vallerano, Vetralla, Vignanello, Villa San Giovanni in Tuscia, Viterbo. PROVINCIA DI ROMA - Anguillara Sabazia, Anzio, Ardea, Bracciano, Campagnano di Roma, Civitavecchia, Formello, Genzano di Roma, Lanuvio, Lariano, Magliano Romano, Mazzano Romano, Nettuno, Sacrofano, Santa Marinella, Tolfa, Trevignano, Velletri. PROVINCIA DI LATINA - Aprilia, Cisterna di Latina, Cori. Due anni di emergenza non sono bastati. La terza e ultima deroga concessa a molti comuni del Lazio dall'Unione Europea scade il 31 dicembre. Dal nuovo anno i cittadini non potranno più bere l'acqua di rubinetto con valori di arsenico (un cancerogeno) oltre la norma. Dovranno rifornirsi con autobotti o fontanelle filtrate http://canali.kataweb.it/UserFiles/kataweb-consumi/Image/acqua_rubinetto.jpg Quando si dice un’azione pubblica tempestiva e previdente: a nove anni dall’entrata in vigore della legge (del 2001 ma operativa dal 2003) e a due anni dall’ultimatum lanciato dall’Unione europea (era l’ottobre 2010) l’emergenza arsenico in Italia è tutt’altro che superata. È quello che denuncia il settimanale il Salvagente nel numero in edicola da giovedì 1 novembre, con un’inchiesta dal titolo: “Acqua&Arsenico, crisi senza fine”. E che si sia lontani dalla soluzione, secondo il settimanale dei consumatori, è innegabile almeno in quei comuni, tutti laziali, in cui il livello di questo metallo nell’acqua resta superiore a 10 microgrammi litro, la soglia massima consentita dalla legge e considerata “sicura”. Count-down scaduto. E a questo punto di tempo non ce n’è davvero più. Il 31 dicembre scade la terza e ultima deroga (per valori fino a 20 microgrammi) concessa dalla Commissione europea, dopo­diché non ci saranno più scuse né scappatoie: le acque che sforano dovranno essere dichiarate non potabili e alle popolazioni interessate non resterà che rifornirsi dalle autobotti o dalla fontanelle dotate di impianto di dearsenificazione. Niente di nuovo, purtroppo. Autobotti e fontanelle sono già una realtà per i cittadini di quei comuni che, due anni fa, quando Bruxelles ha detto no a deroghe superiori ai 20 microgrammi/litro, si sono trovati improvvisamente “fuori legge” e che in 24 mesi non sono riusciti a mettersi in regola. Probabilmente ci riusciranno entro fine anno, quando entreranno in funzione gli impianti di dearsenificazione. A quel punto però, come fosse una triste staffetta, scatterà l’emergenza per tutti quelli finora “salvati” dalla deroga. I DANNI ALLA SALUTE. LEGGI E DEROGHE A PARTE, RESTA IL PROBLEMA DELLA SICUREZZA. Che effetto ha e ha avuto sulla salute l’esposizione prolungata a valori elevati di arsenico, un metallo pericoloso classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come cancerogeno di classe 1 (ossia certo per l’uomo)? A denunciare da anni i rischi derivanti dall’esposizione a un tale veleno è Antonella Litta, referente per Viterbo dell’Associazione italiana medici per l’ambiente, per niente rassicurata dalle deroghe e dalle politiche adottate fino ad ora: “Ricordo che non esiste una soglia di sicurezza per l’arsenico. La cosa migliore sarebbe non entrarci mai in contatto. Non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità indica come obiettivo un valore compreso tra 0 e 5 microgrammi. Dunque non c’è da stare tranquilli neanche in presenza di limiti accettati dall’Unione europea”. A confermare i timori della Litta adesso c’è uno studio scientifico, la prima indagine epidemiologica condotta sulla popolazione dei 91 comuni laziali (60 della provincia di Viterbo, 22 della provincia di Roma e 9 della provincia di Latina) dove maggiore è stata l’esposizione all’arsenico. A realizzarlo, il dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario della Regione Lazio su committenza dell’assessorato all’Ambiente della Pisana. Commenta la Litta al Salvagente: “La ricerca mette finalmente nero su bianco quello che denunciamo da anni, ossia che l’arsenico è legato a un aumento delle morti e delle malattie correlate”. Si tratta di alcune patologie tumorali come il tumore al polmone, alla cute e alla vescica negli uomini, patologie cardiovascolari come l’ipertensione arteriosa, l’infarto del miocardio, l’ictus e malattie come il diabete mellito. Ed ecco cosa si legge nel rapporto: “Nei comuni del viterbese con livelli di esposizione oltre i 20 microgrammi si osserva un eccesso di mortalità, pari al 10%, per tutte le cause e per le malattie del sistema circolatorio (+10%). Nei comuni di Latina si osserva un eccesso significativo, pari al 12%, della mortalità per tumori”. Situazione meno problematica nei comuni romani dove “la mortalità e i casi di tumori sono pari o inferiori all’atteso”. Tutto tace. È di fronte a questi numeri che la Litta denuncia l’inerzia delle amministrazioni locali: “La situazione è sconfortante: a parte qualche soluzione tampone come le fontanelle non mi risulta che nella provincia di Viterbo sia stato fatto granché. I valori imposti dalla legge sono ormai disattesi da 10 anni e prima della norma le concentrazioni erano intorno ai 50 microgrammi, dunque è chiaro che per certe popolazioni l’esposizione all’arsenico nelle acque non è stata occasionale, ma prolungata e cronica e dunque altamente rischiosa”.. ARSENICO NELL’ACQUA, ECCO I COMUNI INADEMPIENTI. Il Salvagente, nel numero in edicola da giovedì 1 novembre, rilancia l’allarme arsenico con un’inchiesta che dimostra come in molti comuni del Lazio la situazione non sia affatto migliorata, quando mancano due mesi dal termine dell’ennesima deroga concessa dall’Unione Europea. Questo, per esempio, l’elenco dei comuni con valori superiori ai limiti di legge (10 microgrammi/litro), stilati dal settimanale dei consumatori. Provincia di Viterbo. Bagnoregio, Blera, Bolsena, Calcata, Canino, Capodimonte, Capranica, Caprarola, Carbognano, Castel Sant’Elia, Castiglione in Teverina, Celleno, Civita Castellana, Civitella d’Agliano, Corchiano, Fabrica di Roma, Farnese, Gallese, Gradoli, Grotte di Castro, Lubrian, Montalto di Castro, Monte Romano, Montefiascone, Ronciglione, San Lorenzo Nuovo, Soriano nel Cimino, Sutri, Tarquinia, Tuscania, Vallerano, Vetralla, Vignanello, Villa San Giovanni in Tuscia, Viterbo. Provincia di Roma. Anguillara Sabazia, Anzio, Ardea, Bracciano, Campagnano di Roma, Civitavecchia, Formello, Genzano di Roma, Lanuvio, Lariano, Magliano Romano, Mazzano Romano, Nettuno, Sacrofano, Santa Marinella, Tolfa, Trevignano, Velletri. Provincia di Latina. Aprilia, Cisterna di Latina, Cori.

