venerdì 14 maggio 2010

Saggio di Henri Menudier

IL MONDO VISTO DA BERLINO. “La Germania non è mai stata così libera” Saggio di Henri Menudier docente all'Università di Paris III nuova Sorbona

Negli ultimi ventanni la Germania ha ritrovato una posizione di grande rilievo sullo scacchiere internazionale. Per rassicurare i suoi vicini, ostenta ponderazione e continuità nella sua politica estera.

UNA SORPRENDENTE costanza che non esclude alcuni ritocchi... fino al 1990, la politica estera della Repubblica federale tedesca (Rft) è stata caratterizzata da un certo riserbo dovuto al suo passato hitleriano e alla divisione in varie zone del paese. Del resto, fu il contesto internazione che, alla fondazione del paese nel 1949, determinò l'emergenza dei due pilastri della gestione delle relazioni internazionali. Da un lato, l'ancoraggio all'Ovest e il riarmo, sotto la guida del primo cancelliere della Rft, Konrad Adenauer, responsabile dell'Unione cristiano-de¬mocratica della Germania (Cdu). Dall'altro, l'aper¬tura all'Est - od Ostpolitik. Lanciata dal primo go¬verno di grande coalizione tra la Cdu, l'Unione cristiano-sociale (Csu) e il Partito socialdemocra¬tico (Spd), dal 1966 al 1969, essa sarà sistemati¬camente ripresa dai cancellieri Willy Brandt dal 1969 al 1974, e Helmut Schmidt (Spd) dal 1974 al 1982, nonché dal loro successore Helmut Kohl (Cdu) che vi si adattò dopo averla in un primo tempo combattuta.

Si poteva immaginare che il crollo del muro di Berlino e la riunificazione della Germania avreb-bero scatenato una vampata di nazionalismo, un risveglio delle spinte autoritarie, forse un gioco altalenante tra Est e Ovest. Sconvolgimenti tali da portare probabilmente a una rottura nella poli-tica estera tedesca. In effetti i paesi vicini cono¬scevano cambiamenti in grado di rendere obso¬leti quasi tutti gli atlanti geografici: scomparsa dell'Unione sovietica, del Consiglio di mutua as¬sistenza economica (Comecon) (1), del patto di Varsavia; emergenza di nuove strutture statali: ri¬forme all'interno dell'Unione europea e dell'Al¬leanza atlantica; emergenza di nuovi conflitti nel mondo...

Tutti questi avvenimenti hanno molto colpito la Germania. Ciononostante, la sua politica estera è rimasta prudente e non si è poi sensibil¬mente discostata dalla linea precedente - se non in un unico caso, quando il cancelliere Gerhard Schròder (Spd) rifiutò di appoggiare l'intervento militare statunitense in Iraq, nel 2003. Negli ultimi due decenni, i dirigenti tedeschi hanno in realtà fatto di tutto per rassicurare i loro partner stranie¬ri e convincerli che le lezioni della storia non era¬no state dimenticate.

INCHINARSI DAVANTI ALLA BANDIERA FRANCESE.

QUESTA SCARSA propensione al cambia¬mento si deve tanto alle disposizioni istitu¬zionali specifiche del paese quanto alla perso¬nalità dei suoi dirigenti politici. Anzitutto, il fede¬ralismo, con una ampia suddivisione dei poteri tra le regioni (Lànder) e lo stato federale spinge i partiti a cooperare più che ad affrontarsi. I veri dissidi sugli orientamenti della politica estera (ancoraggio all'Ovest, riarmo, Ostpolitik, euro¬missili) risalgono a prima del 1989. Dopo la ri¬unificazione, prevale un consenso piuttosto am¬pio - salvo, di recente, sulla questione dell'inter¬vento militare in Afghanistan dove sono stati uc¬cisi soldati tedeschi.

Peraltro la Legge fondamentale, in particolare all'articolo 65, affida al cancelliere il compito di delineare i grandi orientamenti politici. Sebbene la Legge precisi che, in questo quadro, «ogni mi-nistro federale dirige il proprio dipartimento auto¬nomamente e sotto la propria responsabilità», il potere del capo del governo non è contestato, e capita spesso che il suo ministro degli esteri sia vice-cancellière e persine presidente dell'altro partito della coalizione.

Fedeli a un approccio comunitario e multilate¬rale, i vari cancellieri hanno gestito le situazioni di crisi privilegiando le soluzioni civili. Il ricorso a mezzi militari, molto restrittivo, interviene solo su richiesta di organizzazioni internazionali quali l'Ue, la Nato o l'Onu, e con il consenso del Par-lamento. Un pragmatismo e una ponderazione che non hanno impedito alla nuova Germania,
molto lucida circa i suoi interessi, di esercitare in pieno responsabilità accresciute.

Helmut Kohl (1982-1998), considerandosi l'ere¬de spirituale di Adenauer, si è subito adoperato per dissipare le preoccupazioni circa la sua politi¬ca estera dichiarando che l'unità del suo paese e quella dell'Europa erano le due facce di una unica medaglia. Egli fu uno dei principali artefici del trat¬tato di Maastricht, firmato nel 1992, e dell'istituzio¬ne dell'Unione economica e monetaria (Uem). Gli si deve inoltre la politica di allargamento dell'Unio¬ne e della Nato ai paesi dell'Europa orientale. An¬che a prezzo di aspri negoziati, Kohl non ha mai smesso di ricercare il consenso di Parigi. Diceva con malizia:«Davanti alla bandiera francese, dob¬biamo sempre inchinarci due volte (2)».

NUMEROSE TENSIONI CON PARIGI

CONSAPEVOLE dei limiti e dei vincoli imposti al paese, nel 1989 Kohl declinò l'offerta degli Stati uniti di diventarne il partner privilegiato. Tut¬tavia sono ragioni di ordine assieme costituzio¬nale - divieto fatto alla Bundeswehr, il nuovo esercito creato nel 1955, di intervenire al di fuori delle frontiere della Nato - e pratico che vietaro¬no alla Germania di partecipare alla guerra con¬tro l'Iraq dopo l'invasione del Kuwait nel 1990-'91. Una guerra che il paese appoggiò comun¬que attraverso un sostanzioso contributo finan¬ziario, detto «politica degli assegni». In conse¬guenza, e dopo che la Corte costituzionale fede¬rale ebbe autorizzato, nel 1994, gli interventi mili¬tari tedeschi al di fuori della zona geografica co¬perta dall'Alleanza atlantica, Helmut Kohl avviò la necessaria riforma della Bundeswehr per age¬volarne lo sviluppo.

Nell'opposizione, Spd e Verdi avevano criticato la «militarizzazione» della politica estera. Ma, pochi mesi dopo il loro arrivo al potere, dal mar¬zo al giugno 1999, la Bundeswehr prese parte ai bombardamenti Nato contro la Serbia, nell'inten¬to - questa la giustificazione ufficiale - di preve-nire un «genocidio» nel Kosovo. Il ministro degli esteri Joschka Fischer (Verdi) giustificò questo intervento con un riferimento ai fatti di Auschwitz «che non avrebbero dovuto ripetersi». Lo stesso governo sostenne il concetto della politica euro¬pea di sicurezza e di difesa (Pesd) e inviò soldati nei Balcani, in Afghanistan e in Africa.

Tuttavia gli sviluppi della crisi iugoslava aveva¬no sottoposto la Germania ai fuochi della critica (3). Nel dicembre 1991, dopo aver incoraggiato la loro secessione, aveva infatti frettolosamente riconosciuto la Croazia e la Slovenia. Questa de¬cisione di fare da sola le valse l'esclusione dai negoziati sulla ex Jugoslavia per due anni. Al momento dell'intervento nel Kosovo - problema¬tico perché privo di un mandato esplicito dell'Onu -, la Bundeswehr si schierò con i suoi alleati Nato per porre fine, secondo le autorità tede¬sche, alla violazione dei diritti umani da parte dei serbi, per evitare una catastrofe umanitaria e sta¬bilizzare la regione.