ECCO COSA HA FATTO HOLLANDE,

ECCO COSA HA FATTO HOLLANDE, COSE CHE IL NOSTRO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NON FARA’ MAI IN QUANTO RAPPRESENTA I POTERI FORTI DI QUESTO PAESE E LA PEGGIORE BORGHESIA EUROPEA. DI FATTO E’ LA CONTINUITA’ IN DOPPIO PETTO DI BERLUSCONI E ALLIEVO DELLA SCUOLA DI CICHAGO. SIAMO ALLA FARSA DELLA DEMOCRAZIA. Ecco cosa ha fatto Hollande (non parole, fatti), ecco anche il perché, in Italia nessuno parla più della Francia. • Hollande in 56 giorni di governo: ha abolito il 100% delle auto blu() e le ha messe all'asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate. Ha fatto inviare un documento (dodici righe) a tutti gli enti statali dipendenti dall'amministrazione centrale in cui comunicava l'abolizione delle «vetture aziendali» sfidando e insultando provocatoriamente gli alti funzionari, con frasi del tipo «un dirigente che guadagna 650.000 euro all'anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuoi dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure». (*)Via con le Peugeot e le Citroen. 345 milioni di euro risparmiati subito, spostati per creare (apertura il 15 agosto 2012) 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati «per aumentare la competitività e la produttività della nazione». • Ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito «socialmente immorale») e ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un'aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all'anno. Con quei soldi (rispettando quindi il fiscal compact) senza intaccare il bilancio di un euro ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione. (**) • Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali. Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione): chi offre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare. (***) • Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800 mila euro all'anno. Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a «donne mamme singole» in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finché il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande. (****) • Una task force per battere l’evasione e la corruzione (*****) • Ed ALTRO…. IL TUTTO SENZA TOCCARE IL PAREGGIO DI BILANCIO. Risultato: ma guarda un po'... surprise!! LO SPREAD CON I BUND TEDESCHI È SCESO, PER MAGIA. È ARRIVATO A 101 (DA NOI VIAGGIA INTORNO A 470). L'inflazione non è salita. La competitività e la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte. Cosa succederebbe da noi se fosse applicata immediatamente la cura Hollande. (*) Le auto blu che passione per i nostri notabili, sono sempre più blu e più grosse…., a carico del contribuente (**) Noi NO, aspettiamo che siano tutti esodati nei paradisi fiscali ed i ricchi continuano ad evadere (***) Da NOI riescono pure far finta di sbagliare così la chiesa continua a godere dei privilegi che ai cittadini italiani sono negati, così l’IMU è l’unica patrimoniale e naturalmente pagano poveri (****) Il massimo della democrazia, da NOI invece si fa pagare il contributo di solidarietà ai pensionati.. (*****) E NOI INVECE…, LA LEGGE ANTICORRUZIONE ma per chi.. Se mancano i confini dell'illegalità - Che la corruzione in Italia sia problema gravissimo lo rammentano giorno dopo giorno le cronache giudiziarie. Gli scandali si susseguono con ritmo incalzante e il decadimento morale della politica è il tema che più attira l'attenzione del pubblico. Non sappiamo quanto di suo il pubblico sarebbe attento. Ma a destare l'attenzione provvedono i media - ci sono addirittura giornali che campano sugli scandali - mentre da un trentennio si avvicendano sulla scena formazioni politiche, anzi antipolitiche, pressoché sprovviste di contenuti programmatici, ma che fanno della moralizzazione della politica il loro cavallo di battaglia. Della questione non poteva non accorgersi, nel suo spietato sforzo non già di risanamento economico-finanziario - perché il paese è allo stremo - bensì di rieducazione e punizione degli italiani, il governo Monti, che ha promosso una nuova normativa anticorruzione, faticosamente varata al Senato e adesso in transito verso la Camera. Sulle nuove norme ha già detto abbastanza sulle pagine di questo giornale Livio Pepino. La montagna ha partorito il topolino. In ragione di rapporti politici che sono quel che sono. Il topolino è però unicamente figlio della resistenza di alcune forze politiche desiderose di scongiurare misure che potrebbero colpire alcuni loro esponenti, o c'è dell'altro? Capita con ogni probabilità in tutti i regimi democratici. Ma non consola per nulla. In Italia è comunque accertato che larga parte del paese vive di comportamenti illegali. C'è un mucchio di gente che lavora con onestà, paga le imposte, rispetta il codice della strada e non sparge rifiuti tossici, ma ce ne è molta altra per la quale la trasgressione delle regole è la modalità con cui partecipa alla vita collettiva. Ovvero che quando le conviene trasgredisce, ritenendo del tutto ovvio, e neanche immorale, calpestare ogni regola. Se non che, a esser realisti, il confine tra i primi e i secondi non è affatto netto. Chi non ha mai parcheggiato in seconda fila o ha dimenticato di chiedere la fattura all'idraulico? Per qualche ragione da indagare, il rapporto con le regole è in Italia critico per tutti, ferma restando la presenza di vasti ceti che potremmo definire affaristici che nell'illegalità prosperano rigogliosamente: imprenditori, professionisti, funzionari pubblici. Cui non mancano, di conseguenza, neppure gli uomini politici che li rappresentino. Stiamo attenti: i politici mafiosi e camorristi esistono non perché mafia e camorra siano abili nell'infiltrare il mondo politico, ma perché sono pezzi ampi e vitali della società, che tengono a inviare propri rappresentanti nelle istituzioni e non faticano a farlo. Non c'è solo l'industria della violenza. Vi sono intraprese più che blasonate che ricorrono all'illegalità. Finmeccanica è un'azienda di spicco: se saranno confermate le accuse rivolte ai suoi dirigenti, avrebbe condotto i suoi affari in maniera a dir poco disinvolta. Non da oggi sappiamo che la più grande impresa nazionale nel campo dei media si è sviluppata partire dall'occupazione abusiva dell'etere, poi condonata dalla politica. Mentre, tra i fatti recenti, sgradevolissimi odori emana la fusione Sai-Unipol. Non si tratta pertanto di ripulire un paniere di mele marce. Essendo la trasgressione delle regole una regola piuttosto condivisa della vita associata, il primo compito della politica sarebbe fissare i confini tra legalità e illegalità, e tra ciò che è moralmente legittimo e ciò che non lo è. I ceti affaristici ricavano dall'incertezza troppi vantaggi per apprezzare una simile mossa. A tal fine in ogni caso non bastano né più rigorose norme repressive, né la mobilitazione morale oggi in auge. Si è già visto del resto come le stesse formazioni politiche sorte all'insegna della moralità siano state infiltrate da personaggi discutibili. Quanto più s'improvvisa una nuova formazione politica, tanto più si corre questo rischio. Purtroppo, tra appalti truccati, occupazioni abusive di suoli o dell'etere, riciclaggio e spregiudicate operazioni finanziarie, evasione fiscale, inquinamento e quant'altro, dal fatturato dell'illegalità discende parte non piccola della ricchezza del paese. E ciò rende i ceti affaristici politicamente potentissimi. Per quasi un ventennio l'Italia è stata guidata da una coalizione d'interessi che ha fatto della violazione delle regole la sua risorsa principale di ascesa sociale e politica. Nel plebiscitarismo berlusconiano tale coalizione ha trovato la sua rappresentanza, che ha elevato la trasgressione a ideale politico. Ammesso che il plebiscitarismo scompaia, nessuno può illudersi: gli interessi che si sono identificati con esso non scomparirebbero. Piuttosto proveranno a trovare una nuova rappresentanza politica, forse anche nei dintorni della sinistra, e pure avvantaggiati dalla confusione che suscita il furore antipolitico. Solo una coalizione d'interessi simmetrica, che una volta per tutte squalifichi forma di trasgressione e senza reticenze contrasti la coalizione del malaffare anche sul terreno delle politiche, potrebbe scongiurare questa eventualità. Serve una bonifica economica, culturale e politica a larghissimo raggio, che tracci bene i confini e in pari tempo rinnovi il paese, promuovendo opportunità di lavoro e di crescita, e modalità di erogazione dei servizi, che rendano la trasgressione diffusa, oltre che illegittima, superflua. L’ALLARME Germania, “lavatrice” delle mafie italiane di Mattia Eccheli da Colonia Non solo locomotiva, ma anche lavatrice d'Europa per almeno una cinquantina di miliardi di euro l'anno (stimati). In Germania, i casi sospetti di riciclaggio di denaro sporco sono aumentati in un anno del 17%, dagli 11.042 del 2010 ai 12.968 dello scorso anno. I flussi più significativi arrivano dall'Italia, ma anche le organizzazioni di Russia, Bielorussia e Ucraina compirebbero operazioni importanti, come rivela l'edizione online della Bild Zeitung (notizia peraltro ripresa da diversi media). Il “detersivo” con il quale ripulire il denaro, secondo quando ha ricorda a Colonia il Procuratore generale presso il pool Antimafia di Palermo Roberto Scarpinato, intervenendo a una tre giorni al titolo “Cultura della legalità”, non solo soltanto attività imprenditoriali lecite, ma anche l'eccessiva permeabilità della legislazione tedesca in materia. Non è la prima volta che un magistrato rileva l' “arretratezza” della Germania su questo tema: molti mafiosi hanno scelto questo paese, sintetizza il procuratore, “perché possono diffondersi relativamente indisturbati”. SCARPINATO – che ha preso parte ai lavori assieme a Sonia Alfano, presidente della Commissione Ue su criminalità organizzata, corruzione e riciclaggio di denaro - cita il caso di un pregiudicato condannato in Italia a 20 anni di carcere ed alla confisca dei beni che a Solingen, una città di 160mila abitanti, è titolare di un'impresa con 700 dipendenti. La città si trova nel Land del Nord Reno Westfalia, il più popoloso della Germania, che la Direzione nazionale antimafia descrive nei documenti come “sede di una base logistica molto importante della ‘ndrangheta”. Sul suolo tedesco, la sola mafia calabrese conterebbe su una rete di 290 'ndrine e di almeno 1.800 fiancheggiatori. Secondo gli inquirenti italiani la legislazione tedesca fornisce strumenti scarsamente efficaci nella lotta alla criminalità organizzata agli investigatori. Per procedere alla confisca dei beni, è necessario dimostrare che il denaro con il quale sono stati acquistati sia di provenienza illecita. In Germania, le mafie operano quasi esclusivamente a livello di colletti bianchi, anche se ci sono stime secondo le quali il 70% dei locali italiani di Colonia pagherebbe il pizzo. La strage di Duisburg di 5 anni fa (15 agosto del 2007) costata la vita a 6 persone costituisce una sanguinosa eccezione. Scarpinato rammenta pubblicamente che le autorità italiane avevano messo in guardia quelle tedesche almeno 18 mesi prima della mattanza che quel locale era frequentato da esponenti della criminalità organizzata . Oltre al rimpianto per i morti, c'è quello della mancata cattura di 52 appartenenti alla 'ndrangheta. Il pm italiano sottolinea come gli inquirenti avessero inutilmente suggerito di mettere sotto osservazione il ristorante “Da Bruno”. DECINE DI MILIARDI In un anno i casi sospetti di riciclaggio di denaro sporco sono cresciuti del 17% E manca una legislazione adeguata

domenica 13 marzo 2011

A SEL per SEL, FNV e SEL nel Mondo

Questo scritto è rivolto alla nostra parte, per oggi che anche SEL si struttura compiutamente in Circolo, ciò che il gruppetto iniziatore di SEL e della Fabbrica di Nichi Vendola-Ortona intendevano realizzare circa un mese fa, attraverso rispettivi progetti e programmi sociali e politici, sia come Fabbrica che come partito politico. Ciò nell’accezione più nobile del termine “partito politico” e non in quella, non sempre esaltante, che si intende oggi nell’uso svilito e degradato del termine.

A) Iniziamo dai giovani della Fabbrica di Nichi Vendola, raccolti intorno alla figura del loro coordinatore, Raffaele Gernone (e-mail fabbricanichivendolaortona@gmail.com), i quali sono ben certi, già da prima della loro costituzione in questo insieme giovanile, che uno degli impegni di chi ha solamente lanciato l’idea, è stato quello di difendere ad ogni costo la loro libera autonomia, rispettandone volontà e tempi, nel solco del minimo denominatore comune che proviene da una delle personalità di maggiore spicco.
Ciò, ovviamente, senza mitizzare i più giovani della Fabbrica solo per la loro più recente data di nascita o, all’opposto, svilire nel partito i più vecchi, solo per la loro età.
Tutti ci rendiamo conto che i tempi di elaborazione sociale e politica di un gruppo giovanile possono avvenire per infiniti percorsi, mai chiaramente delineati all’inizio. E siamo altrettanto certi, per esperienze personali, che nessuna possibilità di rilancio originale potrà realizzarsi come acritica riproposizione, solamente un po’ ritoccata, dei vecchi modi di fare politica.
Quindi in una frase, sia pur con giudizio e riflessione, largo e benvenuto ai giovani.
Bisogna dedicare loro ogni attenzione ed ogni impegno, ma ci si aspetta che essi pongano il nucleo di nuove da portare a compimento.
Abbiamo scritto la parola idee volendo intendere che di solito incute timore, come la maledetta/benedetta storia della filosofia dei tempi dei banchi di scuola. Nessuna paura. La storia delle più o meno antiche filosofie è cosa a se, per alcuni assai cara e per altri antipatica.
La filosofia a cui ci riferiamo è, invece, l’insieme delle idee che serpeggiano, seguite o avversate, nella nostra società. La filosofia, o le idee, sono la bussola, che giustifica le scelte e le azioni. Siano essi i nostri modi personali di porgerci ad un altro uomo oppure, al vertice (e secondo alcuni vecchi), il rapportarsi dello Stato verso i proprii cittadini.
Nel senso più pieno della parola i giovani della Fabbrica di Nichi Vendola, quelli che noi affettuosamente definiamo “nostri” perché li sentiamo più vicini, ed anche “altri” che fanno capo ad altri campi della società, formano ciò che si trova già nel senso etimologico della parola politica, dal greco politiké (technē… ma non troppo technē, per facore!).
La polis si esprimeva, allora, nel dibattito e nella partecipazione di tutti i cittadini al governo della città, affrontandone i problemi nello spazio di un’arena, di una piazza o del mercato.
Ai nostri giovani, quindi, la libera scelta dei temi e delle proposte a indicare nuove vie di soluzione, in questi periodi di buio della democrazia e di corruzione dei rapporti umani. Perché a loro andrà restituito, senza indugio, la bacchetta del direttore (così come i più vecchi l’assunsero allora), anche se i tempi per impostare valide novità non potranno essere né brevi né prevedibili.

B) Con una stessa visione programmatica dell’agire pensando (e non del semplicistico “fare” come dice lo slogan di certa destra), si dovrebbe muovere l’istituzione partitica di SEL, nata l’Ottobre scorso, ormai capillarmente diffusa nel territorio del Paese grazie al carisma dei migliori esponenti, e già ricca di lusinghieri consensi.
Il SEL, è formato, in genere dai compagni più vecchi, più esperti ma anche dai più disillusi dai della prima e della seconda repubblica. Quella loro politica, che già fu garante di una particolare forma di democrazia rappresentativa e artefice di un progresso mai visto, è però decaduta a luogo di collusione (accordo fraudolento tra parti) e di corruzione. Loro, i migliori, non hanno dismesso il buono del quale erano portatori ed hanno costruito in SEL una nuova formazione politica di sinistra adatta al mondo d’oggi, che non guarda alle passate forme. Anche in SEL e ad Ortona, si possono contare veri e propri “eroi” del passato, portatori di una visione e di una pratica antifascista della vita.
Li vorremmo di nuovo in trincea, pur sapendo delle grandi difficoltà a fare la bella politica al giorno d’oggi, e li vorremmo vedere come garanti dei più giovani nel ma anche come esperti navigatori al timone nella realizzazione del Circolo di Ortona che non potrà essere la riproposizione sic et simpliciter del vecchio. Cioè come abili consiglieri pronti e curiosi nell’ascoltare e come maestri pronti a dare tutto il patrimonio della loro migliore esperienza.
Senza troppi giri di parole, l’ispirazione a realizzare una democrazia compiuta e partecipata contro lo sfrenato e potentissimo malaffare liberista in questa cittadina come nel mondo, dovrà seguire i pressanti inviti che ci vengono dalle parole di Fabio Mussi, di Nuccio Fava, di Nichi Vendola e di molti altri, con la piena coscienza che le cose da realizzare non dovranno farsi per traumi laceranti, ma dovranno essere compiute, coinvolgendo e convincendo gli altri senza mai piegarsi ai vecchi difetti dei quali pure siamo stati portatori e senza cedere di un passo alla corruttela di questo liberismo italiano.
Viceversa avremo fallito.
Solo la comprensione dei motivi più reconditi per i quali il berlusconismo ha fatto tanta presa in un paese le cui tradizioni di collusione e di deviazioni sono quasi una tara genetica, ci può dare la misura dei danni inferti da una persona sola alla nostra fragile democrazia.
Fragile sì, ma curabile con gli anticorpi di rare cellule “staminali” portatrici di rispetto, onestà e correttezza che, pur raramente, possiamo ancora vedere, sentire e leggere.. se abbiamo sensi affinati per decifrare parole e comportamenti.
In questo lavoro di comprensione sempre più aggiornato del funzionamento dell’attuale corpo sociale, i nostri giovani possono fornirci una chiave interpretativa diretta, senza che i più vecchi si perdano nell’incomprensione o si rinchiudano nella nostalgia di un passato, spesso mitizzato.
I vecchi non devono aver fretta né di competere in campi nei quali non si sia più che ferrati, né di farci prendere dall’ansia di arrivare ad ogni costo a conquistar visibilità, pur necessarie, da un certo momento in poi. Aiutiamo chi di noi è già esperto in questo tipo di lotte, ma non pretendiamo qui ed ora l’impossibile. Insomma non perdiamo di vista i pochi obiettivi, non da poco, invero, ai quali potremo tendere con qualche possibilità di successo.

C) Allargare gli orizzonti di più giovani e più vecchi è funzione che non può compiersi se non si posseggono specifiche esperienze ed attitudini. In questo lavoro propedeutico per le molte questioni ambientali, sociali e politiche che ci interessano, si può fortunatamente contare, in seno allo stesso circolo di SEL di Ortona e in seno alla Fabbrica di Nichi Vendola di Ortona, sull’aiuto disinteressato e generoso di un intellettuale di vaglia, anche se non in organico, e di uno dei nostri cofondatori che ha l’incarico di partito di seguire le vicende dei Circoli per quanto avviene in altri parti del mondo, oltre che sul sostegno solidale di tutti, nessuno escluso.
Se non fosse che l’enfasi mi travolge, paragonerei la nostra recente comparsa sulla scena sociale e politica di questa città ad una nuova età dell’oro. Paragone che sempre ritorna quando all’uomo sembra di poter scorgere, nel continuo rovinare degli eventi, un nuova sponda a sostenere la speranza. Vedremo!
Naturalmente si potrà obbiettare, anche troppo facilmente, che sono conti senza l’oste. Ma almeno a livello di potenzialità, tutte queste possibilità si possono ritenere, finalmente, alla nostra portata. Sta a tutti, giovani o meno, lavorare serenamente in modo da saperle cogliere.