Ciò non di meno, l’unilateralismo della politica americana, il suo aggirare il diritto internazionale, l'ostentato disprezzo verso l'Onu spiacevano sempre di più a Berlino. Nonostante la «solidarie¬tà illimitata» promessa a George W. Bush in se¬guito agli attentati dell'11 dicembre 2001, Schròder (1998-2005) ruppe spettacolarmente con lui rifiutando di coinvolgere il suo paese nella guerra contro l'Iraq. «Le questioni essenziali riguardanti la nazione tedesca sono trattate a Berlino e in nessun altro luogo», proclamò Schròder con for¬za davanti al Parlamento il 13 settembre 2002. È probabile che non sarà la crisi finanziaria, econo¬mica e sociale scatenata dal fallimento di Leh¬man Brothers nel 2008 a indurre l'attuale gover¬no a cambiare linea.

Liberato da ogni complesso d'inferiorità e de¬ciso a difendere rumorosamente gli interessi na-zionali, Schròder fece talvolta dichiarazioni sor¬prendenti, in particolare quando affermò, nel di-cembre 2008: «Più della metà del denaro brucia¬to in Europa è pagato dai tedeschi (4).» In segui¬to, i dissensi con Parigi si sono moltiplicati : nel 1999, a proposito della politica agricola comune (Pac), ritenuta troppo costosa da Schròder; nel 2000, durante i negoziati sul trattato di Nizza, ir occasione della lite circa la nuova ponderazione dei voti al Consiglio europeo. Tuttavia egli lavorò a un riavvicinamento tra Parigi e Mosca, pur po¬nendosi come il fautore di una «via tedesca» (der deutsche Weg) che ha spiacevolmente ricordato le particolarità dell'«afro cammino» (Sonderweg) della seconda metà del XIX secolo. Dopo il falli¬mento dei movimenti nazionali e liberali, nel 1848, la costruzione dello stato e il processo di unificazione della Germania erano sfociati, in un contesto di rapida industrializzazione, in un regi¬me autoritario e pan-germanista che si oppone alle potenze occidentali.

DELUSIONE IN SENO ALL'UNIONE.

NONOSTANTE queste spiacevolezze lingui¬stiche, Schròder è riuscito a gestire le rela¬zioni internazionali con cauta determinazione: egli ha portato a termine l'allargamento della Na¬to e dell'Unione e ha fatto adottare il progetto di Costituzione europea che i francesi avrebbero invece respinto il 29 maggio 2005. In questo stesso anno egli accettò con fatica la vittoria, di stretta misura, di una donna, Angela Merkel - la quale, oltre tutto, sosteneva la politica di Bush...

La cancelliera Merkel ha riallacciato il dialogo con gli Stati uniti, reso la politica estera tedesca meno dipendente dalla Francia e preso le distanze dalla Russia il cui presidente Putin era considerato poco rispettoso dei diritti umani. Usando toni mo¬derati, la Merkel ha talvolta ammorbidito le sue posizioni ma senza rinunciare al suo obiettivo: la Germania deve assumere più responsabilità. Agli occhi dei tedeschi, essa ha conquistato una gran¬de autorità internazionale presiedendo con suc¬cesso il Consiglio europeo e il G7 nel 2007.

Tra i successi rivendicati, l'adozione del tratta¬to di Lisbona, il rilancio del partenariato Ue-Russia e il protocollo di Kyoto sul clima. Impegnata nella ricerca della pace nel Vicino Oriente, Merkel ha avviato un dialogo con Israele e con i palesti¬nesi. Infine essa ostenta un interesse persistente verso l'Africa (5) e non ha mai rimesso in causa gli interventi internazionali della Bundeswehr.