Un caro saluto a tutti

Raffaele Gernone, Carmine Teodoro, Francesco Trapani

Ortona, 12.3.2011

venerdì 3 dicembre 2010

RICEVO E SOCIALIZZO

arola d’ordine: “Iniziare subito”
Mi rivolgo ai compagni tutti, quelli in Italia e quelli all’estero che possono giocare un ruolo importantissimo per i legami che ancora li colleghino ai familiari, agli amici e ai conoscenti rimasti, con un messaggio di sollecitazione e dichiarando, prima di tutto, i miei limiti, visto che non ho l’autorevolezza necessaria. Vorrei essere ascoltato anche se il mio apporto percorre le vie del grande sentimento che ci unisce e solo in parte segue la ragione politica. Anche contraddetto, se ciò sarà utile.
La mia riflessione parte dalla situazione italiana di oggi ma si estende, come è sempre stato nelle analisi della nostra cultura di sinistra, agli uomini di ogni Paese perché i principi economici liberali (o liberisti o neo-liberal) che adesso da noi imperversano per colpe di persone come Tremonti, Berlusconi, Fini ed altri, sono le uniche leggi dei nuovi padroni del mondo.
La situazione italiana è allo sbando: la crisi, che adesso comincia a mordere più profondamente, è stata sempre negata dal nostro premier Berlusconi e nulla è stato fatto per pararne i colpi.
Solo da poco Berlusconi, è accusato di essere in combutta con Putin per affari privati sul gas, ha riconosciuto lo stato di crisi (3.12.2010!) ed è stato indotto da alcuni suoi ministri incapaci, che sono una sventura per l’Italia a tentare di fare qualcosa. Fini, anche lui liberale, trama con pezzi politici vari per, fargli le scarpe, lotte tra liberisti e lacrime per tutti gli altri
Nel marasma generale fare qualcosa è stato fatto: ancora tasse, ancora tagli ai servizi sociali e qualche provvedimento contestato da molte manifestazioni di piazza, ma principalmente è ripartita la campagna elettorale fatta di incredibili bugie e spudorata demagogia (alla quali pure in molti finiscono col credere), ripetute sino a che alla gente il falso non sembra vero.
Insomma, e ripeto, i liberali della destra, chi più volgarmente e chi meno, hanno iniziato la loro campagna elettorale.
Per poter essere più liberi di raccontarci le solite cose, le Camere dei senatori e dei deputati sono state materialmente chiuse. Come dire, e già lo sappiamo bene, che prima vengono i loro interessi di partito o personali e dopo, le sorti dell’Italia. Al peggio non c’è fine!
E’ proprio per contrastare questa destra martellante prima che elezioni siano state dichiarate dal Presidente della Repubblica che vi scrivo.
Campagna elettorale aperta a tradimento e senza permessi significa anche riprendere anche la solita litania delle promesse mai mantenute, anzi stravolte da Berlusconi e dai suoi dopo che una marea di voti gli ha concesso una maggioranza schiacciante. Quella maggioranza alla quale loro fanno continuo ed ossessionante riferimento, come se il popolo italiano gli avesse firmato una cambiale in bianco per dargli il comando assoluto incondizionato. Tutto sommato, la destra in questi anni si è comportata di conseguenza al mandato estorto ed i frutti di questa politica sono sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere e capire.
Cascheremo nella trappola anche questa volta che siamo più forte e ci riconosciamo in una dirigenza che sa di non poter rifondare più nulla e deve guardare al futuro con progetti nuovi?
Ecco la necessità di stringere subito ranghi e partire senza indugio all’attacco con decisione e forza. Le linee guida i nostri dirigenti ce le hanno date, ora tocca a noi mettere in moto tutti i nostri rapporti possibili per aumentare il nostro numero.
La prima cosa da fare è parlare tra noi e con la gente che ci sta vicino, ma con attenzione perché nei luoghi di lavoro il padronato vigila e la repressione è immediata. Non ci sono schemi operativi da fornire, ognuno deve saper scegliere il terreno più consono e le occasioni più favorevoli per spiattellare la verità sulle condizioni dell’Italia in questi mesi: quasi in agonia.
Io, per esempio, come medico avvicino molta gente cui, con rispetto per le diverse posizioni, dico dei mali che investono tutto il pianeta della sanità con l’intenzione di passare a fare riunioni tematiche.
Sulla sanità ho fornito un breve documento a Guglielmo Zanetta da tradurre e passare ai compagni all’estero ed anche a Gianni Melilla ed a SEL Abruzzo.
Siccome è valido in tutta Italia, se ne voleste copia potremmo mandarvela facilmente.
Insomma la nostra campagna elettorale deve avere diversi livelli o piani d’azione e ognuno deve intelligentemente sapersi destreggiare tra le difficoltà, evitando di rischiare il posto di lavoro, ma non per questo rinunciando. Non è la prima volta che lottiamo corpo a corpo con avversari politici più grandi e potenti di noi. Solo se partiamo in tempo e ci organizziamo bene, abbiamo la possibilità di spuntarla.
Ma ogni occasione perduta saranno certamente voti per la destra ed ogni conoscenza perduta sarà come se noi restassimo di nuovo soli.
Buon lavoro e saluti a tutti.
Franco Trapani
Presidio SEL di ORTONA, Chieti 3.12.2010
VEDI IL DOCUMENTO SU BLOGSPOT DEL CIRCOLO
http://sinistraecologialibertavillacaldari.blogspot.com/

giovedì 9 settembre 2010

RASSEGNA STAMPA DI PARTE 9 SETTEMBRE 2010

Rassegna stampa di parte
1 - il financial times incorona nichi
2 - post di nichi: calci negli stinchi ai lavoratori
3 - fallisce l’assalto alle istituzioni
4 - papi padrone (di casa) le ragazze inquiline di b. vivono negli appartamenti del premier. un caso?
5 - c’è giuda e giuda - di marco travaglio
6 - Un’altra Italia è possibile- di redazione

1 - Il Financial Times incorona Nichi - In un articolo apparso ieri, il Financial Times, primo quotidiano economico anglosassone, incorona Nichi come leader del centrosinistra, definendolo vera spina nel fianco di Berlusconi.
Uno degli aspetti più interessanti di Vendola, secondo il Financial Times, è l’aver conquistato la fiducia delle imprese attraverso le politiche energetiche, che hanno reso la Puglia la regione più attraente per gli investimenti in energie rinnovabili.
A breve la traduzione, intanto ecco l’articolo in inglese:

Puglia’s governor taunts Berlusconi

By Guy Dinmore in Bari Published: September 7 Nichi Vendola: ridicules the ‘fable of Berlusconismo’As a communist, Catholic and openly gay, Nichi Vendola defies easy categorisation. And as a popular governor of the large southern region of Puglia, he is a thorn in the side of Silvio Berlusconi and the centre-left opposition Democrats.
With Italy stumbling towards early elections unless Mr Berlusconi can stitch back together his fractured coalition, Mr Vendola’s role as a rallying cry for what is left of the country’s splintered communist movement could be crucial.
Equal to the 73-year-old media baron prime minister in terms of populism and charisma, the maverick of Puglia, who wears an earring and publishes poetry, wins in the oratory stakes.
“Berlusconi is a prisoner in his palace like Montezuma,” says Mr Vendola, 51, in his fascist-era offices in Bari overlooking the Adriatic. “This is a civil war in his party. It is the rift of the plastic TV remote-control party,” he says of Mr Berlusconi’s break with Gianfranco Fini, his long-time ally and former neo-fascist.
Turning his sights on the opposition Democratic party, he accuses Pierluigi Bersani, its third leader in two years, of failing to create an alternative.
“They have a deficit of ideas; out of touch with struggling workers and students. The demands for change are huge in Italy and the Democratic party is not meeting the challenge.”
Mr Vendola, who signed up as a communist at the age of 14, was first elected governor of Puglia’s 4m people in 2005. Before regional elections this spring, the Democrats tried to get him to step aside to give their candidate a better chance. Mr Vendola refused, defeated the Democrat’s choice in a primary and went on to trounce his centre-right rival.
Although not a member of the Democratic party – he is leader of a new leftwing ecology party – Mr Vendola has challenged Mr Bersani’s leadership, with one poll indicating he would win narrowly if it came to a vote.
But for the moment, Mr Vendola remains on the fringes of the national stage and is likely to stay there. His main battle is with Giulio Tremonti, finance minister and architect of the austerity package that punishes regions in deficit such as Puglia by slashing funding from Rome.
Mr Vendola calls it “social butchery” and notes that for two years, as Italy’s financial troubles deepened, the prime minister denied there was a crisis. “It did not fit the beautiful fable of Berlusconismo,” he says.
“They see taxes as a mortal sin, not an instrument of the state. To speak of a tax on financial transactions is virtually forbidden,” says Mr Vendola, citing what he calls warnings by pro-government economists that the cuts will cost 100,000 jobs and lead to renewed economic contraction.
In reply, Mr Tremonti accuses Mr Vendola of creating “another Greece” in Puglia through over-spending and waste, especially in healthcare, where several centre-left officials are under investigation for corruption.
Mr Vendola retorts that Italy’s poorer southern regions have had their share of central government funding cut to 37 per cent of the total from 43 per cent over the past decade. He says European Union money intended for development has instead been used to cover ordinary expenses.
In spite of his communist background, Mr Vendola has won over investors in the region’s growing renewable energy sector. At a recent international conference on solar power, investors named Puglia as the most attractive region in Italy’s south for its less cumbersome bureaucracy and the relative weakness of the mafia, known there as Sacra Corona Unita (United Sacred Crown).
Mr Vendola says that it is “our duty to call for a grand democratic coalition to bury the stinking corpse of the Second Republic”, which grew out of the collapse of the established parties – including the communists – in the early 1990s.
He would like to be the grave-digger. As someone who relishes portraying his enemies as communist conspirators, Mr Berlusconi would enjoy the prospect of taking him on.
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2 - Post di Nichi: Calci negli stinchi ai lavoratori
La decisione di Federmeccanica di disdettare il Contratto Nazionale dei metalmeccanici è un errore che non aiuterà le imprese, non aiuterà la Fiat né Marchionne.Come è noto c’è una dialettica forte anche all’interno della borghesia d’impresa e le critiche a Marchionne sono giunte, anche aspre, dalle personalità più insospettabili, come Romiti.
Marchionne colloca in Italia una battaglia che ha sempre meno a che fare con gli obiettivi di competitività e produttività ma sembra una battaglia di ridefinizione degli assetti politici e culturali del paese. Tutto questo accade ed è possibile perché c’è un governo che anziché fare l’arbitro è sceso pesantemente in campo prendendo a calci negli stinchi i lavoratori e facendo il tifo per la parte più agguerrita e aggressiva del sistema delle imprese.
Invece di guardare alla politica economica, invece di ripartire dal lavoro, dalle relazioni industriali basate sui diritti sociali, sulle persone, siamo di fronte alla scelta distruttiva di Federmeccanica incoraggiata dal governo di centrodestra.
Il governo ha falsato la dialettica tra imprese e lavoratori scegliendo da che parte stare. Sta addirittura immaginando di privare il mondo del lavoro della 626. Così cadono gli elementi che hanno fondato la civiltà del lavoro su cui si basa la storia della democrazia italiana.
Sul banco degli imputati hanno messo i lavoratori di Melfi, di Pomigliano, di Mirafiori. Il mondo del lavoro è visto come portatore di strane sindromi, come il posto fisso, la volontà di difendere il proprio reddito. Tutti diritti che secondo Tremonti e Sacconi sono incompatibili con la globalizzazione. Intanto in Cina i lavoratori iniziano a protestare per questi diritti.
Nichi

3 - Fallisce l’assalto alle istituzioni IL PREMIER AMMETTE: NON ANDRÀ AL COLLE A CHIEDERE LA TESTA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA di Alessandro Ferrucci
Regole. L’obiettivo è rispettarle, per Gianfranco Fini. Tutte e fino alla fine. Restare arroccato dentro i paletti della Costituzione, del Parlamento, e aspettare le mosse degli altri: questa la sua strategia. L’ha dichiarato da Enrico Mentana martedì sera, lo ha già messo in atto. Così ieri nel primo giorno di riapertura dei lavori parlamentari, il presidente di turno, Antonio Leone del Pdl, legge: “Gianfranco Fini ha aderito al gruppo parlamentare Futuro e libertà per l’Italia”. Una decisione già presa e comunicata agli uffici di Montecitorio prima della pausa estiva, come da prassi, appunto. E come da prassi istituzionale non manca di bacchettare Angela Napoli, rea di aver dichiarato: “No, no. Non escludo che senatrici o deputate siano state elette dopo essersi prostituite”.
QUINDI LA RISPOSTA del leader di Fli: “Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche e, quindi, indimostrabili, non può essere consentito né per il rispetto che si deve al Parlamento né per la considerazione che si deve avere per tante donne che, al pari dei colleghi di genere maschile, fanno politica con passione e disinteresse. Mi auguro che l’onorevole Angela Napoli, proprio perché a pieno titolo rappresenta da anni questo di genere di impegno politico, ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi”. Scuse immediate. Come la minaccia di querela partita da Mussolini, Lorenzin, Saltamartini e Golfo. E torniamo alla regole. Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano le conosce. Così a chi gli domanda della richiesta a mezzo-stampa di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi di salire al Quirinale per parlare del caso-Fini e chiedere le sue dimissioni, risponde: “Gli incontri li prevedo quando mi vengono richiesti: fino a questo momento non ho ricevuto nessuna richiesta di incontro”. E la conferma giunge dallo stesso premier, un po’ stizzito: “Non è necessario andare da Napolitano”.
E INFINE le regole all’interno del Pdl. In questo caso entrano in gioco le sfumature, i contorni si velano. Per questo è stata rimandata a data indefinita la tanto annunciata convocazione dei finiani davanti allo stato maggiore del Partito delle libertà. Oggetto: decidere sulla loro incompatibilità rispetto agli incarichi che hanno nel Pdl. Pochi giorni fa sembrava molto più urgente. Ora meno. Anche perché nella maggioranza c’è sempre lo scoglio dei fliniani con incarichi nel governo, con il presidente dei deputati berlusconiani, Fabrizio Cicchitto, pronto a chiarire: “Loro non saranno toccati”. Per ora.
"Parlamentari prostituite per guadagnare un seggio sicuro" bufera contro la finiana Napoli ALESSANDRA LONGO
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ROMA - Ore 14,16. Sul tavolo di Gianfranco Fini arriva, come un missile, la dichiarazione di Angela Napoli, deputata del plotone di Futuro e Libertà. Il titolo dell´agenzia di stampa riassume e rende bene l´idea: «Non escludo elette dopo essersi prostituite». Balzo sulla sedia: ecco la grana, inattesa, di giornata. Il presidente della Camera dovrà risolverla di lì a poco con una nota ufficiale di censura. Chi è Angela Napoli? Una signora perbene, membro della Commissione Antimafia che, stimolata da una domanda dello scaltrissimo Klaus Davi, si è lasciata andare così: «Non escludo che senatrici e deputate siano state elette dopo essersi prostituite. Purtroppo può essere vero e questo porta alla necessità di cambiare l´attuale legge elettorale. E´ chiaro che, essendo nominati, se non si punta sulla scelta meritocratica, la donna spesso è costretta, per avere una determinata posizione in lista, anche a prostituirsi o comunque ad assecondare quelle che sono le volontà del padrone di turno».
Intervista diffusa su Youtube, programma «Klauscondicio». E´ come mettere spontaneamente la testa sotto la ghigliottina. Dalle file del Pdl in pochi minuti si scatenano le ex colleghe di partito, già con il dente avvelenato. «Attacco squallido e infamante, questa sì che è la fogna della politica», urla Beatrice Lorenzin. Seguono le altre a ruota. Alessandra Mussolini vuol subito investire l´ufficio di presidenza della Camera; Melania Rizzoli annuncia: «Incaricherò l´avvocato Giulia Bongiorno (da notare la perfidia della scelta, ndr) di querelare la collega. Se la signora non fa nomi diffama tutto il Parlamento. E´ una donna frustrata sessualmente, influenzata dall´atmosfera della nuova casa finiana»; Daniela Santanché: «La Napoli? Certifica l´assoluto vuoto del partito di Fini»; Barbara Saltamartini: «Mi vergogno terribilmente per questo fuoco di fila volgare e meschino». E via così, fiamme sempre più forti, incendio sempre più esteso, fino a raggiungere gli stessi accampamenti finiani. Si dissociano Catia Polidori, Roberto Menia, Silvano Moffa: «Attacco inaccettabile, dichiarazione assurda».
Elette perché si sono prostituite. Lei esclude o non esclude, chiede Davi. «Non escludo», è la risposta. Jole Santelli, vicepresidente dei deputati Pdl, si rivolge al presidente della Camera, peraltro già irritatissimo: «Deve intervenire e censurare!». Detto fatto, arriva la nota: «Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche, e quindi indimostrabili, non può essere consentito... mi auguro che l´onorevole Angela Napoli ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi». Margini zero. Angela Napoli fa marcia indietro. E´ sorpresa, amareggiata: «Trovo sorprendente quel che è successo. Parlavo della legge elettorale. Non volevo criminalizzare nessuno. E´ il velinismo che ruota intorno al premier a offendere le donne. Io ho solo risposto ad una domanda. Ci sono tante colleghe che siedono in Parlamento per merito. Comunque mi scuso».
Finita qui? Mica tanto. Perché la faccenda riaccende i riflettori sul cortocircuito sesso e politica, rimanda al dolore concreto di Veronica Lario per «il ciarpame» che circondava il marito, ad un´altra recente uscita della finiana Barbara Contini, anche quella accolta a fischi, sull´eccedenza dei «tacchi a spillo» come strumenti di carriera. Flavia Perina, direttore del Secolo, denuncia l´ossessione «pruriginosa» del dibattito politico di questo Paese che è «il più maschilista d´Europa». Sempre riferimenti all´estetica, al sesso, sempre la ricerca dell´effetto-pollaio. «Angela è caduta per ingenuità nella trappola di Klaus Davi, che è un funambolo dell´informazione. Invito Davi ad approfondire il tema dei "prostituti", quelli, maschi, che barattano un seggio con la genuflessione al padrone di turno».
L´editoriale di oggi sul Secolo, a firma di Annalisa Terranova, fa notare che, a prendersela, con le dichiarazioni generiche (e perciò trasversali) della Napoli sia stato solo il fronte berlusconiano. Segno che la battaglia con i finiani «ha raggiunto l´apice». «Angela ha sbagliato - dice la Terranova - è inciampata in una domanda sessista ma nella sua ingenuità ha dato voce a un legittimo sospetto. Patrizia D´Addario, candidata in una lista civica a Bari, non è un´invenzione dei finiani... Lei ha risposto in modo sbagliato ad una domanda sbagliata su un tema che però è sacrosanto».
4 - PAPI PADRONE (DI CASA) LE RAGAZZE INQUILINE DI B. Vivono negli appartamenti del premier. Un caso? di Marco Lillo
Magari potessi, magari”, gridava a Gad Lerner la giovane Francesca Pascale nella trasmissione L’Infedele incentrata sullo svilimento del corpo delle donne. La ragazza difendeva Papi-Silvio di fronte alle critiche per lo stile di vita poco morigerato. “Tutta invidia” secondo la giovane napoletana. “Magari potessi farlo anche io”, diceva allora ammiccando ai telespettatori. Finalmente quell’antico desiderio, almeno in parte, si è realizzato. Un frammento dello specchio delle brame berlusconiano, Francsca lo ha agguantato. Dopo l’ingresso nel partito di Berlusconi, dopo l’ingresso nella villa sarda di Berlusconi, è riuscita finalmente a insediarsi in pianta stabile in una casa del Cavaliere. Il Fatto Quotidiano ha scoperto che la ragazza napoletana eletta consigliere provinciale a Napoli nel 2009, abita in un appartamento di Silvio Berlusconi. Per l’esattezza è inquilina della Immobiliare Dueville Srl, partecipata al 40 per cento dalla Dolcedrago di Berlusconi e per il restante 60 per cento dalla Holding Prima e dalla Holding Ottava, due delle 22 società omonime che controllano la Fininvest. Non basta: sempre mediante la Dueville, nello stesso periodo, il presidente del consiglio ha comprato un secondo appartamento a Roma in zona Cassia. Sul citofono si legge da pochi mesi il cognome di Adriana Verdirosi, un’altra valletta che compariva nelle liste dei nomi delle candidate per le elezioni europee del 2009, poi depennate grazie all’intervento pubblico di Veronica Lario. Berlusconi non è nuovo ad acquisti immobiliari a Roma. Nel 2004 