Molto attenta ai suoi partner, la cancelliera non esita tuttavia a disapprovarli, addirittura ad op-porvisi. La gestione della crisi finanziaria ed eco¬nomica mondiale infatti ha creato numerose ten-sioni tra Parigi e Berlino (6). La Merkel ha critica¬to il presidente Bush a proposito delle carceri se-grete della Già: «Una istituzione come Guantanamo non può e non deve esistere a lungo termi¬ne» ha affermato nel gennaio 2006 (7).

Per evitare di indispettire la Russia, Angela Merkel ha chiesto il rinvio dell'ingresso della Georgia e dell'Ucraina nella Nato. Le minacce ci¬nesi di ritorsione non le hanno impedito di ricevere il Dalai Lama nel 2007 e di ignorare l'apertu¬ra dei Giochi olimpici a Pechino nel 2008: poiché la sua politica estera si proponeva altri obiettivi, la cancelleria poteva offrirsi il lusso di un dissa¬pore passeggero con Pechino. Tanto più che la Cina non può fare a meno della Germania sul piano economico.

Cionondimeno l'ancoraggio a Ovest rimane il fondamento delle relazioni della Germania con il resto del mondo: non si colloca a pari distanza tra Washington e Mosca e non ritiene di essere una potenza centrale in Europa. Di più, le sfide cruciali che si presentano nel XXI secolo raffor¬zano un approccio multilaterale.

L'impegno euro-atlantico poggia sulla coope-razione franco-tedesca, sull'integrazione euro¬pea e sul partenariato atlantico costruito con gli Stati uniti e la Nato - due elementi difficilmente dissociabili. Dalla dichiarazione di Robert Schuman (9 maggio 1950) (8) e dal trattato dell’Elysée (1963) - trattato di amicizia e di cooperazione tra Bonn e Parigi -, la coppia franco-tedesca svolge un ruolo motore nella costruzione europea. Ma la sua influenza tende ad annacquarsi con i suc-cessivi allargamenti dell'Unione; e, nonostante plateali abbracci, la volontà di concertazione non esclude severi scontri sui contenuti da dare a questa Europa in perenne gestazione. Di conse-guenza si sente spesso parlare di una canalizza¬zione, di un disincanto, addirittura di uno squili-relazioni franco-tedesche.

Sta di fatto che, al di là delle differenze di stile e di personalità, Sarkozy e Angela Merkel sono stati in disaccordo sul progetto di un'Unione me¬diterranea (dalla quale la Germania sarebbe stata esclusa) diventata Unione per il Mediterraneo, sull'indipendenza della Banca centrale europea (Bce) e sulla gestione economica dell'Unione. Al¬tre divergenze sono apparse circa le soluzioni da dare alla crisi finanziaria ed economica e alla ri¬organizzazione del sistema finanziario internazio-nale. Infine, le tensioni determinate dalla crisi greca fanno emergere posizioni contrastanti sul tema della «solidarietà europea».

In effetti, nel marzo 2010, per non incoraggiare il «lassismo» che, a suo parere, rischia di diffon-dersi nella zona euro, Angela Merkel si mostra intransigente nei confronti di un'Atene maltrattata dai mercati finanziari. Il 23 marzo, la cancelliera riesce a imporre la sua soluzione: il ricorso all'Fmi e agli aiuti bilaterali. Per rassicurare il mondo della finanza, l'11 aprile si giunge a un nuovo ac¬cordo europeo. L'ammontare dei prestiti bilaterali sarà commisurato alla quota che ogni singolo stato ha nel capitale della Bce, di cui la Germania è il primo contributore. Due approcci che si com¬pletano: la gestione rigorosa della zona euro (po¬sizione tedesca) dovrebbe andare di pari passo con la solidarietà e un vero coordinamento delle politiche economiche (posizione francese), sen¬za toccare l'indipendenza della Bce.

Tuttavia l'intesa franco-tedesca rimane indi¬spensabile: se non è sufficiente a far avanzare l'Europa, la sua scomparsa le impedirebbe di fa¬re progressi. Di più, le divergenze tra i due paesi, spesso molto mediatizzate, non devono far di¬menticare l'importanza delle convergenze - che la stretta collaborazione quotidiana dei loro go¬verni, molto impegnata sul piano europeo, mette in luce.