comprò mediante un’altra società un attico alla Balduina dove la conduttrice della RAI Sonia Grey abitava in affitto da anni. Per la sua vecchia fiamma Virginia Sanjust nel 2006 spese 2 milioni e 250 mila euro per un appartamento in piazza Campo dei Fiori. La storia di Francesca Pascale, rispetto alle altre, assume anche un risvolto di interesse pubbblico. L’amica napoletana del presidente del consiglio è stata candidata alle elezioni provinciali del 2009 e gratificata con una consulenza al ministero dei beni culturali. Ora si scopre che il Cavaliere e la giovane promessa del Pdl di Posillipo sono legati oltre che dalla passione politica anche da quella per le belle case. L‘appartamento in questione è inserito in un comprensorio signorile in cima a via Cortina d’Ampezzo, in zona Trionfale, è composto di una sola camera, servizi e terrazzo ed è costato al Cavaliere ben 470 mila euro. Un prezzo molto elevato ma che si giustifica per la presenza del box e soprattutto per il contesto. Il palazzo è videosorvegliato e presidiato all’ingresso da un portiere ed è dotato di una bella piscina condominiale circondata dal verde e dai lettini prendisole. Al citofono risponde Catuscia Pascale: “Francesca non c’è”, dice con grande disponibilità, “io sono sua sorella e sono venuta a trovarla. Ogni tanto, visto che vivo a Latina, mi appoggio qui”. Quando il cronista chiede perché la sorella abita in una casa del presidente del consiglio, lei cade dalle nuvole: “ma cosa dice? La casa non è di Berlusconi, mia sorella è in affitto qui da circa un anno e non mi ha mai detto nulla del genere. Mi viene da ridere solo all’idea”. Le visure della conservatoria dei registri ipotecari di Roma raccontano un’altra storia: il 19 ottobre del 2009 la società Immobiliare Dueville Srl con sede in Segrate, rappresentata da Marco Sirtori, compra dalla Alef Immobiliare pagando 370 mila euro in contanti e estinguendo il mutuo di 99 mila euro che ancora gravava sull’immobile. Una somma alla quale bisogna aggiungere i 24 mila euro incassati dal mediatore immobiliare e le tasse pari a 47 mila euro. L’esborso di oltre 540 mila euro è solo un investimento immobiliare del Cavaliere o anche un bel gesto verso la giovane collega di partito? La sorella dice che Francesca Pascale è in affitto e che in famiglia nessuno sapeva dell’insigne locatore. Per capire se si tratta dell’ennesimo caso di un politico ben accasato “a sua insaputa”, Il Fatto Quotidiano ha cercato di ottenere la versione di Francesca Pascale, ma la consigliera provinciale non si è fatta viva. Il rapporto tra la giovane napoletana e il Cavaliere nasce nel 2006. A quel tempo questa giovane laureata è famosa più per i suoi balletti ancheggianti che per le sue idee. In una trasmissione cult sulla tv locale Telecapri (“Il Telecafone”) balla e canta insieme a tre colleghe: “se mostri un po’ la coscia si alza l’auditelle, se muovi il mandolino si alza l’auditelle, se abbassi la mutanda si alza l’auditelle”. A Napoli il ritornello inventato dal cabarettista Oscar Di Maio lascia il segno. Su Youtube i video dell’attuale consigliere provinciale di Napoli che struscia il suo top mozzafiato sul compiaciuto comico Di Maio restano tra i più cliccati. Il telecafone pelato sorride vestito come un camorrista e canta il suo inno ironico al “cafunciello”. Francesca Pascale e le colleghe improvvisano un merengue sull’erba mentre il lui sventola un tubo di gomma con pose alla Merola (Mario, beninteso, non Valerio) e schizza acqua sulla telecamera.
Purtroppo per i patiti del genere, al culmine di questa fulminante parabola nello show biz partenopeo, che lascia una scia generosa di immagini sulla rete, Francesca Pascale abbandona una strada segnata per scendere (o meglio salire) in campo. La sua ascesa dal sifone di Telecapri alla piscina di Roma, dal Telecafone al Telepadrone, è una tratettoria istruttiva della selezione della classe politica nel mondo berlusconiano. Nel 2006 Francesca Pascale fonda con un paio di amiche il circolo “Silvio ci manchi” ispirato dalla nostalgia che attanagliava il Vesuvio per la dipartita del premier da Palazzo Chigi. Le animatrici del comitato fanno tutte carriera: Francesca Pascale è consigliere in provincia dal 2009; Emanuela Romano è assessore a Castellamare di Stabia dal 2010, ma diventa celebre il 28 aprile 2008 quando il padre si cosparge di benzina come un bonzo sotto Palazzo Grazioli minacciando di darsi fuoco se Silvio non provvede a sistemare la figlia. Mentre Virna Bello, bionda pienotta che si autodefinisce la Braciolona, è oggi assessore a Torre del Greco. Quando le tre ragazze vengono fotografate mentre scendono dall’aereo privato del Cavaliere a Olbia, è Francesca Pascale quella più decisa del terzetto che si incammina con piglio da leader verso Villa Certosa. E, mentre la Romano con i giornali nega di essere lei, Francesca rivendica la sua deliberata scelta politica: “Ma che scherziamo, certo che siamo noi! A ottobre del 2006 ci siamo presentate e appena qualche settimana dopo siamo partite in aereo per Villa Certosa”. A Repubblica proclamava: “non c'è niente di cui vergognarsi, era una convention politica”.
Da allora, quando il Cavaliere scende a Napoli, Francesca lo aspetta all’hotel Vesuvio e Silvio trova sempre un momento per parlare con lei. Politicamente all’inizio è un disastro: raccoglie solo 88 voti nel 2006 nel suo quartiere Posillipo alle municipali. Il Cavaliere però stravede comunque per lei. Nel 2008 il suo nome spunta tra le papabili per il Parlamento europeo ma Veronica guasta tutto. Nel giugno 2009 arriva il risarcimento: Francesca Pascale ottiene 7600 consensi nelle elezioni che decretano il successo di Nicola Cesaro e vola in consiglio provinciale. Si segnala subito per una verve insolita per una debuttante. Quando Nicola Cosentino insiste sulla candidatura a presidente della Campania nonostante la richiesta di arresto, è una delle poche nel Pdl che ha la forza per dirgli a brutto muso: “Berlusconi non punta su di te”. In un’intervista a Conchita Sannino di Repubblica si autocandida addirittura a coordinatrice del Pdl in provincia. Eppure , a sentire la capogruppo dell’Italia dei Valori, Maria Caterina Pace, a questa effervescenza mediatica non si accompagna un’attività istituzionale nelle sedi deputate. “Partecipa ai consigli provinciali che si riuniscono in media una volta al mese ma per il resto non saprei cosa dire di lei. Farebbe parte della commissione pari opportunità”, spiega la consigliera Idv, “che ha portato avanti dei progetti importanti come lo sportello anti-violenza in ogni pronto soccorso per tutelare le donne. Ma lei non si è mai vista. Mi dicono stia spesso a Roma”. Nessuno pensa alla creazione di un comitato “Francesca mi manchi” ma in molti si chiedono cosa faccia nella capitale. “Anche io non la vedo quasi mai. Dicono che avrebbe una consulenza al ministero dei beni culturali”, dice il capogruppo in provincia del Pd, Giuseppe Capasso. Ma al ministero precisano: “Francesca Pascale da un anno non lavora più qui”. L’altra casa romana appartenente alla società Dueville di Berlusconi si trova sulla Cassia e oggi è disabitata. È stata comprata il 14 settembre del 2009 (dopo un preliminare siglato ad aprile) per un prezzo di 380 mila euro. Il Cavaliere si è aggiudicato un quinto piano che affaccia sul parco dell’Insughereta, composto di salone, due stanze, doppi servizi e ampia terrazza per un prezzo davvero buono, visto che al piano terra si vende a 250 mila euro un appartamento composto di due stanze e servizi. La società di Berlusconi ha appena finito i lavori di ristrutturazione e l’appartamento non è ancora abitato. Un ragazzo che abita lì vicino dice che la nuova inquilina è una ragazza. Sul citofono c’è scritto Verdirosi. Adriana Verdirosi è un’altra valletta che era apparsa nella lista delle candidate di Papi nel 2009. Nell’articolo di Libero che parlava dei corsi di politica per selezionare le nuove europarlamentari, e che ha favorito l’arrabbiatura di Veronica Lario sul ciarpame senza pudore, il suo nome c’era.
Mario Prignano ricordava la sua esperienza di cantante in Giappone con il singolo Sunny Day. Ma in realtà Adriana Verdirosi divenne famosa nel 2007 quando Luca Telese la portò in tv nella trasmissione Tetris (allora trasmessa da Raisat) come modello di valletta raccomandata. Era stata segnalata ironicamente (o almeno così si credeva) dall’allora presidente di Raisat come raccomandata da un politico. “Io lo chiamo Cicci ed è giovane dentro”, diceva allora Adriana Verdirosi ridendo in tv. Tutti pensavano a uno scherzo. Il duetto tra la ragazza che si ostinava a non svelare chi si celava dietro quel nomignolo e il conduttore che la incalzava era un tormentone fisso della trasmissione. Tre anni dopo il suo cognome compare sul citofono della casa di Silvio Berlusconi. Da allora di lei si son perse le tracce ma non è detta l’ultima parola. Le elezioni sono alle porte.

5 - C’È GIUDA E GIUDA di Marco Travaglio
Lo sanno tutti che ha ragione Angela Napoli quando non esclude che “con questa legge elettorale qualche senatrice o deputata si sia prostituita per il seggio”. Lo sanno soprattutto in Parlamento, dove il fenomeno della “mignottocrazia” (copyright di Paolo Guzzanti) è arcinoto. Anche Veronica parlò di “vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà. Ma per una strana alchimia il Paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore”. Però l’ipocrisia generale impone che tutti si straccino le vesti, prendano le distanze, alzino il ditino e facciano la boccuccia a cul di gallina: signora mia, che brutte parole, moderiamo i termini, abbassiamo i toni! E siccome dalla tragedia alla farsa il passo è breve, è in arrivo la querela di alcune parlamentari che – chissà come mai – si sentono chiamate in causa. La prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo. Guai a chiamare le cose con il loro nome. Solo il padrone d’Italia, che è anche il padrone delle parole, può usarle a suo uso e consumo, facendo comparire e sparire i fatti cambiando loro il nome. Prendiamo il “ribaltone”, evocato dal fido Minzolingua come il peggiore dei mali in cui sarebbe specializzata la sinistra italiana. In realtà di ribaltoni è maestro B. Che però è sempre stato abilissimo a chiamarli in un altro modo. Nel ’94 il suo primo governo non aveva la maggioranza al Senato, ma ottenne la fiducia grazie al salto della quaglia di Tremonti e Luigi Grillo, eletti con l’opposizione e compensati con una poltrona di ministro e una di sottosegretario. Poi, quando cadde, B. chiamò “ribaltone” il governo tecnico di Lamberto Dini, che aveva indicato lui e a cui aveva promesso la fiducia, salvo poi negargliela a sorpresa e accusarlo di esser diventato “comunista” solo perché gliel’avevano data gli altri (Lega e centrosinistra). Nel 1998, caduto Prodi, il ribaltone ci fu per davvero, quando D’Alema lo rimpiazzò con una nuova maggioranza: fuori Rifondazione, dentro un’infornata di voltagabbana che si facevan chiamare Udr al seguito del trio Cossiga-Mastella-Buttiglione. “Giuda!”, strillò il Cavaliere chiedendo elezioni subito per sanare il “tradimento della volontà popolare”. “Puttani!”, gridò Fini, citando un famoso titolo del “Roma” sui monarchici che avevano scaricato Achille Lauro per la Dc (“I sette puttani”). Micciché tuonò: “Saltimbanchi, truffatori, massoni, boiardi di Stato che strisciano come vermi”. Nel 2007 B, che si era già annesso l’ex dipietrista De Gregorio passato da sinistra a destra ma poi aveva strepitato contro il “tradimento” di Follini passato da destra a sinistra, tentò subito la spallata a Prodi al Senato: fu intercettato mentre chiedeva a Saccà di sistemare a Raifiction alcune squinzie, una delle quali “non è per me, ma per un senatore della sinistra con cui sto trattando”. Alla fine il senatore restò con l’Unione e Giancarlo Innocenzi, autorevole membro dell’Agcom, masticò amaro: “Forse se lo sono ricomprato”. Poi Prodi cadde lo stesso, grazie all’accordo segreto fra Berlusconi e Mastella, poi ricompensato con un bel seggio europeo (con immunità incorporata). Ma guai a parlare di ribaltone, tradimento, Giuda. Dipende: quando si fa inversione a U in direzione Arcore, è sempre per una sincera crisi di coscienza. E c’è persino chi è disposto a rispolverare la Costituzione che affida ai parlamentari la rappresentanza di tutto il popolo, “senza vincolo di mandato”. Ora ci risiamo: per rimpiazzare i finiani sulle nuove leggi vergogna, B. ha pronta una pattuglia di voltagabbana disposti, a suo dire, a passare dall’opposizione alla maggioranza. Uno è già acquisito, il famoso ex Pd Villari. Altri conta di incamerarli presto: Cuffaro, Lombardo e i suoi (ma sarà vero?), i diniani e una spruzzata di Union-Valdôtaine e Südtiroler-Volkspartei (pare che voglia comprarli parlando in tedesco). La cosa ha schifato lo stesso Bossi, che ha suggerito di “chiamarli col loro vero nome: ascari”. Ma B. li ha già ribattezzati “la mia legione straniera”, anzi meglio: “Gruppo di responsabilità nazionale”. Non è meraviglioso?
6 - Un’altra Italia è possibile- di redazione
Le date dimostrano che la politica dell’ultimo secolo ha buchi di 40 anni nella successione di leadership di spessore. Soprattutto non siamo abituati a farci rappresentare da persone preparate: per fare politica in Italia non si va a scuola, anzi non essere istruiti è sinonimo di successo. O questo è ciò che ci dicono i fatti.
Ora io mi chiedo, se ci vuole un curriculum per aspirare a qualunque posizione lavorativa, perché per prendere i posti più importanti nella gestione di uno Stato, basta essere ladri, pressapochisti, ignoranti e con mille interessi personali da incrementare? Perché non pretendiamo credenziali e referenze da chi si candida? Perché pur venendo a conoscenza di degradanti vicende umane, la nostra coscienza si assenta e continuiamo a dare fiducia a persone eticamente improponibili?
Dall’inizio dei tempi la gestione del potere ha sempre implicato il conflitto di interessi, su questo non scopriamo niente di nuovo e neanche ci vogliamo più stupire. Ma quello che veramente non mi da pace è che questo modo di gestire lares publica abbia però portato alla stratificazione della cultura verso il mero chiacchiericcio: non sappiamo più cosa sono i valori politici, non ne sappiamo di storia, facciamo confusione tra le ideologie (che furono, perché oggi di ideologie origin ali non c’è più traccia), ci diciamo nostalgici della democrazia cristiana, disputiamo se sia giusto o meno intitolare delle strade a Craxi, ci conformiamo a tutto ciò che la Chiesa solleva come scandaloso, odiamo la scuola (gli insegnanti stessi odiano la scuola), se abbiamo un posto pubblico inneggiamo alla vita comoda e siamo arretrati come un borgo della steppa, se lavoriamo in un’azienda tendiamo continuamente a far le scarpe al collega. Se, peggio ancora, non abbiamo un lavoro, ci vergogniamo e ci sentiamo reietti.
Se oggi mio figlio mi chiedesse spiegazioni, io avrei seri problemi a fargli capire cosa sono i valori della società civile, perché lui mi chiederebbe di mostrarglieli. Cosa gli mostrerei?
Potrei raccontargli la vicenda umana di Gramsci, la sua lotta per l’elevazione etica della società, i suoi duri giorni in carcere a causa delle sue idee. Ma lui mi farebbe presente che Antonio è morto molto tempo fa. Già. Potrei allora dirgli della verve umana di Berlinguer, della sua voglia di Istituzioni a servizio del cittadino, della sua capacità di persuadere alla passione civile e di come proseguì il suo ultimo comizio nonostante un ictus in corso (evento che ce lo portò via). Ma anche Berlinguer è storia di 40 anni fa.
Mi rimane da mostrargli Nichi Vendola per un motivo tra tutti: il suo senso di tolleranza. Ma parliamoci chiaro: per essere tanto tolleranti, bisogna aver subito molte intolleranze. Non si cresce se non si viene livellati. Vendola dentro la sua persona integra perfettamente la preparazione storico-filosofica, la fede, l’omosessualità come identità, i valori delle proprie radici, la cooperazione sociale, il senso di giustizia, l’elevazione e lo sviluppo della cultura. Dove? Dove il perbenismo impera. Nel paese dove la politica non parla mai chiaro, un giorno si è alzato un letterato e ha cominciato a parlare con amore di chiarezza e con una dialettica da fare scuola. Perché, ed è un fatto, si può andare a scuola di retorica e di comunicazione politica ascoltando Nichi, ma si resta stupefatti dal suo parlare semplice, alla portata di tutti. Mi ha colpito moltissimo l’eleganza e il senso di rispetto espresso a Vittoria durante un’intervista, il suo umorismo delicato, il suo sentirsi piccolo, il suo senso di umiltà.
Ci puoi bere una birra e farti una chiacchierata con Nichi, ci puoi andare a teatro a vedere un’opera lirica, puoi andare nei campi a trebbiare il grano, puoi confrontarti sulla letteratura, puoi andare al cinema, puoi parlare di economia e di sviluppo, puoi farti invitare a pranzo: ti farà due spaghetti e ti offrirà del buon vino, senza che tu debba baciargli l’anello.
Il sapere se non è fruibile e se non si mette al servizio della società è lettera morta. Il potere se non è potere creativo non serve a nessuno, anzi è distruttivo. L’istituzione se non si mette il grembiule e non entra nelle vicende umane della microsocietà per elevarla nella dignità è anche inutile che esista. Oggi noi abbiamo questo valore di rappresentanza (per ora solo in Puglia) grazie a una persona che ha il coraggio di mettere in gioco valori che giacevano moribondi. La malaria del populismo stava rendendo la democrazia una favoletta immorale, la presunta libertà di parola era completamente sotto controllo di chi la parola la usava per sfregiare le coscienze.
Caro figlio mio, quando nascerai io mi auguro che un’altra Italia sia stata possibile. Oggi come oggi, noi qui ne intravediamo l’alba. Fonte: http://laparolachecrea.blogspot.com/