Il fatto è che l'Europa, molto legata alla storia te¬desca, conserva una importanza fondamentale per questo paese: dopo il 1945, essa gli ha dato una specie di identità di sostituzione e ha costrui¬to il quadro nel quale il paese ha potuto, poco a poco, recuperare la propria sovranità confiscata dagli alleati. È la ragione per cui la Germania ha sempre esercitato un ruolo di primo piano nei ne¬goziati europei. Se, ciononostante, dagli anni '90, Berlino ha privilegiato l'allargamento a scapito dell'approfondimento, oggi si mostra meno inte¬grazionista, accetta più facilmente la cooperazio¬ne intergovernativa e non esita a difendere i propri interessi - così come gli altri paesi.

Nel 2006, Fischer aveva tirato il campanello di allarme, denunciando «uno spostamento di pro-spettiva fatale»; aggiungendo: «l'Europa ha smesso di essere il progetto centrale della politi¬ca tedesca» (9) e sarebbe percepita troppo attra¬verso il prisma deformante degli interessi nazio¬nali. Tanto Schròder sosteneva l'ingresso della Turchia in Europa, quanto la Merkel vi si oppone¬va, consigliando un partenariato privilegiato -con il rischio di scontentare l'alleato americano.

Tuttavia il disaccordo con Washington circa la guerra in Iraq nel 2003 e la delusione ostentata da Angela Merkel di fronte allo scarso interesse mostrato dal presidente Obama verso l'Europa non devono far dimenticare il legame ombelicale che unisce queste due potenze sin dal 1949. Gli Stati uniti sono all'origine della Rft; essi hanno agevolato la ricostruzione del paese mediante il piano Marshall, ne hanno garantito la sicurezza e quella di Berlino durante la guerra fredda e ne hanno organizzato il riarmo controllato nel qua¬dro della Nato. Anche se i conflitti si sono spo¬stati alla periferia o al di fuori dall'Europa, la Ger¬mania dipende tuttora dalla presenza militare americana all'interno delle sue frontiere e, più lar¬gamente, sul continente.

Una fitta rete di cooperazioni multilaterali.

GRAZIE AL CROLLO della cortina di ferro nel 1989-'90, la Germania ha ristabilito in pieno i suoi tradizionali legami con i paesi dell'Europa centrale e orientale (Reco). I rapporti con la Polo¬nia e la Repubblica ceca, oggetto di molta atten¬zione, tuttavia rimangono difficili a causa dell'e-spulsione dei tedeschi da questi paesi nel 1945. Berlino ha peraltro sviluppato una politica attiva di vicinato con gli stati vicini della Russia (Bielo¬russia, Ucraina e Moldavia) e, in nome della pre-venzione dei conflitti, esprime un interesse sicuro verso i regimi del Caucaso (Georgia, Armenia e Azerbaigian) e dell'Asia centrale.

Secondo la Germania, la soluzione dei gravi problemi di paesi quali l'Iraq, l'Afghanistan, il Pa¬kistan o l'Iran è di competenza delle organizza¬zioni internazionali di cui essa è un contribuire finanziario importante. La sua politica cerca di circoscrivere il ricorso alla forza per privilegiare soluzioni multilaterali.

Nel 1990, la promessa di un sostanzioso aiuto economico e finanziario ha convinto l'Urss ad accettare l'unità tedesca. Per ragioni legate al passato (la storia degli imperi russo e tedesco, le guerre mondiali del XX secolo), ma anche per ra¬gioni economiche (la dipendenza energetica) e strategiche (la pace in Europa), le relazioni con la Russia sono di primaria importanza per Berlino. I dirigenti tedeschi si mostrano attenti a rispar¬miare una potenza che ha perso molto potere negli ultimi vent'anni. Hanno intrecciato con la Russia una stretta rete di cooperazioni bilaterali, europee e multilaterali, pur avendo cura di non ri¬svegliare i timori dei Reco, i quali non hanno di-menticato la tutela del Cremlino.