domenica 29 agosto 2010

Incontriamoci lunedì 30 agosto, Al circolo di SEL a Villa Caldari Odg: Riunione C.D. 30 agosto 2010 Situazione nazionale, amministrative 2012

Alle
Compagne ed ai Compagni
Delle VILLE e di ORTONA

incontriamoci lunedì 30 agosto, Al circolo di SEL a Villa Caldari
Odg: Riunione C.D. 30 agosto 2010
Situazione nazionale, amministrative 2012,, questione ambientale e varie.
Villa Caldari Ortona, 25 agosto 2010

confermiamo l’incontro per il 30 agosto alle ore 21.30 al Circolo di SINISTRA LIBERTA’ ECOLOGIA di Caldari aperto alle compagne e compagni disponibili a lavorare per cambiare la politica ad Ortona

Non mancate e fate il passaparola
Cordiali saluti
la segreteria

SU UNA VOCE SIGNIFICATIVA E SULLA SENSIBILITA’ POLITICA
Chi è Matteo Renzi?
E’ il sindaco di Firenze, in quota [cioè del] PD.
Nella intervista a Umberto Rosso de la Repubblica, così si esprime (l’intera intervista sul sito del quotidiano, del giornale).

ROMA - Nuovo Ulivo? ....

Uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd.
Ambizioso programma, sindaco Matteo Renzi.

Non è solo una questione di ricambio generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano [Berlusconi], dobbiamo sbarazzarci di un’intera generazione del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani … Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi.

Rottamare i “vecchi” del Pd vuol dire automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi?
E’ la precondizione [la prima cosa necessaria], il punto di partenza. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo ancora a giocare con le formule, le alchimie [gli inganni, le falsificazioni] delle alleanze: un cerchio [?], due cerchi [?], nuovo Ulivo, vecchio Ulivo … I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare ad impegnarsi, assistono sgomenti [turbamento, depressione, ansia provocata da cause esterne] ad un imbarazzante Truman show [?]. Pensano: ma quando si svegliano dall’anestesia? Ma si rendono conto di aver perso il contatto con la realtà?
Che cosa propone di fare?
Lo statuto del Pd parla chiaro, anche se ovviamente è rimasto inapplicato, dopo tre mandati parlamentari, giù dalla giostra. Se davvero si va alle elezioni anticipate, anche se personalmente ci credo poco, alla prima assemblea nazionale per le candidature vado alla tribuna e lancio il seguente ordine del giorno: facciamo riscoprire il piacere della semplice militanza ai nostri parlamentari che hanno varcato la soglia delle tre legislature. E, potendo, anche a Di Pietro, un altro che da 20 anni pontifica su tutto, e abbiamo visto i risultati.
…....................
In questo articolo bello di Rosso c’è – nella risposta alla seconda domanda una battuta sul tasto dei compagni, del Pd come di altri anche nella nostra piccola SINISTRA, ECOLOGIA E LIBERTÀ, che dev’essere sgomento o, come preferirei dire io, insensibile. Non si scappa.
Infatti le diserzioni dalla politica, appena ci furono le prime difficoltà lasciarono molti orfani che, chissà per quale inspiegabile motivo (roba da psicanalisi, penso), non corsero a mettersi sotto le gonne del Pd, ma restarono indecisi, perplessi, immoti tanto nella mimica [i movimenti del volto come il riso [ridere], la commozione, l’attenzione quanto nel linguaggio del corpo [una cosa difficile assai].
TUTTO IMMOBILE ED INESPRESSIVO, TRANNE LA MIMICA DELLE INCAZZATURE COSI’ BENE APPRESA NELL’AMBIENTE, come nel linguaggio parlato. Non parliamo se poi accenniamo al concettualizzare, cose da lobectomizzati.
Messa la testa sotto la sabbia, la metafora dello struzzo è calzante, ce l’hanno lasciata e sono ancora lì, senza visione e senza pensiero. Se li stimoli, costretti ad alzare la testa, scappano via come indiavolati, e appena stabilita una distanza di sicurezza, di nuovo la testa sotto la sabbia. Il buio può essere come un utero rassicurante nel quale vegetare, pensando che fuori non succede mai niente.
Anche il lessico, l’uso delle parole e delle frasi per organizzare un discorso, risente dello stesso trauma prenatale e si continua ad usare un frasario desueto, antico, ormai inadatto alla nuova realtà che invece è in vulcanico cambiamento.
Cosa ci vuole per modificare questo stato di coma, leggero sì ma che sempre coma è? Ci vuole una normale sensibilità [termine polisemico che non posso sintetizzare per questione di spazio].
La sensibilità politica è la precondizione, vedi sopra all’inizio della seconda risposta di Matteo Renzi al giornalista, per passare con coscienza alle azioni politiche.
E qui mi inguaio di nuovo, perché l’azione politica è, o dovrebbe essere per noi, una cosa ben precisa che è proprio impossibile sintetizzare.
La sensibilità è una facoltà dell’intelletto, dell’animo umano, della coscienza, che ha che fare con sentire.
E qui, in conclusione, mi aiuta un altro aforisma popolaresco che recita che all’asino (o al mulo o al cavallo in altre regioni) che non vuol bere, è inutile fischiare.
La sensibilità non c’è perché non ci può essere, dal momento che non si sente niente (la sordità è peggiore della cecità, talvolta) e la mimica espressiva manca perché manca la sensibilità, quelle politiche dico.
Miei cari, scherzi a parte – veramente dovrei dire dolorose provocazioni a parte – il mondo ci è cambiato sotto i piedi in quest’ultimo mese e gli scenari politici, ma anche economici, sociali, del lavoro, dell’economia e della vita familiare, sono talmente diversi che non c’è paragone.
Un mostro, che io chiamo Berlusconi dio in terra pazzo megalomane, e la sua banda di complici ex socialisti (dio li fulmini, se c’è un dio), vi si faranno sentire sulla pelle quest’inverno e alle loro frustate (accompagnate, come all’Aquila, dalle loro risate , che noi non lo sapremo mai perché anche lo scenario legale è cambiato anche quello, proprio in questi giorni).Risponderemo forte e chiaro oppure come da copione tutti muti ?...
E forse, loro sì, vi sveglieranno, ma sarà tardi. Tardi per noi singoli.
MA TARDISSIMO PER IL PARTITO CHE FORSE AVEVAMO INTENZIONE DI CREARE.
Che faremo a quel punto? ..Continuare a disinteressarci della politica o un “benedetto” sbadiglio con formula apotropaica per il bebè che si sveglia , sarà il segnale della rimessa in moto del nostro lavoro politico con coscienza e sensibilità ben visibili sulle nostre facce..?
Ciao Franco Trapani