Le vive critiche sorte in seguito al progetto di gasdotto che, sotto il Baltico, collegherà diretta-mente Russia e Germania del nord, illustrano be¬ne le precauzioni che devono prendere i dirigenti tedeschi. Questi rimproveri sono stati ascoltati poiché altri partner, tra cui Francia, sono oggi as-sociati al progetto. A prescindere dalle crisi poli¬tiche (Cecenia e Georgia) e dai persistenti disac-cordi sulla questione dei diritti umani, il costante consolidamento della cooperazione economica e la riduzione della dipendenza energetica tede¬sca sono considerati punti fondamentali. Per ga-rantire la stabilità, Berlino vuole che Mosca sia un partner a pieno titolo - obiettivo, questo, rela-tivamente facile, se paragonato con la comples¬sità del puzzle asiatico.

L'Asia rappresenta un vasto insieme troppo eterogeneo perché si possa descrivere somma-riamente la politica seguita da Berlino nei con¬fronti di questo continente. If suo approccio re-gionale stabilisce una distinzione tra l'Asia orien¬tale (Cina, Giappone, Corea), l'Asia del Sud-Est (in particolare i dieci paesi dell'Associazione del¬azioni dell'Asia del Sud-Est [Asean]) e l'Asia del sub-continente indiano (in particolare l’Afghanistan. l'India e il Pakistan). La Cina che, nel
2009. ha superato la Germania come prima potenza esportatrice mondiale, è oggetto di grande attenzione, ma da alcuni anni si nota un crescen paesi emergenti, attori di primo piano nelle rela-zioni internazionali future.

Nella sua dichiarazione governativa inaugurale del 20 settembre 1949, il primo cancelliere, Adenauer, si era fissato tre obiettivi per la Repubblica federale la quale, in quel tempo, non disponeva ancora di un ministero degli esteri: la sovranità nazionale e l'uguaglianza di diritti con le altre na¬zioni, la costruzione europea, la riunificazione. Grazie a una politica che è stata in grado di ade¬guarsi ai cambiamenti interni e all'evoluzione del contesto internazionale, questi obiettivi sono stati raggiunti il 3 ottobre 1990. Rivolgendosi per la prima volta ai deputati, il 30 novembre 2005, la cancelliera Merkel ha rilevato: «La Germania non è mai stata libera quanto lo è oggi».

(1 ) Organizzazione di mutua assistenza economica tra i paesi del blocco comunista.
(2) Citato da Maxime Lefebre, «L'Allemagne et l'Europe», Revue Internationale et stratégique, n° 74, Armand Colin, Parigi, 2009
(3) «Le responsabilità della Germania e del Vaticano nella accelerazione della crisi» sono state «palesemente schiaccianti», dichiarerà il 16 giugno 1993 il ministro francese degli esteri Roland Dumas. Si legga Paul-Ma¬rie de La Gorce,«Les divergences franco-allemandes mises a nu», Le Monde diplomatique, settembre 1993.
(4) Citato da Jacques Pierre Gougeon, L'Allemagne du XXI° siede, une nouvelle nation, Armand Colin, Parigi, 2009.
(5) Si legga Raf Custers, «Le segrete intenzioni dei paesi europei», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2006.
(6) Sostenuta da una severa politica di austerità salariale, la bilancia commerciale tedesca sbandiera un importante attivo. Questo squilibrio è stato di recente criticato (seb¬bene in termini misurati) dalla ministra francese dell'e¬conomia, Christine Lagarde. Infatti, gli attivi tedeschi so¬no, necessariamente, all'altezza... dei disavanzi dei suoi partner commerciali, tra cui la Francia.
(7) Der Spiegai, Amburgo, 7 gennaio 2006.
(8) II ministro francese degli esteri annunciava il progetto della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ce¬ca), basato su un accordo franco-tedesco e realizzato nel 1951.
(9) DerSpiegel, 21 dicembre 2008. (Traduzione di m.g.g.)

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